I giocatori dello Shakhtar dopo la vittoria in Europa League contro l'Anderlecht (SERGEI SUPINSKY/AFP/Getty Images)
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  • venerdì 29 Aprile 2016

Lo Shakhtar Donetsk resiste, nonostante tutto

Una delle squadre di calcio più bistrattate d'Europa ha dovuto lasciare la sua città da due anni a causa della guerra, ma se la sta cavando lo stesso molto bene

di Pietro Cabrio
I giocatori dello Shakhtar dopo la vittoria in Europa League contro l'Anderlecht (SERGEI SUPINSKY/AFP/Getty Images)

Giovedì sera lo Shakhtar Donetsk ha pareggiato 2 a 2 contro il Siviglia nell’andata delle semifinali di Europa League, che proprio il Siviglia vince da due anni di fila. La squadra ucraina, allenata da dodici anni dall’esperto allenatore romeno Mircea Lucescu, è andata in svantaggio dopo meno di dieci minuti dal calcio d’inizio ma è riuscita a recuperare e a portarsi in vantaggio prima della fine del primo tempo. Poi, a dieci minuti dalla fine, il Siviglia ha pareggiato con un calcio di rigore. La partita di ritorno si giocherà in Spagna fra una settimana ma per lo Shakhtar, quest’anno, solo arrivare in semifinale di Europa League è stato un grande risultato: la squadra infatti da due anni si è dovuta trasferire a Leopoli perché la città in cui ha sede, Donetsk, è diventata uno dei centri degli scontri tra milizie filo-russe e esercito ucraino. Anche le strategie societarie, che da una decina di anni hanno fatto la fortuna del club, sono dovute cambiare e tutta la società vive da anni in una situazione di semi-precarietà: è rimasta in piedi grazie al suo presidente, uno degli uomini più ricchi del mondo, ma nel frattempo è diventata inaspettatamente un simbolo di unità nazionale – anche se i suoi giocatori, da una decina di anni, sono prevalentemente stranieri.

Lo Shakhtar Donetsk è stato fondato nel 1936 come club dei minatori della regione del Donbass. È la squadra ucraina più vincente degli ultimi anni: dal 2004 a oggi ha vinto otto campionati, sette supercoppe nazionali e ha ottenuto risultati significativi anche nei tornei europei, ai quali partecipa regolarmente dalla stagione 2004/2005: nel 2009 vinse una Coppa UEFA battendo in finale il Werder Brema. Il miglior risultato ottenuto in Champions League fu la qualificazione ai quarti di finale, ottenuta nella stagione 2010-2011 eliminando la Roma al turno precedente. Nello stesso anno in cui vinse la Coppa UEFA, lo Shakhtar inaugurò il suo nuovo stadio, la Donbass Arena, uno degli impianti sportivi più grandi e moderni del paese e uno dei migliori in tutta Europa, che nel 2012 fu una delle sedi dei campionati di calcio europei.

Nel 2013, con lo Shakhtar all’apice del successo, cominciò la contestazione contro il presidente ucraino Viktor Yanukovich, che poi portò all’impeachment, alla sua fuga all’estero e alla guerra con i separatisti filorussi nella parte orientale dell’Ucraina. La regione del Donbass e il capoluogo Donetsk rimasero inizialmente fuori dagli scontri fra i due schieramenti, ma nei primi mesi del 2014 i combattimenti arrivarono fino in città. I dirigenti dello Shakhtar lasciarono Donetsk a metà maggio, quando ormai non era più possibile una permanenza sicura per giocatori, staff e dirigenti. Ad agosto due forti esplosioni danneggiarono la parte esterna della Donbass Arena e parzialmente anche degli spazi interni. Poche settimane dopo alcuni uomini armati occuparono temporaneamente la sede della società e danneggiarono seriamente anche il centro sportivo della squadra, costruito da pochi anni e considerato uno dei migliori in Europa.

I giocatori, i preparatori e tutto lo staff dello Shakhtar si trasferirono inizialmente in un albergo a poca distanza da piazza dell’Indipendenza, nella capitale Kiev, allenandosi nella palestra dell’albergo. Il capitano della squadra, il croato Darijo Srna, ha parlato recentemente del trasferimento della squadra, dicendo: “Mi ricordo il mio ultimo giorno a Donetsk. Era il 16 maggio 2014 e ci dissero di prepararci in fretta. Non presi niente da casa mia, prendemmo solo due macchine. Le mie magliette sono ancora appese nel guardaroba”. Per giocare le prime partite della stagione, la squadra iniziò a spostarsi verso Leopoli, città vicina al confine polacco e distante più di mille chilometri di Donetsk. Il trasferimento a Leopoli divenne poi definitivo nei mesi successivi.

