Ernest Hemingway nel 1939 a Sun Valley lodge, in Idaho. (AP Photo/File)
  • Cultura
  • martedì 24 Novembre 2015

Un pezzetto di “Festa mobile”

Il libro di Ernest Hemingway che leggono tutti dopo gli attentati a Parigi: qui discute di letteratura e della "generazione perduta" con Gertrude Stein

Ernest Hemingway nel 1939 a Sun Valley lodge, in Idaho. (AP Photo/File)

Da oltre una settimana Festa mobile, il romanzo autobiografico scritto da Ernest Hemingway sulla sua vita a Parigi negli anni Venti, è al primo posto della classifica di Amazon dei libri più venduti in Francia, mentre i librai ne stanno vendendo 500 copie al giorno anziché le ordinarie dieci. Questo perché dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre il libro è diventato – grazie all’intervista a una signora parigina, come abbiamo raccontato qui – un modo per rendere omaggio alle persone uccise e ferite, e una sorta di rivendicazione degli ideali dei parigini, la libertà, l’individualismo, il piacere e la gioia per la vita.

Festa mobile racconta gli inizi letterari di Hemingway e della sua vita insieme agli altri artisti e scrittori negli anni Venti a Parigi, che all’epoca era uno dei più importanti centri culturali al mondo, tant’è che vi compaiono personalità diventate poi celebri: John Dos Passos, F. Scott Fitzgerald, James Joyce, Ezra Pound e Gertrude Stein. Hemingway commenta la loro opera e il loro carattere, racconta aneddoti su di loro, ne descrive gli appartamenti, i caffè e i ristoranti in cui si incontrano. Hemingway iniziò a scriverlo nel 1956 quando scoprì alcuni quaderni di appunti in due valigie che aveva lasciato nelle cantine dell’hotel Ritz di Parigi. Dopo la sua morte, nel 1961, la sua quarta moglie Mary Hemingway riprese in mano i manoscritti e li fece pubblicare nel 1964.

Di seguito, parte del capitolo che spiega l’origine dell’espressione “generazione perduta” che Hemingway usò come epigrafe del suo romanzo Per chi suona la campana: Hemingway e la scrittrice Gertrude Stein si incontrano nell’appartamento di lei al 27 di rue des Fleurs e parlano di libri e scrittori, di Sherwood Anderson, Scott Fitzgerald, Aldous Huxley, D.H. Lawrence, Ezra Pound e di James Joyce, di cui Stein non vuole sentire nemmeno parlare, perché preferisce Marie Belloc Lowndes. Il libro (il cui titolo originale è A Moveable Feast) è uscito in Italia per Mondadori nella traduzione di Luigi Lunari.

***

Io ero giovane e non malinconico e c’erano sempre cose curiose e comiche che succedevano nei momenti peggiori e a Miss Stein piaceva sentire queste cose. Delle altre cose non parlavo e le scrivevo per conto mio.
Quando non ero tornato da nessun viaggio e mi fermavo in rue de Fleurus dopo il lavoro ogni tanto cercavo il modo di portare Miss Stein a parlare di libri. Quando stavo scrivendo, mi era necessario leggere dopo avere scritto, per impedire alla mia mente di andare avanti con la storia su cui stavo lavorando. Se continuavi a pensarci, perdevi la cosa che stavi scrivendo prima di poterla portare avanti il giorno dopo. Era necessario fare del moto, stancarmi fisicamente, e andava molto bene fare l’amore con la persona che amavi. Quello era meglio di tutto. Ma dopo, una volta svuotato, era necessario leggere per non pensare e non preoccuparti del tuo lavoro fino a che non potevi riprenderlo. Avevo già imparato a non esaurire mai il pozzo della mia scrittura; bensì a fermarmi sempre quando c’era ancora qualcosa nel profondo del pozzo, e lasciare che tornasse a riempirsi di notte dalle sorgenti che lo nutrivano.

