Il presidente del Comitato Olimpico Internazionale Thomas Bach durante il Word Olympians Forum a Mosca, il 21 ottobre 2015 (ALEXANDER ZEMLIANICHENKO/AFP/Getty Images)
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  • martedì 24 maggio 2016

Si può escludere la Russia dalle Olimpiadi?

Lo chiedono in molti, dopo le indagini sul presunto "doping di stato", ma non ci sono precedenti e non tutti vogliono far arrabbiare Putin

di Will Hobson – The Washington Post
Il presidente del Comitato Olimpico Internazionale Thomas Bach durante il Word Olympians Forum a Mosca, il 21 ottobre 2015 (ALEXANDER ZEMLIANICHENKO/AFP/Getty Images)

Aggiornamento del 25 maggio: Il Comitato olimpico russo ha detto che 14 atleti russi sono risultati positivi nei test anti-doping eseguiti su campioni raccolti durante le olimpiadi di Pechino del 2008. Tra i 14 atleti, secondo la televisione di stato russa, ci sono anche la Yulia Chermoshanskaya, che vinse la medaglia d’oro nella staffetta 4×100, Maria Abakumova, medaglia d’argento nel lancio del giavellotto, e Anna Chicherova, medaglia di bronzo nel salto in alto. Il ministro dello sport della Russia Vitaly Mutko ha comunque detto che la notizia “non offre un’immagine accurata” di come sia la situazione del doping in Russia, che ha la seconda più grande squadra olimpica dopo gli Stati Uniti. Mutko ha anche detto che sarebbe una grande delusione se il CIO estromettesse tutti gli atleti russi dalle prossime Olimpiadi e che la cosa avrebbe effetti dannosi su tutto lo sport in Russia.

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Dopo che questo mese sono emerse nuove prove dell’esistenza di un programma di “doping di stato” in Russia, sempre più persone e atleti stanno chiedendo che il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) vieti a tutti gli atleti russi la di partecipare alle Olimpiadi di Rio de Janeiro che si terranno quest’estate. Gli esperti di doping e di storia delle Olimpiadi, però, sono scettici circa la possibilità che il CIO prenda una decisione di questa portata, per il semplice motivo che non l’ha mai fatto prima: nella storia moderna dei Giochi Olimpici non è mai successo che il CIO estromettesse tutti gli atleti di una nazione per violazioni sportive.

La settimana scorsa il presidente del CIO, Thomas Bach, ha definito le rivelazioni di un ex direttore di un laboratorio antidoping russo – che aveva ammesso di aver somministrato steroidi agli atleti e di aver contribuito a sabotare dei test olimpici antidoping con la complicità del governo – come «una nuova scioccante dimensione nel doping […] con un livello di criminalità senza precedenti». Bach ha sottolineato come alcuni atleti di atletica leggera russi siano già stati sottoposti a un divieto internazionale che potrebbe escluderli dalle Olimpiadi di Rio, e che se l’Agenzia mondiale antidoping (WADA) dovesse determinare la veridicità delle ultime accuse potrebbero esserci sanzioni più pesanti. In passato il CIO ha già vietato a dei paesi la partecipazione alle Olimpiadi, ma per motivi politici. Dopo la Seconda guerra mondiale, per esempio, la Germania e il Giappone non furono invitate alle Olimpiadi di Londra del 1948, mentre il Sudafrica fu escluso dalle edizioni dei Giochi tra il 1960 e il 1992 per l’apartheid. In epoca più recente, l’Afghanistan non partecipò alle Olimpiadi del 2000 per la discriminazione contro le donne del regime talebano. Vietare a un paese di partecipare alle Olimpiadi per doping, però, creerebbe un altro tipo di precedente.

«Lo domanda sarebbe: perché la Russia e non altri paesi?», ha detto Roger Pielke Jr, un professore della University of Colorado che si è occupato di storia e amministrazione delle organizzazioni sportive. «Se foste la Russia direste: “Quindi siamo l’unico paese a essere stato indagato?”. Credo che non abbiano tutti i torti». I funzionari del CIO non hanno risposto a una richiesta di commenti.

