La copertina del libro, disegnata da Gipi (come molte altre)

I fratelli Kristmas, per un Natale sovversivo

Il nuovo romanzo di Giacomo Papi, per i regali dell'ultimo momento ma perfetti per l'occasione

La copertina del libro, disegnata da Gipi (come molte altre)

È in libreria con puntualità natalizia (e già in classifica nella Narrativa Italiana) il nuovo romanzo di Giacomo Papi, giornalista e scrittore, ma anche blogger e collaboratore della pagina Libri del Post (che di lui aveva già parlato per i suoi precedenti libri): il libro si chiama I fratelli Kristmas ed è la storia di Luciano Kristmas, il fratello di Babbo Natale chiamato a rimpiazzarlo – ma con una propria sovversiva autonomia di pensiero rispetto al mandato – perché Babbo Natale è malato.
Questo è il capitolo 7: Luciano Kristmas ed Efisio Fois, il Nano picchiatore – dopo essersi appena alzati in volo – iniziano a conoscersi e a consegnare i primi regali.

* * *

– Ti devo confessare una cosa, nano.
– Confessamela, uomo.
– Ho paura di volare. L’ho sempre avuta.
– Le renne non cadono mai, tranquillo, uomo.
– C’è sempre una prima volta, nano.
La prima renna lo fulminò. Le altre tre fecero i musi offesi. Si chiamavano Olga, Elga, Elda e Ilda, ed era facile confonderle perché erano gemelle. Il nano Efisio Fois sbirciò di lato il suo strano compagno di viaggio, che stava rimirando il suo nuovo orologio da polso: anche da seduti, il nano non gli arrivava alla spalla.
– Non contrariare mai una renna, uomo. Sono molto permalose.
– Sí, nano, e magari sanno anche parlare.
– Solo se hanno qualcosa di interessante da dire.