Per tenere la testa lontana dallo scrivere qualche volta dopo aver lavorato leggevo gli scrittori che scrivevano allora, come aldous Huxley, D.H. lawrence o chiunque avesse pubblicato libri che potevi prendere alla biblioteca di Sylvia Beach o trovare lungo i quais. «Huxley è un morto» diceva Miss Stein. «Perché vuol leggere i libri di un morto? Non lo vede che è un morto?» Io non riuscivo a vedere, allora, che fosse un morto e dissi che i suoi libri mi divertivano e mi evitavano di pensare.
«Lei dovrebbe leggere solo cose veramente belle o francamente brutte.»
«Ho letto solo libri veramente belli per tutto l’inverno e tutto l’inverno scorso e ne leggerò l’inverno prossimo, e non mi piacciono i libri francamente brutti.»
«Perché legge questa spazzatura? È spazzatura gonfiata, Hemingway. scritta da un morto.»
«Mi piace sapere che cosa scrivono» dissi. «E tiene lontano il pensiero di me che scrivo.»
«Chi altro sta leggendo adesso?»
«D.H. lawrence» dissi. «Ha scritto degli ottimi racconti brevi, uno intitolato L’ufficiale prussiano
«Ho cercato di leggere i suoi romanzi. Sono impossibili. È patetico e assurdo. scrive come un malato.»
«A me sono piaciuti Figli e amanti e Il pavone bianco» dissi. «Forse questo un po’ meno. Non sono riuscito a leggere Donne in amore
«Se non vuol leggere cose brutte, e vuol leggere qualcosa che catturi il suo interesse e che a suo modo sia meraviglioso, dovrebbe leggere Marie Belloc Lowndes.»
Non l’avevo mai sentita nominare, e Miss Stein mi prestò The Lodger, quella meravigliosa storia di Jack lo squartatore e un altro libro su un assassinio in un posto fuori Parigi che poteva essere soltanto Enghien Les Bains. Erano tutti e due degli splendidi libri da dopo-lavoro, credibili i personaggi e mai artificiosi la vicenda e il terrore. Erano perfetti da leggere dopo che avevi lavorato e lessi tutti i Belloc Lowndes che c’erano. Ma non ce n’erano più di tanti e nessuno buono come i primi due e non riuscii a trovare niente di altrettanto valido per quei tempi vuoti del giorno o della notte fino a che non uscirono i primi buoni libri di Simenon.

Credo che a Miss Stein sarebbero piaciuti i Simenon migliori – il primo che lessi era o L’Ecluse Numéro 1, o La Maison du Canal – ma non ne sono sicuro perché quando frequentavo Miss Stein a lei non piaceva leggere il francese anche se le piaceva molto parlarlo. Fu Janet Flanner a darmi i primi due Simenon che abbia mai letto. A lei piaceva molto leggere in francese e aveva letto Simenon quando era ancora un reporter di cronaca nera.
Nei tre o quattro anni in cui fummo buoni amici non ricordo che Gertrude Stein abbia mai parlato bene di uno scrittore che non avesse scritto in termini favorevoli della sua opera o fatto qualcosa per promuovere la sua carriera eccetto Ronald Firbank e, più tardi, Scott Fitzgerald. Quando la conobbi non parlava di Sherwood Anderson in quanto scrittore ma parlava con entusiasmo di lui come uomo e dei suoi grandi, bellissimi, caldi occhi italiani e della sua gentilezza e del suo fascino. A me non importava niente dei suoi grandi, bellissimi, caldi occhi italiani ma mi piacevano molto alcuni dei suoi racconti. Erano scritti semplicemente e a volte scritti benissimo e lui conosceva le persone di cui scriveva ed era profondamente interessato a loro. Miss Stein non voleva mai parlare dei suoi racconti ma solo di lui come persona.
«E i suoi romanzi?» le chiedevo. lei non voleva parlare delle opere di Anderson più di quanto non volesse parlare di Joyce. se tiravi fuori Joyce per due volte, non saresti più stato invitato. Era come parlare bene di un generale a un altro generale. Imparavi a non farlo la prima volta che commettevi l’errore. Potevi sempre citare un generale, però, che fosse stato sconfitto dal generale con cui stavi parlando. Il generale con cui stavi parlando avrebbe molto elogiato il generale sconfitto e sarebbe felicemente entrato nei dettagli di come lo aveva sconfitto.