Negli ambienti olimpici le voci sull’esistenza di programmi di doping di stato in diversi paesi circolano da anni, e anche Kenya ed Etiopia sono nel mezzo di uno scandalo sul doping, che però ha attirato molta meno attenzione a livello mondiale. L’anno scorso la WADA aveva deciso di indagare su alcune di queste voci solo dopo la diffusione di un documentario dell’emittente radiotelevisiva tedesca ARD, intitolato Doping Top Secret: Come la Russia crea i suoi campioni. A novembre la WADA aveva pubblicato un rapporto che evidenziava come il doping fosse molto diffuso nei programmi russi di atletica leggera, molto probabilmente con il sostegno del governo. Questo mese, poi, il programma dell’emittente americana CBS60 Minutes” e il New York Times hanno rafforzato la tesi del rapporto della WADA. Grigory Rodchenkov, l’ex direttore del laboratorio antidoping russo, ha raccontato al New York Times di aver fornito per anni ad atleti di diversi sport olimpici dei farmaci vietati con il sostegno del governo russo, e di aver contribuito a ideare un piano per sostituire dei campioni di urina contaminati con campioni “puliti” durante le Olimpiadi invernali di Sochi nel 2014.

In risposta a questi rapporti, il CIO ha iniziato a fare nuove analisi sui campioni di urina prelevati durante delle edizioni passate delle Olimpiadi, e la settimana scorsa ha annunciato di aver ottenuto risultati sospetti dai nuovi test delle Olimpiadi di Pechino del 2008 che coinvolgono atleti di 12 paesi. Il CIO non ha diffuso i nomi degli atleti o dei paesi, di cui con ogni probabilità però fa parte anche la Russia, dove la settimana scorsa la federazione di sollevamento pesi ha annunciato di aver sospeso quattro atleti per doping. Dopo la pubblicazione del rapporto della WADA dell’anno scorso, l’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera aveva sospeso la Russia: a giugno dovrebbe decidere se terminare la sospensione prima delle Olimpiadi di Rio.

Imporre una sospensione a tutti gli atleti russi per le Olimpiadi di Rio richiederebbe la volontà politica del CIO e di qualsiasi funzionario coinvolto nella decisione. «La Russia è un paese importante dal punto di vista geopolitico: provocare o fare arrabbiare inutilmente Vladimir Putin non è una priorità dei governi mondiali», ha detto Pielke. Tuttavia, se la WADA dovesse trovare altre prove dell’esistenza di un programma di doping sostenuto dalla Russia, il CIO si troverebbe in una situazione che non ha precedenti nella storia: sarebbe a conoscenza di imbrogli approvati da uno stato che esiste ancora. L’unico caso storico simile al presunto doping di stato in Russia, infatti, è il programma della Germania dell’Est che negli anni Settanta e Ottanta costringeva gli atleti, comprese ragazze preadolescenti, ad assumere steroidi e ormoni maschili. Nonostante le voci sull’uso del doping da parte degli atleti circolarono per molto tempo – gli avversari delle famose squadre di nuoto femminili della Germania dell’Est facevano notare come le nuotatrici avessero corporatura maschile e voci profonde – le prove emersero solo dopo la caduta del muro di Berlino, quando i ricercatori poterono accedere ai documenti della Stasi, la polizia segreta della Germania dell’Est.

Secondo John Hoberman, uno storico della University of Texas che da anni si occupa di doping nello sport, se gli investigatori della WADA dovessero stabilire che il doping in Russia è diffuso e sostenuto dallo stato, il CIO non avrebbe scelta se non vietare agli atleti russi la partecipazione alle Olimpiadi di Rio. Ma anche in questo caso le domande non sarebbero finite. «Andiamo oltre Rio, Putin che si arrabbia, eccetera. Che si fa dopo? Crediamo alla Russia quando dice di poter riformare se stessa?», ha detto Hoberman. «Mandare degli emissari della WADA nella commissione per lo sport di Putin non è una cosa fattibile: sarebbe come mandare degli assistenti sociali per riformare la mafia».

