Matteo Renzi con Francois Hollande, David Cameron e Angela Merkel. (ANSA/ TIBERIO BARCHIELLI - UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI)
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  • lunedì 2 maggio 2016

L’Italia ora conta di più in Europa?

Lo sostiene un articolo del Guardian circolato molto negli ultimi giorni, mettendo in fila dati e opinioni: c'è di mezzo la Germania, come sempre

Matteo Renzi con Francois Hollande, David Cameron e Angela Merkel. (ANSA/ TIBERIO BARCHIELLI - UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI)

Dopo il suo insediamento come presidente del Consiglio, Matteo Renzi ha detto di voler dare una prospettiva più ampia ed “europea” al suo mandato di governo. Negli ultimi due anni ha parlato spesso della necessità di “salvare l’Europa”, “cambiare la narrazione dell’Europa”, “cambiare passo” rispetto alle politiche precedenti: e di volta in volta ha cercato confronti e scambi anche pubblici con i leader europei che a suo dire ostacolavano la necessità di cambiamento (fra cui la cancelliera tedesca Angela Merkelil presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker). I critici di Renzi spiegano che la sua intenzione sia cercare un nemico “forte” per legittimarsi politicamente in Italia, oppure che sia semplicemente in cerca di visibilità. Nei giorni scorsi però è circolato molto un articolo pubblicato dal Guardian e scritto dall’analista Anatole Kaletsky – intitolato “L’Italia può diventare l’improbabile salvatrice del progetto-Europa?” – che in qualche modo dà ragione a Renzi. Ma il ruolo dell’Italia in Europa è effettivamente cambiato, in questi due anni?

Cosa sostiene Kaletsky
Nel suo articolo, Kaletsky parla di un nuovo “rinascimento” italiano sia dal punto di vista economico sia politico, e ne attribuisce i meriti al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e allo stesso Renzi:

L’Italia ha guidato una tacita ribellione contro le politiche economiche pre-keynesiane del governo tedesco e della Commissione europea. Nelle riunioni dell’eurozona, e ancora questo mese all’assemblea del Fondo Monetario Internazionale a Washington, Padoan ha sostenuto la necessità di stimoli fiscali in maniera più convinta e coerente di ogni altro leader europeo. Ancora più importante: Padoan ha iniziato davvero ad applicare questi stimoli tagliando le tasse senza far saltare i progetti di riduzione della spesa pubblica, nonostante la Germania e la Commissione europea avessero chiesto all’Italia di contenere la sua spesa. Il risultato è che in Italia la fiducia dei consumatori e delle imprese italiane è ai livelli massimi da 15 anni a questa parte, la situazione del credito è migliorata e l’Italia è l’unico paese fra quelli del G7 che nel 2016 crescerà di più rispetto al 2015 (seppure con un tasso ancora inadeguato, l’uno per cento).

La rinascita della leadership e dell’autostima italiana può anche essere notata nella politica interna ed estera. Renzi è stato l’unico leader europeo ad aumentare i voti del proprio partito alle elezioni europee del 2014, e successivamente il suo dominio sulla politica italiana è aumentato. Mentre le forze populiste minacciano Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, l’Italia ha voltato le spalle a Silvio Berlusconi, e Renzi è riuscito a erodere consensi sia alla Lega Nord sia al Movimento 5 Stelle. Il risultato è che il suo governo ha iniziato ad applicare riforme del lavoro, delle pensioni e della pubblica amministrazione impensabili in passato. […] E il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, sta collaborando col suo predecessore, l’Alto responsabile per gli affari esteri dell’UE Federica Mogherini, per elaborare un approccio europeo più pragmatico sulla crisi in Libia e la gestione dei migranti.

Per quanto diversi commentatori ritengono che il consenso politico di Renzi sia sceso da quel famoso 40,8 per cento alle elezioni europee – gli ultimi sondaggi danno il Partito Democratico, di cui Renzi è segretario, attorno al 31 per cento – negli ultimi mesi il governo italiano si è effettivamente posto spesso in visibile contrasto con la Commissione europea e il governo della Germania. Kaletsky spiega però che proprio la “solitudine” del governo tedesco su molte questioni e la generale debolezza politica di altri paesi europei potrebbero creare le condizioni per un ruolo più rilevante dell’Italia, che Renzi ha già fatto capire di volersi ritagliare.

In un’intervista col New York Times pubblicata a gennaio, Renzi ha spiegato che l’Europa manca di una visione ampia e positiva sullo sviluppo economico e la politica estera, e che «dopo due anni di ascolto, è arrivato il mio turno di parlare». Mattia Toaldo, analista dell’European Council on Foreign Relations, ha sintetizzato al Post che l’Italia «sta cercando di tornare al ruolo che aveva prima della Seconda repubblica: un soggetto più che un oggetto della politica europea, senza più senso di inferiorità verso gli altri. Ecco perché il rifiuto della logica dei “compiti a casa”».

