(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Per cos’è il referendum?

Adriano Sofri scrive di Zagrebelsky e delle troppe cose in ballo intorno a una questione puntuale e chiara

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Il Foglio di venerdì ha dedicato una pagina alle riflessioni di Adriano Sofri – intitolate “Sulle divergenze tra il compagno Zagrebelsky e noi” – sull’ampiezza dei temi introdotti da alcuni sostenitori del No al referendum nel dibattito sul referendum stesso, con postilla personale sulla propria condizione di non votante.

A un certo punto Zagrebelsky ha detto a Renzi (più o meno, non ho preso appunti): “Non metto in discussione la bontà dei suoi propositi, sostengo che la realizzazione sia sbagliata”. Era una netta conferma della contrarietà alla legge di riforma costituzionale. Ma era anche la rinuncia a farne una fatale questione di democrazia. Muovendo da propositi (più o meno) condivisibili, ci si divide sul modo di realizzarli: per gli uni apprezzabile, per gli altri da respingere. Né le famiglie né l’intera società italiana si contrapporrebbero su una simile divergenza relativa fra No, Sì e Non So, Non M’Importa. Commentando poi la serata Zagrebelsky ha detto che si era trattato di un confronto fra due mondi diversi e non comunicanti. Forse era lo sfogo di un uomo che non si era mai sentito così a disagio, ma sembrava smentire l’andamento della discussione, che aveva conosciuto da ambedue i partecipanti elusioni trucchi vere furbizie e false ingenuità, ma aveva mostrato di non vertere sulla sopravvivenza della democrazia. L’idea dei due mondi diversi era troppo e troppo poco. Troppo poco perché i mondi diversi sono parecchi milioni, e per esempio io – se posso intromettermi – in un confronto con Renzi da una parte e Zagrebelsky dall’altra contribuirei a mettere in scena almeno tre mondi diversi. Troppo, perché Renzi e Zagrebelsky (e gli altri, perfino io) sono dello stesso mondo, questo, e in quella evocazione dei mondi diversi c’era come un’eco tarda della diversità antropologica evocata da Berlinguer contro Craxi, cittadini di un mondo comune dal quale ciascuno dei due volle divincolarsi, a costo di dimezzarsi.

Mi fermo anch’io su Z. – mi sia permesso abbreviare, del resto è un segno glorioso – perché è anche formalmente un capofila della mobilitazione per il No, e ne dà una motivazione netta e riconoscibile. A differenza degli scrittori più autorevoli di questo giornale, io ho una memoria grata degli intellettuali azionisti torinesi, e questo affetto contribuì alla mia amicizia preziosa per Ezio Mauro, per esempio; e l’attribuzione, anzi l’imputazione, di Z. a quella tradizione me lo rende più simpatico. Il fatto è che Z., e molte altre degnissime persone con lui, avevano sentito ed espresso la divergenza sul referendum come una questione vitale per la democrazia, e anzi, più precisamente e radicalmente, come una questione morale e antifascista – che per noi vecchi ammiratori dell’azionismo piemontese sono quasi sinonimi. Dunque mi sembrava decisivo verificare quella convinzione. Non potendo tener dietro alla congerie di occasioni pertinenti al referendum – vita breve, forze corte – e non disponendo di competenze costituzionali, mi sono regolato su alcune, poche, circostanze. Naturalmente, ho letto il testo della riforma condividendo senz’altro lo scarso entusiasmo per il suo stile.

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