Una foto di scontri scattata a Istanbul il 31 gennaio 2016 (BULENT KILIC/AFP/Getty Images)
  • Mondo
  • giovedì 18 Febbraio 2016

Cosa sta succedendo in Turchia

Il governo ha accusato i curdi siriani di essere dietro all'attentato di Ankara, ma i problemi arrivano anche dal PKK e dall'ISIS: una breve guida, per chi vuole capirci qualcosa

Una foto di scontri scattata a Istanbul il 31 gennaio 2016 (BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

Aggiornamento venerdì – L’attentato di Ankara è stato rivendicato dal TAK, un gruppo di miliziani curdi che in passato è stato legato al PKK.

***

Mercoledì un’autobomba è esplosa nel centro di Ankara, la capitale della Turchia, uccidendo almeno 28 persone e ferendone altre 61. L’attentato è stato diretto contro un convoglio militare – tra i morti ci sono diversi soldati turchi – ma finora non c’è stata alcuna rivendicazione: il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu ha detto giovedì che il responsabile dell’attacco è un curdo siriano (ma i curdi siriani hanno smentito il loro coinvolgimento) in collaborazione con il PKK: il governo ha già arrestato 14 persone. Quello di ieri non è il primo attentato compiuto in Turchia in tempi recenti, anzi: dallo scorso giugno ci sono stati cinque grandi attacchi terroristici, tra cui uno a ottobre sempre ad Ankara che ha ucciso oltre 100 persone. Le violenze sono il risultato dell’instabilità creata da due situazioni: la ripresa dello scontro del governo turco con il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e gli sviluppi recenti della guerra in Siria, paese che confina con la Turchia.

I curdi del PKK
L’instabilità in Turchia è causata prima di tutto dalla ripresa dello scontro con il PKK, il gruppo che storicamente combatte contro il governo turco per ottenere l’autonomia dei curdi. Lo scontro è ricominciato lo scorso luglio, quando i leader del PKK hanno dichiarato la fine della tregua che era stata in vigore per i precedenti due anni. La decisione del PKK era stata presa dopo che la Turchia aveva cominciato a bombardare alcuni campi del PKK nel nord dell’Iraq, all’interno di una più ampia operazione militare diretta principalmente contro lo Stato Islamico. Da allora il governo turco – guidato dai conservatori del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, il partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan – ha arrestato centinaia di persone accusate di essere membri del PKK.

Dopo l’attentato di mercoledì, ha scritto il quotidiano turco Hurriyet, aerei da guerra turchi hanno ricominciato a bombardare le postazioni del PKK nel nord dell’Iraq. Questa mattina nel sud-est della Turchia, dove le attività del PKK sono più intense, un convoglio militare turco è stato colpito da un’esplosione: non si conoscono ancora le cause ma non sarebbe il primo attacco compiuto contro i militari in questa zona. Anche qui la situazione è molto tesa e lo scontro tra curdi e soldati turchi è molto intenso: dallo scorso dicembre in diverse città del sud-est è stato imposto un coprifuoco per ragioni di sicurezza.

La guerra in Siria
La questione dei curdi del PKK ha cominciato a legarsi da un paio di anni a quello che sta succedendo in Siria. Nel nord della Siria, lungo quasi tutto il confine con la Turchia, è nato un nuovo stato di fatto: il Kurdistan siriano, i cui leader sono legati al PKK e ai curdi turchi. La questione è molto complicata per l’intrecciato sistema di alleanze della guerra: la Turchia è nemica dei curdi siriani, così come lo è del PKK. Nell’ultima settimana l’esercito turco ha cominciato a bombardare il PYD (sigla curda del Partito dell’Unione Democratica), il partito che governa nel Kurdistan siriano. Inoltre AFP ha scritto che mercoledì 500 siriani arabi sunniti hanno attraversato il confine turco diretti verso la città siriana di Azaz, nel nord della provincia di Aleppo, per aiutare i ribelli che di recente hanno subìto delle sconfitte militari da cui hanno guadagnato i curdi siriani (nella guerra siriana la Turchia sostiene i ribelli che combattono contro il regime di Assad, e di recente anche contro i curdi).

Un’altra minaccia per la sicurezza della Turchia prodotta dalla guerra in Siria è lo Stato Islamico. Per diverso tempo la Turchia è stata accusata di mantenere un atteggiamento molto ambiguo nei confronti dello Stato Islamico, permettendo per esempio che il suo confine con la Siria diventasse il passaggio usato dai cosiddetti “foreign fighters” – i combattenti stranieri – per entrare in territorio siriano e unirsi ai gruppi estremisti che combattono nella guerra, pur di indebolire i curdi. A questo va aggiunto il fatto che la Turchia – essendo membro della NATO e alleata dell’Unione Europea e degli Stati Uniti – si è unita alla coalizione internazionale che ha l’obiettivo di sconfiggere lo Stato Islamico: e il suo contributo, inizialmente molto scarso, è aumentato negli ultimi mesi. La Turchia è diventata quindi un possibile obiettivo degli attentati dei miliziani dello Stato Islamico, in quanto stato nemico, oltre che dei gruppi armati curdi; ed è diventata un obiettivo non difficile da colpire, vista la facilità di entrare in territorio turco sia dall’Europa che dalla Siria.

E quindi?
Soner Cagapyat, il direttore del programma di ricerca sulla Turchia del Washington Institute for Near East Policy, ha detto al Wall Street Journal: «La questione dei curdi in Turchia sta per diventare un problema internazionale, che coinvolge tutti gli attori nefasti che arrivano dalla guerra civile siriana. Questo potrebbe essere un cambiamento pericoloso per la Turchia. Quando la questione curda diventerà internazionale, il governo di Ankara potrà effettivamente scordarsi di risolvere questo problema da sola, perché ci saranno moltissimi partecipanti». Sinan Ulgen, un ex diplomatico turco che ora lavora al Carnegie Endowment for International Peace, ha detto che il risultato dell’ultimo attentato sarà un rafforzamento del potere dell’esercito turco, che vorrà assumere un atteggiamento sempre più aggressivo soprattutto nei confronti dei curdi, rischiando di peggiorare ulteriormente la situazione.

Un’altra questione aperta riguarda le pressioni che la Turchia ha già cominciato a fare sull’intera comunità internazionale – e in particolare sul governo degli Stati Uniti – rispetto al modo in cui sono visti i curdi siriani. Nella guerra in Siria, i curdi siriani sono stati finora i più importanti alleati degli americani contro lo Stato Islamico (molti dei territori persi nel 2015 dallo Stato Islamico sono quelli del nord della Siria che sono stati riconquistati dai curdi siriani con il sostegno aereo degli americani). Il governo statunitense, a differenza di quello turco, non considera i curdi siriani come un’organizzazione terroristica e nel corso degli ultimi mesi questa differenza è diventata un tema di discussione e malumori tra le varie parti: le accuse della Turchia contro i curdi siriani – la cui fondatezza deve ancora essere provata, anche perché i curdi siriani hanno smentito di essere coinvolti nell’attentato di Ankara – potrebbero mettere in una posizione di difficoltà i governi occidentali. Intanto il primo ministro Davutoğlu ha detto che «saranno prese tutte le misure contro di loro», riferendosi sia ai curdi siriani che al PKK: non ha chiarito se le misure citate andranno oltre a quelle già intraprese, ovvero i bombardamenti contro le posizioni di entrambi in gruppi nel nord dell’Iraq e della Siria.