Alcuni militari del governo siriano nei pressi dell'ospedale di Kindi, ad Aleppo, il 2 ottobre 2016 (GEORGE OURFALIAN/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 10 Ottobre 2016

Le due Aleppo

Mostrate in due filmati girati con i droni e diffusi di recente: c'è quella distrutta, a est, e quella su cui il governo fa campagne promozionali per il turismo, a ovest

di Ishaan Tharoor – Washington Post
Alcuni militari del governo siriano nei pressi dell'ospedale di Kindi, ad Aleppo, il 2 ottobre 2016 (GEORGE OURFALIAN/AFP/Getty Images)

La settimana scorsa sono stati diffusi due video girati da droni nella stessa città, che mostrano gli universi paralleli che coesistono all’interno della terribile guerra in Siria. Il primo a essere uscito è stato un video ottenuto da Reuters che mostra la parte orientale di Aleppo, devastata, dove i quartieri controllati dai ribelli sono stati pesantemente bombardati dal governo siriano e dagli aerei da guerra russi. Le riprese dall’alto mostrano una scena ormai tragicamente familiare a chi si informa sulla guerra siriana attraverso i media occidentali: un città isolata e in rovina, dove gli edifici sono danneggiati o distrutti e le strade, nella gran parte delle quali non ci sono segni di vita, sono ricoperte da polvere e macerie. Solo nelle ultime settimane, il regime del presidente siriano Bashar al Assad e i suoi alleati hanno sganciato quasi duemila bombe sulla parte orientale di Aleppo, uccidendo centinaia di persone e radendo al suolo diversi ospedali.

Eppure dall’altra parte della città la situazione è decisamente diversa. Un video caricato sulla pagina Facebook del ministero del Turismo siriano (che ora risulta rimosso) rivela come la parte occidentale sia immacolata e risparmiata dalla guerra. I parchi sono verdi e rigogliosi, le strade piene di traffico e i siti storici sono intatti e brillano sotto un cielo assolato e senza una nuvola. Il video filo-governativo, accompagnato da una specie di strana versione araba della sigla di Game of Thrones, si conclude con la scritta: «Aleppo – Voglia di vita». Il filmato è in linea con i messaggi di Assad e dei suoi sostenitori. La settimana scorsa, mentre la parte orientale di Aleppo subiva un raid aereo durato un’intera notte, l’agenzia di stampa statale siriana pubblicava un video per raccontare la presunta «fiorente vita notturna» di Aleppo.

Il video di propaganda è stato molto preso in giro fuori dalla Siria, un paese distrutto e svuotato da cinque anni di guerra. Aleppo, che in passato era la capitale economica e la città più popolosa della Siria, è stata devastata. Nelle zone controllate dai ribelli si è diffuso un fatalismo cupo e nichilista. «Le persone non sanno cosa fare né dove andare», ha raccontato il mese scorso alla giornalista del Washington Post Liz Sly, una persona che vive nella parte di Aleppo controllata dai ribelli. «Non c’è via di scampo. Sembra la fine del mondo», ha aggiunto.

La propaganda del regime siriano, comunque, non va ignorata. Dall’inizio della guerra, Assad e i suoi sostenitori hanno descritto le battaglie del regime come parte della guerra al terrorismo e di una missione finalizzata a ripristinare l’unità nazionale. Anche loro dicono di avere subìto degli attacchi: questa settimana i residenti della parte occidentale di Aleppo, quella controllata dal regime, sono stati bombardati da fazioni di ribelli islamisti, che avrebbero ucciso diversi studenti di un’università (non sono però bombardamenti aerei: i ribelli non hanno aerei da guerra). «Quello che la maggior parte degli osservatori esterni non capisce è che dietro il marketing del governo siriano c’è una strategia coerente ed efficace», ha scritto Annia Ciezadlo, una giornalista esperta di Siria. «Ai giornalisti occidentali, ai cooperanti e ai politici potrà anche sembrare propaganda da quattro soldi, ma non sono loro le persone a cui è indirizzata. Il governo di Assad sta mostrando ai suoi sostenitori – anche a quelli meno convinti – di avere la situazione sotto controllo. Non solo: cerca di dimostrare di essere l’unica forza all’interno della Siria in grado di garantire una vita normale».

© 2016 – Washington Post