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  • venerdì 1 aprile 2016

Come sono fatte le case di Calais

Marco Tiberio ha fotografato cos'è e cosa è stato il grande campo per migranti di Calais, "la giungla", mostrandone abitudini, quartieri e negozi

Un'abitazione situata nella zona nord del campo, una volta prevalentemente abitata da rifugiati sudanesi ed eritrei. Questa è una delle prime costruzioni protette da un telo bianco più resistente, ha un giardino privato e una bandiera francese. Luglio 2015 Invisible Cities - Marco TIberio

Invisible Cities. Architecture of Exodus è un progetto di Marco Tiberio, fotografo italiano nato nel 1988: mostra e racconta le “case” del campo per migranti di Calais, una città sulla costa settentrionale della Francia dove da anni vivono migliaia di persone che sperano un giorno di ottenere asilo in Francia o raggiungere il Regno Unito attraversando la manica. La città nella città in cui vivono i migranti è diventata famosa come “la giungla di Calais”: perché era una baraccopoli caotica, problematica e, tra le altre cose, senza servizi igienici. Qualche settimana fa il campo di Calais è stato sgomberato.

A Calais ci sono però ancora dei migranti, anche se meno rispetto a qualche mese fa: di conseguenza molte delle case fotografate da Tiberio non ci sono più. Tiberio parla del suo progetto come di qualcosa che sta tra l’archivio e il testamento: dopo che la parte sud del campo è stata demolita restano solo una chiesa, una moschea e due scuole; la parte nord, dove ormai ci sono perlopiù container, è invece ancora lì.

Molte case sono state demolite o smantellate; quando una casa è ancora lì (o almeno era, fino a poco fa) è specificato nel testo

Tiberio è stato a Calais per la prima volta nel gennaio 2015 e ha spiegato che mese dopo mese il campo è diventato una vera e propria città, con scuole, chiese, negozi e quartieri divisi per funzione e per etnia dei migranti. Anche le case, seppur nel loro ordine, sono tra loro molto diverse: quelle di chi vuole chiedere asilo in Francia sono fatte in modo diverso da quelle di chi aspetta invece il momento buono per provare ad attraversare il canale della Manica per andare nel Regno Unito. Tiberio ha spiegato che le case più particolari sono quelle dei sudanesi; quelle dei migranti afghani e pakistani sono di solito semplici tende da campeggio; quasi tutti i migranti che arrivano dal Kuwait abitano invece in case prefabbricate e costruite direttamente sul campo da associazioni di volontariato.

Tiberio ha spiegato che le case sudanesi sono quasi sempre fatte da una serie di rami o tronchi intrecciati tra loro e fissati con chiodi o corde, con sopra uno strato di coperte per garantire l’isolamento dal freddo. I sudanesi chiedono spesso asilo in Francia. ma ci può volere anche un anno prima che la richiesta sia accettata. Le loro case sono quindi quelle più robuste, più simili a delle vere e proprie case. Quasi tutti gli afghani e i pakistani cercano invece di andare nel Regno Unito: l’Eurotunnel è però a 15 chilometri dal campo. Molti migranti lasciano quindi Calais, stanno qualche giorno vicino all’Eurotunnel e se non trovano il modo di andare oltre la Manica tornano a Calais. Le loro case sono più tende che case; le costruiscono sapendo – e sperando – di restarci poco.

Le case dei migranti eritrei sono «un mix tra i due tipi precedentemente descritti», ha spiegato Tiberio. «Anche i rifugiati eritrei hanno come obiettivo quello di raggiungere il Regno Unito, ma hanno l’abitudine di passare più tempo nel campo e condurre una vita più comunitaria. Per questo motivo spesso le abitazioni sono meno estemporanee e più robuste. E anche nel caso di tende, raramente sono tende singole». Siriani, iracheni e iraniani di solito «condividono lo stile di vita» di afghani e pakistani. I migranti che arrivano dal Ciad sono invece di solito più vicini ai sudanesi, per ovvie ragioni geografiche. Anche i negozi e i “ristoranti” sono particolari: sono attività commerciali ma sono anche case, perché chi ci lavora quasi sempre ci vive e ci dorme anche.

Marco Tiberio è nato a Ravenna ma lavora anche a Bruxelles, in Belgio, facendo il fotografo e il multimedia researcher. Lavora “sia tramite fotografia tradizionale, prediligendo un approccio seriale, che tramite metodi di appropriazione, estrazione e composizione d’immagine” e si interessa soprattutto alle interazioni tra uomo, società e paesaggio. È co-fondatore dello studio di comunicazione DeFrost.

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