La storia di Kitty Genovese

Una notizia e una serie tv stanno facendo riparlare di un vecchio famoso caso di cronaca americano, che divenne il simbolo di un fenomeno psicologico

di Arianna Marchente – @AMarchente

Negli ultimi giorni, grazie a una serie tv e a una notizia, negli Stati Uniti si è riparlato di uno dei casi di cronaca più famosi degli anni Sessanta: l’omicidio di Kitty Genovese.

Kitty Genovese fu accoltellata il 13 marzo del 1964 in un quartiere residenziale del distretto del Queens di New York, nella totale indifferenza dei suoi molti vicini di casa che si accorsero che stava succedendo qualcosa, ma non intervennero per aiutarla. Proprio la mancata reazione da parte dei testimoni rese celebre il caso Genovese, che in breve tempo divenne il simbolo dell’apatia e dell’indifferenza della vita nelle grandi città e finì con l’indicare un fenomeno psicologico conosciuto con il nome di “effetto spettatore” o, appunto, “sindrome Genovese”.

La morte di Genovese è uno dei temi su cui è costruito l’ultimo episodio della serie tv GIRLS (scritta e diretta da Lena Dunham), andato in onda domenica 3 aprile. Il 4 aprile, poi, è stata diffusa la notizia che il 28 marzo era morto l’uomo che aveva ucciso Genovese, in carcere da allora.

Chi era Kitty Genovese
Catherine Susan Genovese era nata a New York nel 1935 ed era cresciuta a Brooklyn. Nel 1954, dopo aver assistito a un omicidio nel loro quartiere, la madre decise di trasferire l’intera famiglia nel Connecticut. Genovese, che allora aveva 19 anni, decise di restare da sola a New York: sperava di riuscire a comprare e dirigere un proprio ristorante. Si trasferì nel Queens dove iniziò a gestire un bar. Chi la conosceva, dopo il suo omicidio la descrisse come una donna atipica per quegli anni, per il suo stile di vita autonomo. Successivamente si seppe che aveva una compagna con cui conviveva: Marie Ann Zielonko.

Come andò l’omicidio di Genovese
Il 13 marzo del 1964 Genovese finì tardi di lavorare e rientrò a casa in macchina, intorno alle 3 di notte. Scesa dall’auto si trovò davanti un uomo, che la inseguì e la pugnalò due volte con un coltello. L’uomo si chiamava Winston Moseley.

La ricercatrice Catherine Pelonero ha studiato il caso Genovese per 7 anni e ne ha raccontato la storia nel libro Kitty Genovese: A True Account of a Public Murder and its Private Consequences. Pelonero racconta che Genovese urlò molte volte quando venne colpita e chiese aiuto, dicendo che qualcuno la stava aggredendo. Sentendo le grida i vicini si svegliarono, ma non compresero la richiesta di aiuto. Un uomo si affacciò alla finestra e gridò a Moseley di lasciar stare la donna, ma non chiamò la polizia. Per paura di essere riconosciuto, Moseley risalì in macchina e si allontanò. Non fu una vera fuga: fece il giro dell’isolato per una decina di minuti e poi tornò indietro a cercare di nuovo Genovese, per aggredirla una seconda volta.

Nel frattempo Genovese, muovendosi a fatica, cercò di scappare verso casa: i vicini che la videro trascinarsi per strada pensarono che fosse ubriaca o molto stanca e non si interessarono a lei. Quando capì che non sarebbe riuscita a raggiungere casa sua per via delle ferite, Genovese, inseguita da Moseley, si rifugiò nell’androne di un palazzo. Chiese di nuovo aiuto, anche perché conosceva bene gli abitanti dell’edificio, ma ancora una volta non arrivò nessuno. Pelonero racconta che Genovese chiese esplicitamente aiuto a uno dei vicini che la stava guardando, ma lui pensò che fosse ubriaca e fece finta di non sentirla, dicendo all’amico che era con lui in quel momento che non voleva essere coinvolto nei problemi degli altri.

Poco dopo Moseley riuscì a trovarla, la stuprò e la pugnalò di nuovo. Solo molto tardi un abitante del palazzo scese le scale e cercò di soccorrerla; poi chiamò un’ambulanza, ma le ferite di Genovese erano gravi e la donna morì nel tragitto verso l’ospedale.

Chi era Winston Moseley, l’uomo che la uccise
Cinque giorni dopo l’omicidio Winston Moseley, un operaio sposato e incensurato, fu arrestato. Moseley raccontò che quel 13 marzo era uscito appositamente in macchina con l’idea di trovare e uccidere una donna. Durante l’interrogatorio confermò di aver ucciso Genovese e confessò di aver stuprato e ucciso anche altre due donne. La perizia psichiatrica lo definì un serial killer affetto da necrofilia; venne condannato a morte. La condanna a morte fu poi convertita in carcere a vita, perché non fu possibile stabilire con certezza se Moseley fosse in grado di intendere e di volere.