Il CIO è stato criticato diverse volte nella sua storia per il suo atteggiamento poco incisivo nei confronti del doping. Nel corso dei decenni raramente i controlli dell’organizzazione hanno scoperto atleti dopati. Nel 1980 i controlli alle Olimpiadi di Mosca non trovarono nessun caso di uso di sostanze vietate da parte degli atleti. Da quando nel 1999 è stata fondata la WADA, dopo lo scandalo sul doping al Tour de France del 1998, i controlli sono diventati decisamente più rigorosi, anche se il numero di atleti scoperti a far uso di sostanze illecite è cresciuto solo moderatamente: il picco, secondo un rapporto del 2014 del CIO, è stato raggiunto nel 2004, quando nei 3.667 campioni prelevati alle Olimpiadi di Atene furono trovate 26 violazioni. «Hanno guardato da un’altra parte per decenni», ha detto Charles Yesalis, un ex professore di politiche sanitarie della Penn State University che ha studiato anabolizzanti e altre sostanze dopanti. «E quando qualcuno veniva scoperto era sempre una mela marcia, un caso isolato. Saranno sempre pronti a sanzionare un singolo atleta o una squadra. Non vogliono mai affrontare le questione in modo sistematico».

Dopo aver annunciato gli esiti dei nuovi controlli sui campioni delle Olimpiadi di Pechino, il CIO ha detto che sta ricontrollando in modo simile 250 campioni delle Olimpiadi di Londra del 2012. Dopo aver ottenuto i risultati, il CIO aspetterà di sentire il parere degli investigatori della WADA che stanno cercando conferme delle rivelazioni di Rodchenkov, che si è detto disponibile a collaborare con gli investigatori dellla WADA e si è rifiutato di commentare tramite il suo avvocato. Fino a poco tempo fa le autorità russe avevano negato le notizie sull’uso sistematico di doping da parte dei suoi atleti con commenti che evocavano le dispute della Guerra Fredda, salvo poi cambiare tono di recente.

Venerdì 20 maggio, infatti, il ministro dello Sport russo ha diffuso una dichiarazione in cui promette di collaborare con l’indagine della WADA. «Abbiamo ammesso di aver avuto problemi di doping e che sono necessari dei cambiamenti», si legge nella dichiarazione, in cui le accuse di un coinvolgimento del governo nel programma di doping non sono né confermate né smentite. «Tuttavia, siamo profondamente convinti che gli atleti puliti che hanno passato anni della loro vita ad allenarsi non dovrebbero vedersi negato il diritto di partecipare alle Olimpiadi di Rio». Il recente ripensamento della Russia è stato visto con scetticismo dalle persone coinvolte nelle indagini sul doping. «Hanno continuato a cambiare posizione», ha detto Dick Pound, l’avvocato canadese che ha contribuito a fondare la WADA e che ha guidato l’indagine dell’anno scorso sul doping russo. «Il loro ministro degli Esteri è passato dall’inveire parlando di atteggiamento anti-Russia all’ammettere le sue responsabilità, fino a sostenere che oggi la Russia sta facendo tutto quello che è in suo potere, e che quindi non si possono punire atleti innocenti. Ha scelto in modo molto furbo di ignorare le implicazioni più ampie della storia del New York Times». Pound ha riconosciuto che esiste la possibilità che dei timori politici influenzino la decisione del CIO sulla sospensione degli atleti russi a Rio, e anche lui crede che probabilmente esistano programmi di doping simili in altri paesi; questo però non significa che il CIO non possa sanzionare la Russia, ha detto Pound.

Per gli esperti che simpatizzano per il movimento antidoping, il fatto che la WADA e il CIO continuino ad affidarsi ai giornalisti per scoprire gli scandali sul doping mette in evidenza le falle del sistema attuale. «Per il mondo dello sport avviare indagini solo dopo la pubblicazione di inchieste investigative di alto livello nei media nazionali non è un modo davvero efficace di portare avanti un programma antidoping», ha detto Pielke.

© 2016 – The Washington Post

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