Mark Zuckerberg. (David Ramos/Getty Images)

Facebook può influenzare un’elezione?

Potenzialmente sì, se volesse, e non sarebbe nemmeno una cosa illegale: negli Stati Uniti se ne sta parlando

Mark Zuckerberg. (David Ramos/Getty Images)

Mark Zuckerberg, il fondatore e CEO di Facebook, lo scorso 12 aprile ha pronunciato un discorso alla Facebook F8, una conferenza annuale per gli sviluppatori e gli imprenditori coinvolti con il social network. A un certo punto, Zuckerberg ha detto: «Mentre giro il mondo e mi guardo intorno, comincio a vedere persone e nazioni che si chiudono su se stesse, contro l’idea di un mondo connesso e di una comunità globale. Sento voci terribili che chiedono di costruire muri, e allontanare persone che considerano diverse. Per bloccare la libera espressione, per rallentare l’immigrazione, ridurre il libero scambio, e in certi casi, nel mondo, addirittura per impedire l’accesso a internet». Zuckerberg non ha mai citato direttamente Donald Trump, il principale candidato del Partito Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, dalle idee apertamente xenofobe e radicali. È stato però molto chiaro che fosse lui il bersaglio della sua critica, soprattutto per il riferimento al muro, che Trump vorrebbe costruire al confine tra Stati Uniti e Messico.

In passato Zuckerberg ha fatto donazioni alle campagne elettorali sia di politici Democratici sia di politici Repubblicani, come succede spesso ai grandi imprenditori americani. Ha donato a Marco Rubio, senatore della Florida ed ex candidato Repubblicano alla presidenza, giovane e apprezzato anche in certi ambienti liberal per alcuni suoi tentativi di riformare le leggi sull’immigrazione; a John Boehner, ex presidente Repubblicano della Camera che si dimise nel 2015 perché accusato da alcuni compagni di partito di essere troppo moderato, e alla predecessore di Boehner, la Democratica Nancy Pelosi. Tra le altre cose Zuckerberg è amico di Chris Christie, governatore Repubblicano del New Jersey e a sua volta ex candidato alla presidenza: dopo essersi ritirato Christie ha dato il suo sostegno a Trump. Quest’anno Zuckerberg ha detto che non ha ancora deciso se e a chi farà donazioni.

Recentemente il sito di tecnologia Gizmodo ha pubblicato lo screenshot di un sondaggio interno ai dipendenti di Facebook, che ogni settimana votano quali domande fare a Zuckerberg in una sessione di Q&A (cioè domande e risposte). Nel sondaggio fatto tra i dipendenti lo scorso 4 marzo, una delle domande proposte era: «Che responsabilità ha Facebook per aiutare a prevenire una presidenza Trump nel 2017?». La domanda, nel momento in cui è stato fatto lo screenshot, era la quinta più votata, con 61 voti. Come ha spiegato Gizmodo, la notizia non è tanto che alcuni dipendenti di Facebook sia contro Trump, né che lo sia Zuckerberg: le proposte anti-immigrazione e retrograde fatte da Trump nella sua campagna elettorale sono molto diverse dalle idee più liberali della maggior parte degli imprenditori della Silicon Valley (anche di quelli Repubblicani). La questione sollevata dal sondaggio interno pubblicato da Gizmodo è più che altro sul se e come Facebook sta decidendo e deciderà di usare il suo enorme potere di influenzare la gente, anche politicamente. Molti opinionisti nelle ultime settimane hanno provato a rispondere alla domanda: può Facebook influenzare un’elezione semplicemente aggiustando il proprio News Feed?

