(Da "I magnifici sette")

Stasera cinema?

Un western, un horror, una commedia romantica, un documentario musicale e un film sull'incontro tra Elvis e Nixon, per far contenti tutti

(Da "I magnifici sette")

Questa settimana cinematografica è, a seconda dei punti di vista, quella del “era meglio il primo” o quella del “che bello, ce n’è un altro”. C’è infatti un nuovo I magnifici sette, più di cinquant’anni dopo il primo, quello con Steve McQueen. Poi ci sono anche il terzo film su Bridget Jones, circa 15 anni dopo il primo, e The Blair Witch, che ritorna in quel maledetto bosco di The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair, e anche a questo giro forse-era-meglio-non-andarci, in quel bosco. C’è anche la fazione “erano meglio prima” quando si parla dei Rolling Stones: a marzo però hanno fatto un concerto niente male a Cuba e da venerdì c’è nei cinema il film di quel concerto. Nessuno aveva invece raccontato in un film la storia dell’incontro tra Elvis Presley e Richard Nixon: è bella e giovedì è uscito Elvis & Nixon, con Kevin Spacey che fa Nixon.

I magnifici sette (da giovedì)

È un film western, remake di un film western del 1960 (di John Sturges, con Eli Wallach, Steve McQueen e Charles Bronson) che si ispirò a sua volta a I sette samurai di Akira Kurosawa. Il nuovo I magnifici sette è diretto da Antoine Fuqua – il regista di Southpaw – L’ultima sfida, Shooter e Training Day – e uno degli sceneggiatori è Nick Pizzolatto, l’ideatore di True Detective. Nel cast ci sono Denzel Washington, Chris Pratt, Haley Bennett, Ethan Hawke e Vincent D’Onofrio. Le premesse del film sono simili a quelle del 1960: un villaggio è in pericolo ma i suoi abitanti sono contadini o comunque gente per nulla capace di difendersi. Hanno bisogno di aiuto e lo trovano in sette individui che non si conoscono tra loro, che hanno storie diverse e che non sono proprio buoni a tutto tondo («fuorilegge, cacciatori di taglie, giocatori d’azzardo e sicari»). Il film è ambientato nel 1879, alcuni anni dopo la fine della Guerra Civile americana.

È un western, e ormai al cinema se ne vedono un paio all’anno: non è al livello del primo film  – che comunque è diventato un “classico” col tempo: quando uscì non piacque molto – ma secondo la maggior parte dei critici è comunque un film discreto. Le cose migliori sono state dette sugli attori: soprattutto Washington e Pratt, che un po’ come in Guardiani della Galassia fa la parte di quello simpatico, che finisce per diventare l’eroe buono un po’ controvoglia e che – con le dovute proporzioni – è un po’ il personaggio “alla Steve McQueen”. Per entrambi è il primo western, e Flavorwire ha scritto che Washington è “il nuovo John Wayne“, che è la cosa che tutti vorrebbero sentirsi dire dopo il loro primo western. I magnifici sette non regge il paragone, ma potrebbe comunque piacere agli appassionati del primo; è anche un film con sparatorie, belle inquadrature e battutine in stile Marvel: non solo roba da vecchi nostalgici del western, insomma. Invece, per fare i vecchi nostalgici, questo è I sette samurai.

Blair Witch (da mercoledì)

The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair uscì nel 1999, fu diretto da due registi esordienti, costò circa 60 mila dollari e ne incasso quasi 250 milioni. Parlava di tre aspiranti registi – due maschi e una femmina – che andavano in un bosco del Maryland per fare un documentario sulla leggenda riguardante una strega. Non finiva per niente bene, e dei tre ragazzi restavano solo le riprese. Il film ebbe successo perché faceva molta paura, era girato tutto come se fossero stati davvero dei ragazzi a farlo, con riprese amatoriali, traballanti e di bassa qualità, e perché fu pubblicizzato come se quelle cose fossero successe davvero (ai tempi internet era poco diffuso, all’uscita dal cinema non c’era modo di controllare se quella registrazione fosse vera). Il secondo film è ambientato qualche anno dopo il primo e il protagonista è il fratello della ragazza scomparsa nel primo film. Con alcuni amici decide di andare in quei posti per capire che fine ha fatto: lo stile è simile – immagini traballanti, come se fossero amatoriali – ma aggiornato a questi anni (c’è un drone e ci sono micro-telecamere da mettersi sull’orecchio, per esempio).

Lo stile e l’attitudine generale rispettano quelli del primo film; il risultato finale è, a seconda dei critici, buono o discreto, ma mai al livello di The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair. L’idea generale è: il primo era bello perché diverso e innovativo; il secondo è così simile al primo che non è né diverso né innovativo. Kim Newman di Screen International  ha però scritto che il film è intenso e creativo, che è «capace di partire da quello c’è stato avventurandosi modestamente verso nuove conclusioni». A doverne scegliere solo uno dei due, comunque, meglio il primo, di cui nel 1999 Lloyd Rose del Washington Post scrisse: «È il film che fa più paura tra tutti quelli che ho visto. Non il più violento, non il più macabro o il più strano o il più angosciante o il più bello. Quello che fa più paura».