I racconti di Anderson erano troppo belli per una serena conversazione. Ero pronto a dire a Miss Stein quanto stranamente deboli fossero i suoi romanzi, ma neanche questo sarebbe andato bene perché equivaleva a criticare uno dei suoi più leali ammiratori. Quando alla fine egli scrisse un romanzo intitolato Riso nero, così terribilmente brutto, stupido e manierato che non potei fare a meno di criticarlo in una parodia1 Miss Stein si arrabbiò molto. Avevo attaccato uno che faceva parte del suo apparato. Ma per molto tempo prima di allora non si era arrabbiata. Lei stessa cominciò a lodare platealmente Anderson dopo che come scrittore era scoppiato.
Era arrabbiata con Ezra Pound perché si era seduto troppo in fretta su una sedia piccola, fragile e, senza dubbio, scomoda, che è del tutto possibile gli fosse stata data apposta, e l’aveva danneggiata o rotta. Questo segnò la fine di Ezra al 27 di Rue de Fleurus. Che egli fosse un grande poeta e un uomo gentile e generoso e che avrebbe potuto sedersi in una sedia di normali dimensioni non era stato preso in considerazione. Le ragioni della sua antipatia per Ezra, abilmente e maliziosamente esposte, furono inventate anni dopo. Fu quando eravamo tornati dal Canada e mentre abitavamo in rue Notre-Dame-des-Champs e Miss Stein e io eravamo ancora buoni amici che Miss Stein fece la sua osservazione sulla generazione perduta. Aveva avuto non so che guaio con l’accensione della vecchia Ford Model t che usava allora e il giovanotto che lavorava al garage e che aveva combattuto nell’ultimo anno di guerra non era stato capace, o forse non aveva ignorato la priorità di altri veicoli, di riparare la Ford di Miss Stein. Forse non si era reso conto di quanto fosse importante il diritto della vettura di Miss Stein a una riparazione immediata. In ogni caso egli non era stato sérieux ed era stato severamente richiamato dal patron del garage dopo il reclamo di Miss Stein. Il patron gli aveva detto: «siete tutti una génération perdue».
«Ecco che cosa siete. Ecco che cosa siete tutti quanti» disse Miss Stein. «tutti voi giovani che avete fatto la guerra. Siete una generazione perduta.»
«Davvero?» dissi io.
«Sì» insistette lei. «Non avete rispetto per niente. Vi uccidete a forza di bere…»
«Quel giovane meccanico era ubriaco?» chiesi. «Certo che no.»
«E me mi ha mai visto ubriaco?»
«No. Ma i suoi amici si ubriacano.»
«Anch’io mi sono ubriacato» dissi io. «Ma non vengo qui ubriaco.»
«Certo che no. Non ho mai detto questo.»
«Il patron di quel ragazzo probabilmente era già ubriaco alle undici di mattina» dissi. «Ecco perché trova delle frasi così belle.» «Non discuta con me, Hemingway» disse Miss Stein. «Non serve proprio a niente. Siete tutti una generazione perduta, esattamente come ha detto il gestore del garage.»

Più tardi quando pubblicai il mio primo romanzo cercai di far quadrare la citazione del garagista fatta da Miss Stein con una tratta dall’Ecclesiaste. Ma quella sera tornando a casa pensai al ragazzo del garage e se fosse mai stato trasportato a bordo di una di quelle macchine quando furono convertite in ambulanze. Mi ricordai che si bruciavano sempre i freni venendo giù per le strade di montagna con un carico di feriti e si frenava in prima e alla fine usando la retromarcia, e che le ultime ambulanze furono condotte vuote su per le montagne per essere rimpiazzate da grandi Fiat con un buon cambio e freni tutti di metallo. Pensavo a Miss Stein e a Sherwood Anderson e all’egotismo e alla pigrizia mentale contrapposti alla disciplina e pensavo chi è che chiama chi una generazione perduta? Poi mentre salivo fino alla Closerie des lilas con la luce sul mio vecchio amico, la statua del maresciallo Ney con la spada sguainata e le ombre degli alberi sul bronzo, e lui là da solo e nessuno dietro di lui e che razza di casino aveva combinato a Waterloo, pensai che tutte le generazioni erano perdute per una cosa o per l’altra, e così era sempre stato e sempre sarebbe stato e mi fermai alla Lilas per fare compagnia alla statua e bevvi una birra fredda prima di andare a casa nell’appartamento sopra la segheria.