Hillary Clinton. (Justin Sullivan/Getty Images)

I problemi di Hillary Clinton non sono finiti

Se questa fosse una campagna elettorale normale, dicono in America, il guaio delle email avrebbe potuto comprometterla definitivamente: ma in ogni caso è una pessima storia

di Francesco Costa – @francescocosta
Hillary Clinton. (Justin Sullivan/Getty Images)

Una delle cose che si dice dei Clinton, nella politica americana, è che sono una fabbrica di scandali: dal caso Whitewater (una storia di investimenti immobiliari in Arkansas) al caso Lewinsky e alle accuse di molestie contro Bill Clinton, dal caso Bengasi a quello delle donazioni ricevute dalla loro fondazione benefica, dal Pardongate al Travelgate a diversi altri, tanto da diventare anche delle liste sui siti di news. Alcuni sono famosissimi, di altri in Italia si è parlato molto poco, ma in America nel tempo hanno reso Bill e Hillary Clinton – e in modo evidentemente piuttosto fondato – due politici tanto popolari nel loro partito quanto impopolari nell’altro, e in generale simbolo di inaffidabilità, oscurità e scarsa trasparenza. Il caso delle email di Hillary Clinton è l’ultimo della lista: dal punto di vista giudiziario è finito questa settimana, dal punto di vista politico andrà avanti ancora a lungo.

Riassunto delle puntate precedenti: durante il suo mandato da segretario di Stato, quindi dall’inizio del 2009 all’inizio del 2013, Hillary Clinton ha usato un indirizzo privato di posta elettronica – sul dominio clintonmail.com, appositamente creato – anche per le cose di lavoro. Poteva farlo, in base a quanto prescrivevano le norme all’epoca. Quando però il governo le ha chiesto le email di lavoro per archiviarle – si tratta di atti pubblici – lei ha detto che la sua casella conteneva anche email personali: allora ha cancellato tutte le email personali e ha consegnato le altre. Prima dell’indagine dell’FBI, che mirava a verificare se ci fossero stati problemi per la sicurezza nazionale, non c’era modo di sapere se Clinton avesse effettivamente cancellato solo le email personali o anche le email lavorative: ci si poteva solo fidare o meno della parola di Clinton. Più precisamente, Clinton aveva consegnato 30.490 messaggi spediti o ricevuti dal suo indirizzo privato, e aveva cancellato altri 31.830 messaggi ritenuti personali. Dopo questa operazione, il server privato su cui si appoggiava l’account di posta elettronica di Clinton era stato “ripulito”: tutti i dati al suo interno erano stati cancellati.

Clinton in questi mesi aveva detto che usare il suo indirizzo privato per le cose di lavoro era stato un errore, fatto per una questione di comodità e cioè per non portarsi sempre dietro due smartphone (cosa che secondo lei sarebbe stata necessaria perché il dipartimento di Stato non le permetteva di avere indirizzi email multipli sul BlackBerry fornito dal governo). Questa motivazione però non era mai sembrata molto convincente, perché Clinton viaggia notoriamente con molte cose – lei stessa una volta ha raccontato di portarsi dietro un BlackBerry, un iPhone, un iPad e un iPad Mini – e il suo server privato era stato allestito appositamente nel 2009. Clinton inoltre aveva sempre detto di non aver inviato o ricevuto email contenenti informazioni riservate o “top secret” – il livello più alto di segretezza – dal suo indirizzo di posta, e aveva detto che il suo server era sicuro.

L’FBI stava indagando da mesi proprio su questo aspetto, cercando di capire se informazioni riservate erano state gestite in modo poco sicuro ed esposte al rischio di attacchi informatici, e se la decisione di Clinton fosse stata presa allo scopo di nascondere qualcosa al governo. L’FBI – che ha sentito Clinton e molti suoi assistenti e collaboratori, durante questi mesi – ha concluso la sua indagine: ha consigliato al dipartimento di Giustizia di non indagare direttamente Clinton – non ha riscontrato intenzioni criminali – ma ha smentito punto per punto la difesa di Clinton. Il dipartimento di Giustizia si è limitato a ratificare la raccomandazione dell’FBI dopo un altro piccolo scandalo: un incontro informale tra il capo del dipartimento Loretta Lynch e Bill Clinton, avvenuto la settimana scorsa.