Facebook è infatti il social network più grande del mondo, con 1,65 miliardi di iscritti. Le strategie aziendali degli ultimi anni hanno fatto sì che per moltissime persone Facebook è diventato internet: è il posto dove si fanno sempre di più tutte le cose che prima facevano su siti diversi, dal restare in contatto con gli amici al leggere le notizie. E il piano dell’azienda è insistere il più possibile su questa tendenza, facendo trovare agli utenti tutto ciò di cui hanno bisogno all’interno del social network, annullando le loro esigenze di cercare altrove. Già ora Facebook decide attraverso un algoritmo quali contenuti mostrare e quali nascondere sulle bacheche dei suoi utenti: e per sempre più utenti, i contenuti che vedono su Facebook sono gli unici o quasi che vedono su internet. Non c’è nessun vincolo legale che impedisca a Facebook di fare la selezione che preferisce sui suoi contenuti.

Eugene Volokh, che insegna legge alla University of California, ha spiegato a Gizmodo: «Facebook può promuovere o nascondere tutti i contenuti che vuole. Gode del Primo Emendamento [che tra le altre cose sancisce la libertà di parola e di stampa, ndr] come il New York Times. Possono completamente bloccare Trump, se vogliono. Possono bloccarlo o sostenerlo». Come scrive Gizmodo, però, il New York Times a differenza di Facebook non è uno dei posti dove Trump – come tutti gli altri politici del mondo – sta conducendo buona parte della sua campagna elettorale. I lettori dei giornali e dei siti di news, poi, sono solitamente a conoscenza dell’orientamento politico della testata: una censura delle notizie su Trump o una copertura critica della sua campagna elettorale su Facebook avrebbero perciò un’influenza perlomeno diversa.

All’inizio della campagna elettorale, quando la candidatura di Trump sembrava ancora destinata a sgonfiarsi in fretta, l’Huffington Post aveva annunciato che avrebbe spostato le notizie su Trump nella sua sezione dedicata allo spettacolo (poi ha dovuto fare marcia indietro, per ovvie ragioni). Allo stesso modo il direttore di BuzzFeed aveva mandato una mail ai responsabili dei social network del sito, scrivendo che potevano definire Trump razzista, perché lo era veramente. Ma la capacità di cambiare le opinioni dei lettori di un giornale, che pure esiste ed è spesso efficace, è comunque diversa da quella che avrebbe Facebook se decidesse di boicottare la campagna elettorale di Trump. E soprattutto, Facebook potrebbe raggiungere una quantità di persone molto più grande di qualunque giornale: e ciononostante sarebbe probabilmente più difficile accorgersene.

Facebook ha già fatto esperimenti di questo tipo. Nel 2010, in occasione delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, collaborò con alcuni ricercatori per provare a convincere le persone ad andare a votare. Mise a disposizione di 61 milioni di utenti un’icona che permetteva di controllare dove fosse il seggio più vicino, e introdusse un tasto con il quale si poteva comunicare ai propri amici di avere votato. Ad altri utenti, invece, non era stato mostrato niente. I ricercatori raccolsero dopo le elezioni i dati sulla distribuzione geografica del voto, e analizzarono l’influenza che aveva avuto Facebook. In totale, Facebook aveva convinto a votare circa 60mila persone, che a loro volta avevano fatto sì che andassero a votare altre 340mila persone. Allora l’esperimento era stato considerato innocuo, perché Facebook aveva semplicemente convinto della gente a votare, non cosa votare. Un esperimento più criticato era stato quello condotto nel 2014, quando il social network aveva intenzionalmente manipolato il flusso di notizie di quasi 700mila utenti per studiarne “il contagio emotivo attraverso i social network”.

Difficilmente Facebook potrebbe convincere un elettore convinto di Donald Trump a votare per Bernie Sanders o per Hillary Clinton. Quello che potrebbe fare, però, è incoraggiare ad andare a votare i sostenitori più tiepidi dei suoi candidati preferiti, oppure provare a convincere gli elettori indecisi a votare per qualcuno. Con i dati raccolti dal social network sulle abitudini e sulle preferenze dei propri utenti, sarebbe relativamente facile per Facebook capire l’orientamento politico e il grado di coinvolgimento nella campagna elettorale di ciascuno.

