Ma le tasse sono scese o no?

Renzi dice di aver fatto "il più grande taglio della storia" ma che gli italiani non se ne sono accorti: quattro cose brevi spiegano che non proprio, diciamo

(ANSA/ MASSIMO PERCOSSI)

Lunedì 16 maggio nella sua ultima newsletter il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha parlato di nuovo del fatto che il suo governo ha operato il “taglio delle tasse più sostanziale della storia”; eppure tutti i politici di opposizione dicono che le tasse sono aumentate e lo stesso Renzi nella sua newsletter ammette che la gran parte degli italiani non sembra essersi accorta del calo delle tasse. Come stanno quindi le cose?

Le imposte sono rimaste stabili
Per quanto imperfetto, un primo metodo per calcolare quante imposte si pagano è misurare la pressione fiscale in percentuale al PIL, cioè contare quante sono le entrate fiscali dello Stato e metterle in rapporto al prodotto interno lordo. Mentre le entrate fiscali sono una grandezza abbastanza certa, però, il PIL subisce parecchie variazioni nel corso dell’anno (lo avevamo spiegato qui). Per questa ragione spesso si trovano documenti che contengono cifre differenti sulla pressione fiscale. Un documento dell’ISTAT pubblicato lo scorso marzo contiene le stime di PIL e pressione fiscale più aggiornate. Secondo l’ISTAT nel 2013, prima dell’arrivo del governo Renzi, la pressione fiscale in Italia era al 43,6 per cento. È rimasta stabile nel 2014, mentre nel 2015 è calata dello 0,1 per cento arrivando così al 43,5 per cento.

Una variazione dello 0,1 per cento, soprattutto di una grandezza che si misura sul PIL e che quindi nel corso dell’anno può subire variazioni, difficilmente si può definire una vera e propria diminuzione. Facciamo un esempio: ipotizziamo che la pressione fiscale sia al momento del 43,54 per cento, arrotondata quindi al 43,5. Immaginiamo che nei prossimi mesi o il prossimo anno, in una delle numerose revisioni che compie l’ISTAT, il PIL venga modificato al ribasso di qualche miliardo. A quel punto sarà necessario ricalcolare anche la pressione fiscale. Visto che il denominatore (PIL) è sceso, mentre il numeratore (entrate fiscali) è rimasto stabile, il risultato del rapporto (pressione fiscale) salirebbe. Ipotizziamo che lo faccia di pochissimo: il 43,54 per cento diventerebbe 43,56 e così, per il gioco degli arrotondamenti, la pressione fiscale salirebbe al 43,6 per cento. Non potremmo più dire che le tasse sono calate, anche se in sostanza non sarebbe cambiato quasi niente.

La questione degli “80 euro”
Qui entra in gioco il famoso bonus da “80 euro”, tecnicamente un credito di imposta sull’IRPEF riservato ai lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi. Questo credito non rientra nei conteggi di cui sopra, perché per le regole di contabilità non può essere conteggiato come riduzione della pressione fiscale ma come maggiore spesa dello stato (che destina delle risorse a copertura dei mancati introiti). Questo perché gli 80 euro sono destinati a una categoria specifica di persone e non sono invece una riduzione generalizzata delle imposte che spetta a tutti i contribuenti (come sarebbe per esempio una diminuzione orizzontale delle aliquote IRPEF).

Di fatto però il bonus da 80 euro significa più soldi in tasca per alcune persone grazie a uno sconto sull’IRPEF: quindi il governo e il presidente del Consiglio sottolineano spesso che andrebbero conteggiati come un taglio di imposte. Cosa succede alla pressione fiscale se proviamo a seguire questa impostazione? Il vicepresidente della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, ha fatto questo esercizio utilizzando tutti i dati più aggiornati, lo scorso aprile, nel corso di un’audizione al Senato. Il risultato è che nel 2014 la pressione fiscale era pari al 43,2 per cento e nel 2015 al 42,9. Se conteggiamo gli 80 euro, quindi, in due anni la pressione fiscale è calata in tutto dello 0,7 per cento.

Il più grande taglio delle tasse della storia?
Le serie storiche dell’ISTAT sulla pressione fiscale – lo strumento più facile da usare per misurare quante imposte pagano gli italiani – cominciano nel 1999. Quindi possiamo paragonare il taglio delle imposte di Renzi (includendo gli 80 euro) al massimo con quello che è accaduto nel corso degli ultimi 17 anni. In generale in questi 17 anni la pressione fiscale non ha fatto che aumentare: alcuni governi sono riusciti a fare tagli significativi ma temporanei.

Tra il 1999 e il 2000 il governo di Massimo D’Alema riuscì ad abbassare la pressione fiscale dal 41,2 al 40 per cento, soprattutto grazie a una serie di sgravi fiscali sul lavoro. Tra il 2001 e il 2005 il secondo governo Berlusconi riuscì a tagliare ulteriormente le imposte, portando la pressione fiscale al 39,1 per cento, il punto più basso degli ultimi decenni. In altre parole, anche conteggiando gli 80 euro come riduzione delle imposte, la riduzione della pressione fiscale realizzata da Renzi non sembra “il più grande taglio delle tasse della storia”.

E perché la gente non se ne accorge?
Se lo è chiesto Renzi ed è una domanda a cui non è semplice rispondere, perché ha a che fare con la percezione e con le aspettative delle persone, fenomeni difficili da inquadrare con delle percentuali. Grazie ai sondaggi che realizza l’ISTAT, sappiamo che gli italiani sono ancora molto preoccupati per la situazione economica del paese e questo clima di incertezza probabilmente contribuisce allo scetticismo sul taglio delle imposte. Ma l’elemento più importante da tenere in considerazione è che, come abbiamo visto, la significativa riduzione delle imposte è stata percepita soprattutto da chi ha ricevuto il bonus da 80 euro, circa 10 milioni di persone, di cui solo poco più di 6 milioni hanno redditi di fascia bassa. Si tratta di una percentuale ridotta, considerato che i contribuenti in Italia sono in tutto 40 milioni.

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