Dalla metà degli anni Novanta il presidente dello Shakhtar è Rinat Akhmetov, un ricco imprenditore del settore minerario con un patrimonio che secondo Forbes si aggira attorno ai 12,5 miliardi di dollari, considerato al 39esimo posto fra gli uomini più ricchi del mondo. Negli anni, grazie ai soldi investiti da Akhmetov – che hanno peraltro reso possibile la costruzione del nuovo stadio, costato circa 400 milioni di euro – lo Shakhtar è riuscito ad acquistare calciatori di grande fama internazionale che difficilmente si sarebbero trasferiti a Donetsk se non motivati dalla promessa di stipendi molto alti e di un ambiente accogliente e con strutture sportive adeguate. La figura di Akhmetov però, come gran parte degli oligarchi ucraini, non è stata esente da dubbi e da episodi non ancora del tutto chiari sulla sua carriera.

Akhmetov divenne presidente dello Shakhtar nel 1995: era presente in società da alcuni anni, in quanto vice del presidente Achat Bragin, uomo legato alla mafia locale che venne ucciso dall’esplosione di una bomba mentre si trovava negli spogliatoi del vecchio stadio dalla squadra. Durante la guerra nella parte orientale del paese Akhmetov ha mantenuto per mesi una posizione ambigua, anche se in molti lo accusavano di appoggiare economicamente le milizie filo-russe. Akhmetov era anche noto per gli ottimi rapporti di amicizia che aveva con l’ex presidente dell’Ucraina Viktor Yanukovich, deposto nel febbraio del 2014. Secondo Orysia Lutsevych, una ricercatrice del centro studi britannico Chatham House intervistata dal New York Times qualche anno fa, Akhmetov ha beneficiato a lungo – anche sul piano finanziario – dei rapporti con Yanukovich.

In tutta la regione del Donbass, Akhmetov è visto con rispetto e ammirazione, sia per le sue attività imprenditoriali che per quello che ha fatto e sta facendo con lo Shakhtar. Da quando la guerra è arrivata a Donetsk, la società, per volere di Akhmetov, distribuisce regolarmente generi di prima necessita nei parcheggi sotterranei della Donbass Arena e si stima che per questo lo Shakhtar spenda almeno 15mila euro ogni mese. La società, prima dell’inizio della guerra, impiegava circa mille persone: oggi il numero è diminuito e quasi cinquecento dipendenti sono rimasti in città a gestire la distribuzione degli aiuti e curare quello che resta delle strutture societarie. Tuttora, grazie allo Shakhtar, una ventina di camion raggiungono la città per portare gli aiuti diverse volte alla settimana. Il direttore generale del club, Sergei Palkin, ha detto in una recente intervista: “Se non facciamo arrivare a destinazione i convogli, la gente di Donetsk si troverà in una bruttissima situazione. Non c’è nulla, specialmente per le persone che vivevano con le pensioni fornite dallo stato. Se una persona va a Donetsk noterà che la città non è cambiata molto, ma se si guarda dentro le case e se si parla con la gente, allora si capisce che la situazione è catastrofica, il lavoro non esiste”.

Lo Shakhtar è famoso per avere creato negli anni una “colonia” di calciatori brasiliani. Per quanto possa sembrare strano immaginare una dozzina di ventenni brasiliani vivere in una regione mineraria nell’Ucraina dell’est, la “politica brasiliana” ha ripagato tutte le cifre spese dalla società per scovare e acquistare dal Brasile alcuni dei migliori talenti in circolazione. Molti dei brasiliani che oggi giocano nelle più importanti squadre d’Europa sono passati prima da Donetsk. La politica brasiliana è cominciata un anno dopo la vittoria del primo campionato, nel 2002. Il primo fu l’attaccante Brandao, poi seguirono, in ordine: Ivan, Jadson, Matuzalem, Batista, Elano, Fernandinho, Leonardo, Luiz Adriano, Willian, Ilsinho, Marcelo Moreno, Douglas Costa, Alex Texeira, Eduardo, Dentinho, Alan Patrick, Taison, Ismaily, Maicon Oliveira, Bernard, Fred, Fernando, Wellington Nem, Marlos e Marcio Azevedo. Ventisei giocatori brasiliani in tredici anni, accompagnati stagione dopo stagione da altri ottimi giocatori, come Dario Srna, Dmytro Chygrynskiy, Nery Castillo, Henrikh Mkhitaryan, Razvan Rat e Facundo Ferreyra. Per alcuni di loro non si è badato a spese: Bernard è stato pagato 25 milioni nel 2013, Taison e Fred 15, Matuzalem e Willian 14. Altri invece sono stati venduti a più del doppio della cifra spesa per acquistarli: Willian è andato al Chelsea per 35 milioni, Fernandihno al Manchester City per 40 e Douglas Costa è passato al Bayern Monaco per 30 milioni.