La prima renna si voltò soddisfatta. Efisio incrociò le braccia sul petto e Luciano corrugò la fronte. La sua barba nera striata di bianco vibrava smossa dal vento. Per un po’ non dissero niente, ognuno immerso nei propri pensieri. Di tanto in tanto Luciano si sporgeva a guardare di sotto, ma lo faceva con cautela, si vedeva che aveva paura. La slitta volava sul mare di Botnia. Laggiú, nel buio su cui rimbalzavano i raggi della luna, si vedevano le luci dell’isola di Hailuoto, e quelle di Oulu e Luleå, e il mare assomigliava a un prato nero cosparso di petroliere e pescherecci, banchi di merluzzi e isolate balene.
Efisio Fois si rianimò.
– Posso farti una domanda, uomo?
– Fammi la domanda, nano.
– Perché hai accettato?
Luciano sospirò.
– Perché, se non me ne fossi andato cinquant’anni fa, le cose andrebbero meglio.
Davanti, le renne annuirono in sincrono.
– Posso farti un’altra domanda, uomo?
– Fammi l’altra domanda, nano.
– Dicono che sei un uguagliatore.
– Dicono anche che sei un nano picchiatore.
– Qualche volta, in effetti, mi è capitato di menare le mani.
– Anche a me, qualche volta, in effetti…
– Credevo che gli uguagliatori non esistessero piú. Non vi eravate estinti?
– Molti credono che non esista neppure Babbo Natale, figurati.
Efisio Fois fece sí con la testa.
– Non c’è piú religione… Posso farti ancora una domanda, uomo?
Luciano sollevò gli occhi al cielo.
– Fammi ancora una domanda, nano. Sei curioso.
– Che cos’è un uguagliatore?
In quel momento le quattro renne, ignorando che l’aria è leggera e la forza di gravità inflessibile, virarono di colpo verso Kokkola e immediatamente dopo a est, in direzione di Ulmeå, poi di nuovo a ovest alla volta di Vaasa. Galoppavano nel cielo sempre piú scuro, ma per divertirsi a terrorizzare il nuovo passeggero avevano deciso di farlo a zig-zag. Luciano urlò, aggrappandosi alle maniglie della slitta, ma le renne non ne volevano sapere di calmarsi, si stavano divertendo troppo. Olga, Elga, Elda e Ilda erano le ultime discendenti di una razza in estinzione, come i giganti Pukka e Jukka e gli uguagliatori, ma erano molto piú dispettose e non perdonavano le offese. Il terrore di Luciano Kristmas, per loro, era uno spasso. Trasvolarono a velocità supersonica, perdendo quota, sopra Uppsala, Nynäshamn e Oxelösund, fino a quando sotto di loro non si spalancò il mar Baltico. Luciano gridava. Il nano rideva.
– Efisiooo!
– Efisio mi chiamava la mia mamma. Tu chiamami «nano».
– Nanooo!!!
– Sí?
– Posso farti una domanda io, adesso, nano?
– Prova.
– Dove siamo diretti?
– Prima tappa: Villa von Reichtümer und Großgrundbesitzen, a Darmstadt, in Germania.
– Che nome hai detto?
– Von Reichtümer und Großgrundbesitzen.
– Non ti è venuto male alla lingua? Che cavolo di cognome è?
– È una famiglia aristocratica antichissima. Il loro capostipite era il compagno di banco di Adamo. Hanno quindici nomi e diciassette cognomi. Troppo di tutto. La distribuzione comincia ogni anno da loro, per tradizione.
– Bella tradizione!
Il nano abbozzò.
– Le tappe le puoi vedere tu stesso sul navigatore. Luciano fissò il monitor sul cruscotto. La rotta era una linea azzurra che diventava rossa via via che veniva percorsa. Purtroppo, in quel momento, un fitto groviglio celeste avvolgeva la Terra. Le renne, nel frattempo, avevano rallentato. Sulla destra sfilava l’isola di Öland e di fronte a loro erano apparse le coste della Polonia. Da quando avevano lasciato Ullapoool erano passati soltanto dieci secondi, ma grazie al lavoro dello gnomo orologiaio sembravano ore. Là in alto il vento era gelido, la barba sventolava, la pelle si screpolava e gli occhi lacrimavano. Avevano avvistato le luci dei cantieri del porto di Danzica. Sembrava New York.
Luciano contemplava la scena.
– Efisio…
– Ti ho già detto di chiamarmi nano.
– In che cosa consiste il tuo lavoro di preciso?
– Nell’aiutarti a consegnare i regali e poi, incidentalmente, se capita, nel malmenare i cattivi.
– Tu puoi toccarli?
– Sí che posso, solo chi indossa il sincrorologio non può toccare nessuno. Ogni tanto il tempo deve essere riallineato per non tenere gli ingranaggi troppo in tensione, ma nel tempo Ordinario i brutti incontri possono capitare. Il mondo è pieno zeppo di ladri e rapinatori.
– Nano…
– Sí?
– Posso dirti una cosa?
– Prova, uomo. Forse ti ascolto.
– Hai dimenticato i briganti.
– Già, e anche i banditi, i predoni e i sicari.
– Che lavoro facevi prima?
– La mia è una famiglia di nani picchiatori, ma a me all’inizio non andava. Ero un pacifista sognatore. Cosí ho incominciato come minatore. Dove sono nato io, in Sardegna, era l’unico lavoro, solo che non sono fatto per vivere sotto terra. Preferisco vedere il cielo, respirare l’aria e incontrare persone.
– Efisio…
– Na-no! Chiamami na-no!
– Nano! Come facciamo a sapere quali regali consegnare e a chi?
– Ogni pacco ha un chip invisibile che segnala la sua posizione al centro logistico, che a sua volta controlla in tempo reale che ogni regalo venga posato sotto l’albero giusto.
– E chi è che controlla?
– Il ragionier Jonas Kolka, il folletto logistico.
– Chi?
– Ma sí che lo hai visto, anche se non l’hai notato di certo. Ha una faccia cosí anonima che è impossibile ricordarselo.
– Capisco… E se uno, mettiamo, consegnasse il regalo destinato a un bambino a un altro bambino?
Efisio Fois lo fissò con sospetto.
– Perché me lo chiedi?
La slitta subí un brusco abbassamento di quota. Sotto, un gomitolo di autostrade simili a serpenti illuminati circondava da ogni lato un grande spiazzo buio. Ma Luciano era troppo spaventato per vederlo. Aveva chiuso gli occhi dal terrore. Sibilò: – Ehi, nano, cos’è stato?
– Niente, uomo, abbiamo iniziato la discesa.

© 2015 Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino

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