Dall’inchiesta dell’FBI è venuto fuori che Clinton ha usato più di un server privato e non soltanto uno, e che usava più dispositivi per leggere la posta e non solo uno; che dal suo server sono passate 110 email contenenti informazioni riservate al momento dell’invio o della ricezione (di queste, 8 conversazioni contenevano informazioni considerate “top secret”); che diverse migliaia di email di lavoro erano state cancellate e mai consegnate all’FBI; che è plausibile che hacker o governi stranieri abbiano avuto accesso alla sua casella di posta, anche se non ci sono prove in questo senso (probabilmente perché gli hacker sono stati abbastanza bravi da non lasciarne). In estrema sintesi, per usare le parole del capo dell’FBI James Comey: Clinton ha avuto un comportamento «estremamente superficiale», e «qualunque persona ragionevole nella sua posizione o di chi corrispondeva con lei avrebbe dovuto sapere che quell’indirizzo email non era adatto a inviare o ricevere quelle informazioni». Virgolettati così forti da risultare perfetti per gli spot televisivi dei suoi avversari, e infatti è quello che è accaduto.

Come ha scritto il New York Times, se questa fosse una campagna elettorale normale, la candidatura di Hillary Clinton sarebbe stata affondata o quasi dalla conferenza stampa del capo dell’FBI: soprattutto per una candidata che sta puntando moltissimo sulla sua esperienza, sulla sua mano ferma e sulla sua capacità di giudizio, descrivendo il suo avversario – Donald Trump, candidato dei Repubblicani – come un personaggio istintivo, irrazionale e pericoloso per la sicurezza nazionale.

«L’intera campagna elettorale di Clinton è costruita sulla premessa che lei ha l’esperienza nella protezione della sicurezza nazionale e la sobrietà per tenere gli americani al sicuro, mentre Donald Trump no. Clinton passa le giornate a presentarsi come una leader saggia e responsabile, e ha passato mesi a descrivere Trump “folle”, “impreparato”, “caratterialmente inadeguato” a fare il presidente, mentre ha citato la sua esperienza al Dipartimento di Stato e al Senato come esempi della sua preparazione. In una dichiarazione durata pochi minuti, l’FBI ha messo in discussione tutta la dichiarata superiorità di Clinton in un modo più memorabile ed efficace di quanto Trump fosse riuscito a fare nell’ultimo anno»

Fin qui Trump ha preferito dedicarsi a un altro bersaglio, e criticare l’FBI accusandola di essere manipolata dai Democratici e di aver deciso di non indagare Clinton a causa della sua influenza. Ma al di là di quello che farà Trump – che probabilmente a un certo punto cercherà di approfittarne davvero – il modo in cui i giornali statunitensi hanno raccontato questa storia rischia comunque di danneggiare la campagna elettorale di Hillary Clinton: “L’FBI dice che Clinton ha detto cose false”, ha titolato Time; “l’FBI contraddice l’argomento per cui lei avrebbe la capacità di giudizio che manca a Trump”, ha scritto il Wall Street Journal; “Le parole dell’FBI sono uno spot anti-Clinton pronto all’uso”, ha scritto il New York Times; “La difesa di Clinton crolla”, ha scritto AP; “il capo dell’FBI ha distrutto le scuse di Clinton”, ha scritto The Daily Beast; “I problemi di Clinton sono peggiori di quanto si pensava”, ha titolato il Washington Post. E questi sono solo alcuni.

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è il fatto che già oggi secondo i sondaggi due terzi degli americani dicono di non fidarsi di Hillary Clinton, e che gli stessi elettori Democratici vengono da otto anni tranquillissimi, su quel fronte: l’amministrazione Obama è stata un rarissimo caso di amministrazione “scandal-free”, come dicono gli americani, che può essere giudicata bene o male sulla base delle cose fatte o non fatte ma che non si è mai trovata impelagata in scandali, imbarazzi o casi giudiziari.

Il problema è che se Trump oggi non appare così interessato a sfruttare questo guaio – e anzi continua a farne di così goffi e imbarazzanti da distogliere l’attenzione dei media da quelli di Clinton – i Repubblicani al Congresso non intendono permettere a Clinton di cambiare argomento: Paul Ryan, speaker della Camera e Repubblicano più alto in grado al Congresso, ha chiesto di non trasmettere a Hillary Clinton i briefing quotidiani sulla sicurezza nazionale che vengono tradizionalmente girati ai candidati alla presidenza degli Stati Uniti, vista la sua inaffidabilità con la gestione di quelle informazioni; e il capo dell’FBI, James Comey, è stato convocato per un’audizione al Congresso durante la quale i Repubblicani cercheranno di strappargli nuovi e pesanti giudizi sulla condotta di Hillary Clinton.

A parte aver evitato un’indagine diretta che probabilmente avrebbe compromesso definitivamente le sue possibilità di vittoria, secondo la stampa statunitense l’unica buona notizia per Hillary Clinton ha a che fare col momento in cui è arrivata la decisione dell’FBI: a primarie finite e vinte – cosa sarebbe successo se l’FBI avesse detto queste cose tre o quattro mesi fa? – e a pochi giorni dalla scelta del suo candidato alla vicepresidenza e dall’inizio della convention del Partito Democratico a Philadelphia, che le daranno modo di “resettare” la conversazione sulla stampa e ripartire o almeno di provarci.