La politica brasiliana dello Shakhtar è iniziata per volere di Mircea Lucescu, grande ammiratore delle qualità dei giocatori brasiliani, in comune accordo con la società. Negli ultimi dieci anni la società ha ingaggiato numerosi osservatori con ottime conoscenze dei campionati brasiliani, come Luis Gonsalves, precedentemente al Porto. Durante la sosta invernale del 2015, la squadra andò anche in tourneè in Brasile.

Sempre a causa della guerra però, lo Shakhtar ha deciso di interrompere l’acquisto di giocatori brasiliani. Nell’estate del 2014 alcuni giocatori sudamericani della squadra decisero di restare in Francia dopo aver disputato un’amichevole contro il Lione, perché a Donetsk non si sentivano più al sicuro. Poi la squadra fu trasferita e i giocatori tornarono, ma le circostanze rimasero comunque complicate. Per questo la società, anche per via di alcuni piccoli problemi alle società di Akhmetov, ha deciso di puntare sui giocatori ucraini e dell’Est Europa. I dirigenti da alcuni mesi sono alla ricerca di un club-satellite nei Balcani, da comprare per far crescere i propri giocatori da quelle parti e ampliare la propria conoscenza in quella regione.

A ogni sessione di mercato la presenza di brasiliani nello Shakhtar diminuisce progressivamente. Quest’anno sono stati venduti Luiz Adriano, Fernando, Douglas Costa, Ilsinho e Alex Texeira. I rimpiazzi provengono quasi tutti dall’ottimo settore giovanile del club. Non vengono spesi nemmeno molti soldi come un tempo nelle sessioni di mercato. Palkin, raccontando come è cambiata l’organizzazione societaria del club, ha detto: “Eravamo soliti ricevere grosse somme dalla pubblicità e dagli sponsor, che però, da quando ci siamo spostati a Leopoli, sono quasi tutti spariti. Alcune delle aziende di Donetsk che ci sponsorizzavano non esistono nemmeno più. Chi è riuscito a spostarsi non è più interessato allo Shakhtar, pensano solo a come poter sopravvivere”.

La forza economica dello Shakhtar tuttavia è rimasta ancora superiore alla maggioranza dei club ucraini ed europei, e nonostante le grandi difficoltà incorse negli ultimi mesi la squadra sembra riuscire a rimanere ad alti livelli. Quest’ultima stagione non era iniziata molto bene: la squadra rischiò di essere eliminata ai preliminari di Champions League dal Rapid Vienna e non ha disputato una buona fase a gironi del torneo. Si è qualificata comunque per l’Europa League, dove è arrivata fino alle semifinali. Il campionato lo ha vinto la Dinamo Kiev ma lo Shakhtar è arrivato secondo e si è qualificato ai preliminari di Champions per la prossima stagione. Le altre importanti squadre della parte orientale dell’Ucraina sono tutte fallite o sono state profondamente ridimensionate. La seconda squadra di Donetsk, il Metalurg, non esiste più, mentre il Metalist di Kharkiv, un tempo una delle squadre più ricche d’Europa, da un paio di anni si trova a lottare per non retrocedere e il suo proprietario è accusato di aver finanziato le milizie filo­russe: tutti i giocatori stranieri se ne sono andati e ora la rosa è formata interamente da giocatori ucraini.

Per via delle ultime vicende, lo Shakhtar è diventato abbastanza inaspettatamente un simbolo di unità nazionale, sebbene storicamente la maggioranza della sua rosa sia composta da giocatori stranieri. Come si è visto nell’ultima partita di Europa League contro il Siviglia, decine e decine di bandiere ucraine vengono esposte dal pubblico di Leopoli e tutto lo stadio è solito cantare l’inno ucraino durante ogni partita europea della squadra. Tutto questo però ha causato anche un’intensificazione dei rapporti tra la tifoseria e i movimenti nazionalisti. Nell’estate del 2014 un gruppo di ultras dello Shakhtar annunciò che alcuni di loro si sarebbero uniti al Battaglione Azov, un gruppo di milizie volontarie dell’est, per combattere i filorussi; e non è raro vedere, soprattutto nelle partite di campionato, tifosi che espongono croci celtiche e altri simboli riconducibili a Pravyi Sektor, il partito politico nazionalista ucraino.

Nella regione del Donbass ora è stata stabilita una tregua, che però continua ad essere violata con un certa regolarità da entrambi gli schieramenti. Non si sa ancora con certezza quando lo Shakhtar potrà tornare a Donetsk.