John Boehner, l’uomo del giorno

Il politico statunitense che si è commosso accogliendo il Papa al Congresso si dimetterà il mese prossimo, a sorpresa, dopo anni di liti con un pezzo del suo partito

di Francesco Costa – @francescocosta
John Boehner. (Win McNamee/Getty Images)

Il politico statunitense John Boehner, uno dei principali dirigenti del Partito Repubblicano, lascerà alla fine di ottobre l’incarico di presidente della Camera dei Rappresentanti (il cosiddetto speaker), uno dei due rami del Congresso. Boehner era diventato speaker all’inizio del 2011, dopo la larga vittoria ottenuta dai Repubblicani alle elezioni di metà mandato del 2010: in questi cinque anni da speaker è stato di fatto la controparte legislativa di Barack Obama in quello che gli americani chiamano divided government, cioè quella situazione – piuttosto comune nella politica americana – in cui il partito di maggioranza al Congresso non è lo stesso di cui fa parte il presidente. Boehner fa parte del Congresso dal 1991 e da allora ogni due anni è stato rieletto nel suo collegio in Ohio.

Per una singolare circostanza, già prima che iniziasse a girare la notizia della sua decisione, oggi Boehner era sui siti di news di mezzo mondo: e questo perché giovedì 24 settembre, nelle sue funzioni di speaker della Camera, ha accolto al Congresso il Papa e – come gli succede spesso – si è commosso.

Boehner ha da sempre le lacrime facili. Ha pianto alla Camera alla fine del 2008, durante il discorso con cui difese la necessità di approvare il bailout, il piano di salvataggio delle banche; ha pianto durante un discorso col quale accusava i Democratici di voler abbandonare i soldati statunitensi impegnati in Iraq; ha pianto quando Julia Gillard, allora primo ministro australiano, rese omaggio ai pompieri morti l’11 settembre 2001 durante un discorso al Congresso, e tante altre volte ancora. Finché Ted Kennedy era vivo, ogni anno organizzava con lui una cena di raccolta fondi per le malridotte scuole cattoliche del paese, e ogni anno piangeva.

Questa cosa delle lacrime ha sempre dato un po’ di originalità al suo personaggio, che altrimenti si potrebbe descrivere come il cliché del Repubblicano statunitense che si-è-fatto-da-solo. Famiglia operaia, undicesimo di dodici fratelli e sorelle, iniziò a fare politica dal nulla dopo un’esperienza da piccolo imprenditore, ottenendo da subito un certo successo. Arrivò al Congresso nel 1990, dopo aver guidato un’associazione di imprenditori ed essere stato eletto deputato del Congresso locale dell’Ohio, e siccome era uno dei giovani parlamentari più promettenti l’allora speaker, Newt Gingrich, lo prese sotto la sua ala e lo introdusse ai dirigenti del partito, ai finanziatori e ai lobbisti. Boehner negli anni fece carriera, anche grazie alle sue idee molto di destra.

Boehner è diventato speaker della Camera nel 2010, sostituendo la Democratica Nancy Pelosi, dopo le elezioni di metà mandato con cui i Repubblicani tolsero la maggioranza ai Democratici spinti dall’entusiasmo dei cosiddetti “tea party”, una corrente organizzata e particolarmente estremista del Partito Repubblicano. Boehner aveva assunto l’incarico in nome innanzitutto della sua esperienza al Congresso, ma anche perché sembrava avere il profilo ideale: era indubbiamente un uomo dell’establishment, ma si pensava che le sue idee radicali e “reaganiane” gli avrebbero permesso di costruire un dialogo proficuo con i molti neo-eletti deputati vicini ai “tea party”. In realtà quel rapporto non ha mai funzionato davvero: tantissime volte Boehner si è trovato nella posizione di dover mediare tra i più moderati e i più estremisti del suo partito, finendone malsopportato da entrambi. In molti hanno indicato le sue difficoltà di questi anni come una delle conseguenza del radicale slittamento a destra del Partito Repubblicano.

Per farsi un’idea: un deputato Repubblicano del Kansas ha detto che le sue dimissioni sono «una vittoria per il popolo americano»; quella che segue, invece, è stata la reazione di una convention di elettori conservatori quando Marco Rubio ha annunciato le dimissioni di Boehner.

Proprio in questi giorni Boehner si trova immerso in una situazione del genere: i Repubblicani più estremisti vogliono fermare alla Camera la legge sul budget pur di tagliare i fondi a Planned Parenthood, un’organizzazione non profit che fornisce servizi sanitari alle donne (tra cui le interruzioni volontarie di gravidanza) e che è stata accusata di vendere o donare i feti o i loro organi a società che fanno ricerca scientifica e medica. Boehner si è detto favorevole a tagliare i fondi per Planned Parenthood, ma i Repubblicani al Congresso non possono farlo da soli perché i regolamenti parlamentari permettono ai Democratici di fare ostruzionismo al Senato (inoltre Obama ha già detto che metterebbe il veto su una legge che tagliasse i fondi). I Repubblicani più estremisti si stanno organizzando allora per arrivare a un nuovo “shut down” del governo statunitense, dopo quello del 2013: il blocco di tutte le attività non essenziali del governo ottenuto ritardando l’approvazione del budget.

Boehner è contrario a una soluzione così radicale e in questi giorni ha avuto ancora l’ingrato compito di spiegare ai suoi compagni di partito che con un divided government non possono ottenere tutto quello che vogliono: le trattative però non hanno portato da nessuna parte, tanto che 30 deputati Repubblicani hanno minacciato di indire un voto di sfiducia nei suoi confronti. Prima di dimettersi, insomma, Boehner rischiava di dover scegliere tra diventare l’unico speaker della Camera sfiduciato a metà mandato dai suoi compagni di partito oppure restare speaker solo grazie al sostegno (eventuale) di una manciata di deputati Democratici.

Stando a quanto si legge sui giornali statunitensi, le dimissioni di Boehner hanno convinto i Repubblicani a rinviare la battaglia politica su Planned Parenthood e approvare la legge di bilancio: non è chiaro se sia stato un vero e proprio scambio – la testa di Boehner pur di evitare lo shut down – ma di fatto è quello che molto probabilmente succederà. Uno shut down del governo avrebbe rischiato di danneggiare soprattutto i Repubblicani, che sono impegnati da mesi nella campagna elettorale con cui sperano di tornare alla Casa Bianca. Il politico favorito per succedere a Boehner è Kevin McCarthy, deputato della California eletto per la prima volta nel 2006: si troverà ad affrontare gli stessi problemi di Boehner, ma con un bel po’ di esperienza e talento in meno.

 

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