La morte, for dummies

Ci sono sempre più bestseller che ne parlano, scritti da medici, romanzieri e illustratori

(Matt Cardy/Getty Images)

In testa alle classifiche dei libri più venduti degli Stati Uniti ci sono da mesi alcuni libri che parlano della morte. Anche in Italia è meno solido l’antico luogo comune dell’editoria secondo cui i libri sulla morte non vendono perché alla morte nessuno ha voglia di pensare. (Una legge che si accompagna al tabù corollario di non mettere mai la parola morte in un titolo). I casi più recenti sono quelli di When Breath Becomes Air di Paul Kalanithi (che in Italia sarà pubblicato da Mondadori con il titolo Quando il respiro si fa aria), il diario di un medico morto a 38 anni per un tumore ai polmoni, che è primo nei saggi e negli ebook, e di Being Mortal di Atul Gawande– appena pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Essere mortali – una riflessione sul modo di affrontare la morte ispirata dalla malattia del padre, per più di un anno nei primi posti delle classifiche del New York Times. Il successo dei libri di Kalanhiti e Gawande segue quelli di Gratitude di Oliver Sacks e di Can’t We Talk About Something More Pleasant? della disegnatrice del New Yorker Roz Chast, e precede quelli annunciati di The Violet Hour di Katie Roiphe sulla morte di John Updike, Maurice Sendak, Susan Sontag, Dylan Thomas e Sigmund Freud, e soprattutto di ZeroK di Don Dellillo, su un miliardario che cerca di prolungare la vita della moglie malata terminale, in uscita a maggio.

Due articoli del New York Magazine e del Wall Street Journal interpretano il fenomeno come il segno di un cambio di prospettiva. Dopo secoli di silenzio e pudore, durante i quali la morte è stata ospedalizzata e resa tecnologica fino a scomparire, la morte sembra ritornata a essere un fatto pubblico, qualcosa di cui le persone sentono il bisogno di parlare. Lo confermano anche le innumerevoli storie di malati terminali che diventano virali su Internet. Il Wall Street Journal scrive che dal 2016 il governo federale incomincerà a rimborsare gli operatori sanitari incaricati di parlare con i malati terminali. Ipotizza che il bisogno di parlare della morte sia determinato soprattutto dal fatto che stanno morendo i genitori dei baby boomers, la generazione più numerosa della storia umana.

Il New York Magazine lega il silenzio che, fino a oggi, ha circondato la morte all’ansia di consumo della cultura americana: «Gli americani sono i migliori del mondo a seppellire le loro ansie esistenziali sotto una montagna di patatine fritte e viaggi da Walmart», ha detto all’Atlantic lo psicologo Sheldon Solomon. L’imperativo a pensare positivo cancella la morte dall’insieme degli eventi possibili. In questo contesto Paul Kalanithi, l’autore di When Breath Becomes Air, dopo la morte è diventato una star. Le presentazioni del libro sono sempre affollatissime. La sua «decisione di non distogliere gli occhi dalla morte», scrive la moglie Lucy nell’epilogo del libro, «testimonia un coraggio che non celebriamo abbastanza nella nostra cultura che evita la morte».

In realtà in libreria, la morte tira da sempre quanto l’amore, solo che chi legge è comprensibilmente più restio all’identificazione. Libri che parlano di morti o che hanno la parola morte nel titolo hanno sempre venduto moltissimo, a patto però che la morte fosse quella degli altri, come succede nei gialli e nei thriller, o la schiera dei libri su zombie e non-morti. Ma anche di libri sulla mortalità come qualcosa da vivere e accettare sono sempre stati scritti e pubblicati. Solo che oggi vendono di più e possono diventare best seller assoluti. Si possono citare il classico del 1969 La morte e il morire di Elisabeth Kübler-Ross, Come moriamo di Sherwin Nuland, vincitore del National Book Award e finalista al Pulitzer, pubblicato nel 1993 da Mondadori e ora fuori catalogo, La morte amica della psicologa francese Marie De Hennezel fino a The top five regrets of the dying (Vorrei averlo fatto) di Bronnie Ware, un’infermiera che raccolse i rimpianti dei malati terminali che aveva curato (i primi cinque: non avere vissuto secondo le aspettative degli altri; avere lavorato troppo; non avere avuto il coraggio di esprimere i propri sentimenti; avere perso di vista gli amici; non essersi permessi di essere felici). Quello che sta succedendo è che i temi della fine della vita, della malattia e dell’elaborazione del lutto, trovano un pubblico più vasto e una centralità culturale che non avevano. Anche in Italia.

Nel 2008 L’anno del pensiero magico di Joan Didion fu un successo grande e inaspettato. L’anno dopo Accabbadora di Michela Murgia vendette più di 300 mila copie. Altri bestseller sul tema sono Così è la vita di Concita De Gregorio e Braccialetti rossi di Albert Espinosa. Hanno venduto bene anche libri più difficili che non hanno potuto contare sul successo televisivo o sulla notorietà degli autori, come Cosa vuol dire morire, interviste a sei importanti filosofi italiani, o Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera, appena pubblicato da Ponte alle Grazie e in classifica. Sono molti, e piuttosto venduti, anche i libri sul tema dell’eutanasia e l’accanimento terapeutico, da Saper morire di Giandomenico Borasio, a Il diritto di non soffrire di Umberto Veronesi fino a Morire felici del teologo Hans Küng. Ed è questa, forse, più che la morte dei genitori dei baby boomers e la crisi dell’edonismo americano, la vera ragione, profonda e insieme banale, dell’interesse che la morte suscita e del tramonto del tabù che l’ha circondata. Il prolungamento delle cure implica l’allungamento del tempo in cui si muore, e trasformare la morte da evento in un periodo della nostra vita.

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