Bridget Jones’s Baby (da giovedì)

Arriva dopo Il diario di Bridget Jones, del 2001, e Che pasticcio, Bridget Jones! del 2004. La protagonista è sempre interpretata da Renée Zellweger, continua a esserci Colin Firth, è tornata Sharon Maguire, l’apprezzata regista del primo film, e il nuovo arrivato è Patrick Dempsey, che ha finito di fare il chirurgo di Grey’s Anatomy. Le premesse sono: nei primi due film la protagonista passava un po’ di volte dallo stare una meraviglia all’essere felice e innamorata. Finivano con lei innamorata e promessa sposa di Mark, il personaggio interpretato da Firth. Che pasticcio, Bridget Jones! inizia con lei che non sta più con Mark ma ha una relazione con Jack (Dempsey). Però poi ri-vede Mark e succedono cose anche con lui. Bridget resta incinta, ma non sa chi è il padre.

Molti critici apprezzarono il film del 2001, dicendo che a suo modo aveva cambiato le commedie romantiche. Il secondo film fu però accolto in maniera molto più fredda, almeno dalla critica. In genere le recensioni di Bridget Jones’s Baby stanno a metà tra quelle del primo e quelle del secondo: una sorta di “non è male ma niente di particolarmente originale”. Peter Bradshaw del Guardian ha dato al film tre stelle su cinque, scrivendo di aver apprezzato molto i tre attori principali e il modo in cui il film riesce a far ridere smontando e rimontando alcuni cliché delle commedie romantiche. Era una commedia romantica – ma anche un film sullo sport, per fare felici entrambi i componenti di una coppia – anche uno dei primi film di Zellweger: Jerry Maguire, con Tom Cruise. Quello di “You had me at hello”, che finì sui manuali delle commedie romantiche.

Elvis & Nixon (da giovedì)

È in un centinaio di cinema italiani (circa un quarto di quelli in cui c’è Bridget Jones’s), ma è piuttosto interessante e, dicono, fatto abbastanza bene. La regista è Liza Johnson (al suo primo film importante) e racconta la vera storia dell’incontro tra Elvis Presley e Richard Nixon, nel 1970, quando il primo era già uno dei più famosi musicisti della storia e il secondo era il 73esimo presidente degli Stati Uniti. Presley è interpretato da Michael Shannon, Nixon da Kevin Spacey, che ormai nei set a forma di Studio Ovale deve sentirsi praticamente a casa. Della storia di quell’incontro – ritratto in una fotografia che è la più richiesta di sempre tra quelle dei National Archives – abbiamo parlato qui.

Un altro famoso faccia-a-faccia di Nixon diventato un film è quello con il giornalista britannico David Frost: inizia dopo il Watergate, quando Nixon non è più presidente, e racconta come dopo una serie di interviste Frost riuscì a mettere in crisi Nixon, che tra le altre cose disse: «Well, when the president does it, that means that it is not illegal». Frost/Nixon, diretto da Ron Howard, è un film molto parlato, con tanti primi piani, che piacque molto sia alla critica che al pubblico: fu anche nominato a cinque premi Oscar. Se invece ora siete curiosi su quali attori hanno interpretato quali presidenti, qui ne abbiamo raccolti un po’, da Washington a George W. Bush.

The Rolling Stones – Havana Moon in Cuba (da venerdì)

È il documentario sullo storico (in questo caso davvero) concerto gratuito dei Rolling Stones a Cuba: il 25 marzo nella Ciudad Deportiva di L’Avana, davanti ad alcune centinaia di migliaia di persone. Mick Jagger aprì il concerto dicendo in spagnolo: «Sappiamo che anni fa era difficile ascoltare la nostra musica a Cuba, ma siamo qui a suonare. Penso che davvero i tempi stiano cambiando, non è vero?», e poi partì Jumpin’ Jack Flash, incisa nel 1968 quando a Cuba erano passati quasi dieci anni dalla rivoluzione comunista di Fidel Castro. Il documentario dura circa due ore ed è diretto da Paul Dugdale, un regista di 36 anni specializzato nella ripresa di concerti. È il documentario di un concerto, non un documentario su una band (come quello di qualche giorno fa sui Beatles): tante canzoni e pochi intermezzi.

Dugdale è bravo e ha avuto la fortuna di riprendere un gran concerto, che resterà sicuramente uno fra i più famosi dei Rolling Stones anche in futuro. Nella categoria “documentario sui Rolling Stones” Dugdale se la deve però vedere con un certo Martin Scorsese, regista di Shine a Light, documentario del 2008 con molte immagini dei concerti che i Rolling Stones fecero il 29 ottobre e l’1 novembre 2006 al Beacon Theatre di New York.

Intanto nei cinema

In questi giorni sono usciti anche La vita possibile – di Ivano De Matteo (il regista di I nostri ragazzi), con Margherita Buy e Valeria Golino: parla di una donna che per scappare da un marito violento va da Roma a Torino, per stare da un’amica – e Frantz, un film in bianco e nero del regista francese François Ozon: è ambientato poco dopo la Prima guerra mondiale e parla dell’incontro tra una donna il cui fidanzato è morto e un amico del fidanzato. Arriva dal festival di Venezia, dove è stato uno dei film in concorso e dove l’attrice Paul Beer ha vinto il premio Marcello Mastroianni. Per chi negli ultimi dieci giorni aveva altro da fare: si fa ancora in tempo ad andare a vedere Alla ricerca di Dory (il film più visto di questi giorni, con gran distacco). Non sta andando male nemmeno Trafficanti – un po’ thriller un po’ commedia, con Jonah Hill e Miles Teller – e continua a andare bene anche Io prima di te, che però è un film pensato per un target molto simile a quello di Bridget Jones’s Baby, che nel weekend diventerà probabilmente il film più visto in Italia.