Dopo 52 anni di carcere Moseley, considerato uno dei più longevi detenuti statunitensi, è morto lo scorso 28 marzo. La notizia è stata diffusa solo il 4 aprile, in un articolo del New York Times che ha ricostruito la storia carceraria di Moseley e i suoi ripetuti tentativi di evasione. Nel 1968, durante un trasferimento dal carcere all’ospedale di Buffalo per una visita medica, assalì le guardie, prese cinque ostaggi e stuprò una donna prima che la polizia riuscisse nuovamente a catturarlo. Nel 1971 partecipò alla famosa rivolta della prigione di Attica. Nel 1977 riuscì a laurearsi in carcere e per 15 volte fece richiesta per la libertà condizionale, che gli fu sempre negata. Sapendo che Catherine Palonero stava studiando il caso Genovese, Moseley le scrisse moltissime lettere. In una di queste scrisse di sentirsi una vittima del sistema carcerario, spiegando che «la vittima di un omicidio soffre una volta sola, per qualche minuto o al massimo per ore, mentre la sofferenza di una persona in prigione dura per sempre».

Come si parlò del caso
Inizialmente i giornali non dedicarono molto spazio al caso Genovese. Il giorno dopo l’assassinio la notizia venne riportata brevemente sui quotidiani come un normale caso di cronaca. Due settimane dopo, il 27 marzo 1964, il giornalista investigativo Martin Gansberg firmò un articolo sul New York Times di cui si discusse moltissimo: raccontava che 38 persone erano state testimoni di un omicidio terribile e non avevano chiamato la polizia né i soccorsi. Dell’articolo di Gansberg si parla ancora oggi per via di alcune imprecisioni che sono state notate successivamente dallo stesso New York Times.

Nelle prime righe dell’articolo si legge infatti: «Per più di mezz’ora 38 cittadini per bene, rispettosi della legge, hanno osservato un killer inseguire e accoltellare una donna in tre assalti separati a Kew Gardens». Indagini e studi successivi dimostrarono invece che Kitty Genovese era stata aggredita due volte e non tre, che nessuno dei vicini aveva potuto assistere al delitto per intero e che, al contrario di quanto si diceva nell’articolo, almeno due persone in realtà avevano chiamato la polizia.

Perché nessuno è intervenuto?
Il caso di Kitty Genovese generò una serie di studi di psicologia sociale su quello che era stato definito “effetto spettatore” o “sindrome Genovese”. Gli psicologi Bibb Latané e John Darley studiarono il fenomeno e cercarono di capire come può succedere che più persone non intervengano davanti a un’emergenza. Nel loro libro The unresponsive bystander: Why doesn’t he help? Latané e Darley hanno spiegato che l’effetto si genera attraverso il duplice processo dell’ignoranza pluralistica e della diffusione di responsabilità. Da una parte il nostro comportamento tende a omologarsi a quello degli altri: se nessuno si interessa, allora anche noi tenderemo a disinteressarci. Dall’altra il disinteresse ci sembra giustificato perché deleghiamo la responsabilità agli altri e siamo convinti che anche se non interverremo personalmente, ci sarà qualcun altro disposto a farlo.

Per chi guarda GIRLS
La puntata “Hello Kitty” di GIRLS affronta il tema del caso Genovese attraverso uno spettacolo teatrale particolare, che prevede un coinvolgimento diretto degli spettatori. Il palcoscenico è il condominio in cui abitava Kitty Genovese e il cortile centrale: gli spettatori possono girare liberamente per gli appartamenti (in cui gli attori simulano la vita degli abitanti nella notte dell’omicidio) per cercare di capire come mai nessuno sia intervenuto.

Al termine della rappresentazione teatrale, il dialogo tra il personaggio di Hannah e quello di Ray mette in scena tre possibili interpretazioni: l’idea che i vicini di Genovese non abbiano agito per indifferenza, l’idea che non si siano resi conto di quello che stava accadendo e che si siano trovati a essere testimoni di qualcosa di cui non avevano capito la gravità, e infine l’idea che la mancanza di soccorso in questo caso specifico fosse dovuta all’orientamento sessuale di Genovese (e quindi al suo essere considerata da alcuni “una sbandata” o qualcosa del genere).

Qualcosa in più, da guardare
In occasione del cinquantesimo anniversario dalla morte di Kitty Genovese, nel 2014, venne girato anche un documentario intitolato The Witness, di cui si parlò molto bene, interamente incentrato sul punto di vista di Bill Genovese, il fratello della vittima. Nello stesso periodo il canale statunitense Sky Fox Crime mandò in onda un mini documentario per ricostruire tutta la vicenda dall’inizio.

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