Da che parte stiamo?
Renzi ha cercato di tenere una posizione “forte” su tutti i temi principali di cui si è discusso in sede europea negli ultimi mesi: dal punto di vista della politica economica ha spesso criticato genericamente gli “euroburocrati” di Bruxelles e l’eccessiva attenzione all’austerità finanziaria; in politica estera è stato critico sull’eventualità di prolungare le sanzioni alla Russia e di dare soldi alla Turchia per gestire il flusso dei migranti senza chiedere impegni precisi su come spenderli; dal punto di vista della politica europea, ha difeso molti dei paesi accusati di non aver tagliato a sufficienza la spesa pubblica (anche se definì il referendum in Grecia sulle misure di austerità “un errore”) . E soprattutto ha scelto di sostituire l’ambasciatore italiano all’Unione Europea – il diplomatico Stefano Sannino, nominato appena un anno prima – con una figura molto più politica, l’ex apprezzato viceministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Quest’ultima decisione in particolare ha creato parecchio scalpore a Bruxelles. Di recente Politico ha messo su un grafico cartesiano la leadership – cioè fondamentalmente la stabilità politica – di ciascun paese dell’Unione in rapporto alla sua influenza a Bruxelles. In quanto a leadership, nel grafico di Politico Renzi è secondo solo ad Angela Merkel, mentre è molto indietro in quanto a influenza a Bruxelles.

politico

L’impressione che l’Italia voglia ritagliarsi un ruolo europeo “pubblico” sempre più rilevante, oltre che condivisa da molti osservatori, è data anche da alcune recenti dichiarazioni e proposte del suo governo. Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio per gli Affari Europei, è sempre molto attivo: a gennaio del 2016 ha annunciato che l’Italia intende riformare i trattati principali dell’Unione Europea, e che progetta una specie di riforma complessiva che prevede «un’Europa differenziata, con due cerchi all’interno di una grande Unione continentale. Ci sarebbe un cerchio più ampio che comprenderebbe tutti i paesi e si fonderebbe sul mercato unico e le sue quattro libertà fondamentali, a partire da Schengen. Un secondo più stretto, il cuore dell’Unione, sarebbe composto da una zona euro riformata e approfondita». Gozi non ha diffuso ulteriori dettagli, ma ha specificato che la proposta italiana è sostenuta dai governi di Belgio, Olanda, Lussemburgo, Portogallo, Grecia e Malta. Poco tempo dopo ha proposto che i paesi dell’eurozona eleggano un ministro del Tesoro comune.

Più di recente, il governo Renzi ha sottoposto agli altri paesi europei un documento ufficioso intitolato “migration compact” incentrato su nuove pratiche per contrastare l’immigrazione irregolare, che fra le altre cose contiene la proposta di istituire dei bond europei per finanziare le nuove misure. Il Financial Times ha scritto che il documento è stato «accolto positivamente» dalle autorità europee, sebbene un portavoce del governo tedesco abbia smentito la possibilità che bond del genere possano essere effettivamente emessi (la Germania teme probabilmente di dover pagare interessi troppo alti a causa del fatto che questi bond sarebbero emessi assieme a paesi dall’economia molto poco stabile).

Già a gennaio Reuters aveva definito “rischioso” l’atteggiamento ambivalente di Renzi, a parole molto filo-europeo ma critico con gli organi che fanno effettivamente funzionare la burocrazia europea e con la Germania: soprattutto perché da mesi è in ballo fra Commissione europea e governo italiano una questione molto importante sulla cosiddetta “flessibilità”. In breve, la “flessibilità” è una cosa ben specifica ed illustrata nel dettaglio da un documento (PDF) che la Commissione europea ha pubblicato il 13 gennaio 2015, si dice su insistenza del governo italiano che desiderava un chiarimento sul tema. Nel testo viene spiegato che uno stato membro può chiedere di sforare il rapporto deficit/PIL annuale dello 0,5 per cento, rispetto ai parametri concessi, se nell’anno precedente ha approvato riforme in grado di migliorare le sue prospettive economiche, e di un ulteriore 0,2 per cento per eventi straordinari.

Nella legge di stabilità che vale per il 2016, approvata nel dicembre 2015, il governo italiano si è già preso tutti questi margini, giustificando lo 0,5 per cento in più con le riforme come il Jobs Act e lo 0,2 per cento in più con la crisi dei migranti. In teoria però si tratta di clausole una tantum e cioè che possono essere invocate una volta soltanto: il governo italiano se le è già arrogate quest’anno, e sulla carta non potrebbe richiederle per altre future leggi di stabilità. La decisione sulla legge di stabilità 2016, che secondo il Financial Times arriverà a maggio, dovrebbe essere favorevole: il fatto è che Renzi sta facendo pressione per fare sì che l’Italia riesca a ottenere il permesso di sforare i parametri del deficit anche in futuro, di fatto chiedendo una forzatura. Diversi osservatori avevano sottolineato come in un incontro privato avvenuto a fine gennaio Renzi aveva ottenuto i complimenti di Merkel per le riforme approvate sino a quel momento, cosa che può influenzare positivamente la Commissione. Ma non è chiaro se il nuovo litigio pubblico con la Germania potrà influenzare in senso negativo la decisione della Commissione sulla legge di stabilità, o se si tratti solo di una manovra per segnalare attenzione sul tema della gestione dei migranti.

Diversi osservatori ritengono comunque che difficilmente l’Italia assumerà un ruolo esplicitamente anti-tedesco o anti-europeo. Come sottolinea Toaldo, l’Italia è allineata alla Germania su tutte le questioni più rilevanti di politica estera degli ultimi mesi: sulla gestione dei migranti – Italia e Germania chiedono sostanzialmente una revisione degli accordi di Dublino – su cosa fare in Libia, in Siria e in Iran, «contro qualsiasi escalation». Alla fine, spiega Toaldo, «fra i cinque grandi [paesi] nell’Unione Europea, Merkel è quella più vicina a Renzi». Gabriele D’Ottavio, esperto di storia della Germania e dell’integrazione europea, ha detto al Post: «Non credo sia nell’interesse dell’Italia ritagliarsi un ruolo di paese guida all’interno dell’UE in opposizione alla Germania, né del resto mi sembra che le ultime mosse del governo italiano possano essere interpretate in questo senso». D’Ottavio fa notare che il documento della Commissione Europea sulla flessibilità è arrivato su insistenza dell’Italia, ma «con il sostegno di altri paesi europei e con l’avallo della stessa Germania».

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