Per provare ad aumentare i voti di un certo candidato, secondo Paul Brewer, professore di comunicazione alla University of Delaware che si è occupato degli effetti politici di Facebook, una strategia abbastanza scontata potrebbe essere quella di mostrare spesso sulla timeline degli utenti indecisi delle notizie positive su quel candidato. È lo stesso principio dei manifesti elettorali disseminati a ogni angolo durante le campagne elettorali: siamo portati a preferire quello che ci è famigliare perché lo vediamo spesso. Facebook poi sa quali sono i gusti dei suoi utenti: se a uno piace il basket, potrebbe mostrare sulla sua timeline delle notizie o delle foto di un candidato mentre gioca a basket. Allo stesso modo, se Facebook ha memorizzato che ci interessano particolari temi politici, tipo l’immigrazione, potrebbe mostrarci contenuti pertinenti che mettano in buona luce il suo candidato.

Un grande vantaggio di Facebook sarebbe che potrebbe adottare tutte queste strategie disponendo dei migliori dati per quanto riguarda gli orari e i formati più efficaci per promuovere i contenuti. Le possibilità di Facebook sono tantissime, dal mostrare sulle timeline i contenuti sul proprio candidato subito prima o subito dopo altri contenuti positivi, a fare esperimenti sul colore e i font utilizzati nei post, all’usare dei bot automatici nei commenti, alla durata del tempo in cui un post rimane sulla timeline degli utenti.

Secondo Brewer, però, il più grande vantaggio di Facebook sarebbe che ha il controllo non solo sui contenuti, ma anche sui commenti ai contenuti. Per un esperimento, Brewer creò un finto candidato per studiare quale percezione ne avrebbero avuto gli utenti di Facebook: scoprì che a influenzare davvero le persone, più che il candidato in sé e le sue idee, era quello che ne pensavano gli altri. Facebook potrebbe scegliere di mettere in evidenza, nei contenuti sul suo candidato, i commenti che ne parlano positivamente, e nascondere gli altri. In questo senso, secondo Brewer, le potenzialità maggiori per Facebook sono nella gestione di quello che gli utenti vedono delle attività e dei commenti dei propri amici. Tendiamo a dare importanza a quello che dice la gente, ma tendiamo a darne di più a quello che dice la gente che conosciamo e stimiamo. Già ora, un utente di Facebook tende a crearsi una cerchia di amici con i quali condivide le idee politiche: si crea in questo modo una specie di “bolla”, che è un efficace strumento di rafforzamento delle proprie convinzioni.

Robert Drechsel, professore di etica del giornalismo alla University of Wisconsin, ha detto a Gizmodo che secondo lui Facebook ha le stesse responsabilità di un giornale, e deve avere un approccio equo e oggettivo alle campagne elettorali. Per la legge americana, però, non è così. L’unico caso in cui Facebook violerebbe la legge sarebbe se si accordasse con un candidato per sabotarne un altro. Oltre a tutto questo, naturalmente c’è una grande questione di opportunità: Facebook è un’azienda e il suo scopo principale è fare soldi, crescere, e non immischiarsi nella politica americana. Un’operazione del genere, qualora fosse o diventasse pubblica, sarebbe un grosso danno di immagine per Facebook, che potrebbe avere dei contraccolpi nel numero dei suoi iscritti e quindi nei suoi introiti.

Facebook ha risposto con una breve nota, in cui spiega come utilizza le sue linee guida per mostrare i contenuti agli iscritti al servizio:

Prendiamo le accuse di errori molto sul serio. Facebook è una piattaforma per le persone e accoglie le opinioni di tutti gli schieramenti politici. Trending Topics mostra agli utenti i temi e gli hashtag popolari di cui si parla su Facebook. Ci sono rigorose linee guida in vigore per il team di revisione per garantire coerenza e neutralità. Queste linee guida non consentono la soppressione di opinioni politiche né permettono di dare priorità ad un punto di vista rispetto ad un altro o di un organo di stampa rispetto ad un altro. Queste linee guida non vietano ad alcun media di apparire nei Trending Topics.