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  • martedì 12 aprile 2016

Le città dei migranti, dall’alto

Grandi fotografie satellitari mostrano gli sterminati campi profughi africani dove vivono decine di migliaia di persone

Satellites è un progetto del fotografo italiano Marco Tiberio, che ha messo insieme le fotografie satellitari di numerosi campi profughi tra Kenya e Algeria, dove vivono i profughi di una decina di conflitti diversi. Quelle che dall’alto potrebbero sembrare delle città sono un nuovo tipo di “centro abitativo”, scrive Tiberio: «L’obiettivo di “Satellites” è proprio quello di analizzare, attraverso l’immagine satellitare, queste nuove città createsi dal nulla e indagare come queste si siano evolute». Ogni città, infatti, è diversa dalle altre e nella sua forma mostra delle caratteristiche della sua storia e di chi la abita.

«Il risultato principale della mia ricerca», spiega Tiberio, «riguarda l’evoluzione e le tipologie di queste città, che sembrano aver realmente seguito i principi della pianificazione urbanistica». Ci sono quindi una serie di differenze tra i vari campi, visibili anche all’occhio di una persona non esperta. «Nei campi profughi del Daadab, in Kenya, c’è una struttura più organizzata, con il campo diviso in diversi blocchi di case». In alcuni casi le fotografie sembrano mostrare delle città americane, con le loro griglie di strade perfettamente allineate e simmetriche.

I campi in Algeria, invece, sono diversi: «Non esiste una struttura a blocchi, o almeno, è meno pronunciata». La loro crescita sembra essere stata “naturale”: «Si può anche parlare di sprawl urbana, che può essere descritto come la crescita non organizzata di una città, non pianificata, con una maggiore quantità di terreno utilizzato per un numero minore di abitanti».

Tiberio racconta di essere un “patito” di Google Earth e Google Street View. Inizialmente si era interessato alle foto satellitari di Calais, dove sorge la cosiddetta “giungla”, un campo di accoglienza per migranti che intendono dirigersi nel Regno Unito. Al campo di Calais, Tiberio ha dedicato un suo progetto precedente, Invisible Cities. Architecture of Exodus. Durante il lavoro per Invisible Cities «ero alla ricerca di un’immagine satellitare del campo», spiega Tiberio, «per dare un’idea più chiara del campo profughi».

Allora però si accorse che non c’erano fotografie aggiornate dall’alto, né di Calais né delle altre città della Francia settentrionale fortemente coinvolte nell’accoglienza dei migranti. Le uniche immagini disponibili risalivano al 2004, quando il campo profughi non era ancora sviluppato. «Quindi mi sono detto che sarebbe stato interessante vedere cosa succedeva in Africa e lì ho scoperto che le immagini sono in HD, aggiornate al 2016». Ognuna delle fotografie del progetto è il risultato della composizione di un centinaio di screenshot in alta definizione. Le immagini originali possono misurare fino a 10 metri di lunghezza.

Negli ultimi giorni Tiberio ha scoperto che su Google Earth Pro sono state da poco caricate delle fotografie satellitari di Calais che risalgono allo scorso novembre. Su Google Maps, invece, le immagini sono ancora ferme al 2004.

Calais, 2004, Google Maps
calais_2004GoogleMaps

Calais, 2015, Google Earth Pro

calais_2015GoogleEarthPRO

Marco Tiberio è nato a Ravenna ma lavora anche a Bruxelles, in Belgio, facendo il fotografo e il multimedia researcher. Lavora “sia tramite fotografia tradizionale, prediligendo un approccio seriale, che tramite metodi di appropriazione, estrazione e composizione d’immagine” e si interessa soprattutto alle interazioni tra uomo, società e paesaggio. È co-fondatore dello studio di comunicazione DeFrost.

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