Hillary Clinton dopo la vittoria a New York. (TIMOTHY A. CLARY/AFP/Getty Images)

Clinton e Trump hanno vinto a New York

E hanno vinto largamente, nonostante le difficoltà delle settimane scorse, confermando di essere ancora i grandi favoriti delle primarie

di Francesco Costa – @francescocosta
Hillary Clinton dopo la vittoria a New York. (TIMOTHY A. CLARY/AFP/Getty Images)

Hillary Clinton e Donald Trump hanno vinto le primarie nello stato di New York rispettivamente per il Partito Democratico e il Partito Repubblicano. Erano primarie molto importanti, perché mettevano in palio molti delegati e perché la posizione di favoriti di Clinton e Trump nelle ultime settimane era stata messa in discussione da una serie di vittorie dei loro principali sfidanti, Bernie Sanders tra i Democratici e Ted Cruz tra i Repubblicani. Sia Sanders che Cruz a New York sono andati invece piuttosto male.

Tra i Democratici, Hillary Clinton ha ottenuto il il 57,7 per cento dei voti e 169 delegati; Bernie Sanders il 42,3 per cento e 104 delegati. I sondaggi dei giorni precedenti al voto davano Sanders in svantaggio ma non di così tanto, al massimo una decina di punti percentuali, alcuni anche meno; gli exit poll lo davano appena quattro punti indietro; lo stesso Sanders durante i suoi comizi aveva messo l’asticella in alto, dicendo «vinceremo a New York». Lo staff di Sanders aveva considerato a lungo le primarie di New York come un contesto potenzialmente favorevole e nel quale poter ottenere una vittoria di gran peso, per via del numero dei delegati in palio, per il valore simbolico e politico che avrebbe avuto e perché veniva da una serie di vittorie in stati più piccoli.

Sia Sanders che Clinton sono considerati “di casa” a New York: Sanders – che si definisce socialista e su molti temi è più radicale di Clinton, ma piace soprattutto ai bianchi – è nato a Brooklyn e ci ha vissuto fino alla fine delle scuole superiori, Clinton è nata a Chicago ma ha vissuto a lungo a New York e lo stato di New York l’ha eletta per due volte al Senato. Sanders ha vinto nella maggioranza delle contee ma ha perso in tutte quelle più popolose, importanti e variegate dal punto di vista etnico, dentro e attorno alle grandi città; Clinton ha vinto tra le altre cose in tutti e cinque i boroughs di New York, andando bene soprattutto nel Bronx – dove ha vinto col 70 per cento dei voti – confermando così la grande presa che ha la sua candidatura sugli elettori afroamericani.

Questa è la situazione odierna dei Democratici nella conta dei delegati:

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Tra i Repubblicani, invece, una larga vittoria di Trump era considerata ampiamente prevista: Trump è nato nel Queens e cresciuto a Manhattan, e New York è uno dei posti negli Stati Uniti in cui il suo fascino sugli elettori Repubblicani può essere più forte (avete letto la storia dei sostenitori di Trump sul traghetto di Staten Island? Da quelle parti stanotte Trump ha ottenuto l’82 per cento dei voti). Complessivamente, Trump ha ottenuto il 60 per cento dei voti e 89 delegati; è arrivato secondo John Kasich, con il 25,2 per cento dei voti e 3 delegati; è arrivato terzo Ted Cruz, il principale sfidante di Trump, con il 14,8 per cento e nessun delegato.

Ci sono tre dati interessanti in questo risultato. Il primo è che la distribuzione dei delegati con sistema prevalentemente maggioritario, prevista dalle regole del partito statale, ha permesso a Trump di fare praticamente il pieno e allungare il suo vantaggio su Cruz; il secondo è che Trump ha vinto in tutte le contee dello stato di New York eccetto proprio Manhattan, dove ha vinto Kasich, a dimostrazione di quello che pensa di lui l’establishment locale del partito; il terzo è che Cruz è andato malissimo, persino peggio delle sue già modeste aspettative, e ha pagato probabilmente l’aver accusato in passato Trump di essere poco credibile perché portatore dei «valori di New York» (cioè valori di sinistra, intendeva Cruz, che è un texano particolarmente conservatore e religioso).

Questa è la situazione odierna dei Repubblicani nella conta dei delegati:

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Per quanto sia improbabile, è ancora possibile che Trump arrivi alla convention estiva col maggior numero di delegati, ma senza la maggioranza assoluta: sarebbe una cosa senza precedenti da quando le primarie funzionano così, cioè dagli anni Settanta. Al primo scrutinio della convention la maggior parte dei delegati sono vincolati a votare il candidato con cui sono stati eletti alle primarie: se nessuno avrà la maggioranza assoluta dei voti, i delegati diventano progressivamente liberi di votare per chi vogliono: si aprirebbero allora negoziati, trattative e scenari molto incerti, visto che in teoria i delegati potrebbero votare sia per un altro candidato alle primarie che per un politico che alle primarie non ha del tutto partecipato.

Le primarie statunitensi, comunque, sono entrate nella loro fase finale: rimangono un mese e mezzo e una manciata di stati. Il 26 aprile si vota in un giorno solo in Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania e Rhode Island, e ci saranno quindi molti delegati in palio; poi a maggio si voterà in una serie di stati più piccoli e meno influenti prima della data fondamentale e finale, il 7 giugno, quando si voterà in un giorno solo in California (che da sola mette in palio moltissimi delegati) e Montana, New Jersey, New Mexico, North Dakota e South Dakota (il South Dakota solo per i Democratici).