• Moda
  • lunedì 23 novembre 2015

Storia di una maglietta femminista

Quella con lo slogan "The future is female": è tornata di moda dopo che l'ha indossata Cara Delevingne, ma fu inventata per una libreria di New York degli anni '70

(©Liza Cowan, 1976)

A ottobre l’ex-modella Cara Delevingne è stata fotografata a Parigi con una felpa blu con la scritta bianca “The future is female” (Il futuro è donna). Sempre a ottobre anche la sua compagna, la cantante Annie Clark, meglio conosciuta come St Vincent, ha indossato un capo con la stessa scritta. Da allora la felpa e soprattutto lo slogan hanno avuto moltissimo successo e centinaia di persone hanno pubblicato su Instagram e Tumblr foto in cui indossano o fanno indossare alle loro figlie magliette simili, oltre che svariati gadget in cui viene replicata la frase. Molti di loro però non conoscono la storia dietro quelle parole, che viene raccontata in un articolo dal New York Times.

La maglietta originale risale agli anni ’70: era stata disegnata per Labyris Books, la prima libreria femminista a New York, aperta nel 1972 da Jane Lurie e Marizel Rios, che scelsero come loro slogan la frase “il futuro è donna”. Nel 1974 chiesero a Liza Cowan – fotografa agli esordi che realizzava bottoni con sopra frasi femministe – di fabbricare bottoni con il motto della libreria.

Labyris Books realizzò anche magliette con la stessa scritta, e nel 1976 Cowan scattò una foto alla sua compagna, la cantante Alix Dobkin, mentre ne indossava una: faceva parte di un progetto fotografico a cui stava lavorando, intitolato “What The Well Dressed Dyke Will Wear”. «Avevo chiesto a cinque amiche – spiega Cowan – se si prestavano a un progetto “prima e dopo” su come cambia l’aspetto di una donna nel corso della sua vita, mentre diventa adulta e dice di essere lesbica». Il progetto è poi entrato a far parte del Lesbian Herstory Archives di New York, il più grande archivio storico della comunità lesbica.

Nel 2013 Cowan, come ha raccontato al Post, ha rilasciato un’intervista per il sito Dapper Q su com’era nato il servizio fotografico del ’76. Circa sei mesi fa, Kelly Rakowski, amministratrice dell’account Instagram h_e_r_s_t_o_r_y, che condivide immagini storiche della comunità femminista-lesbica, ha ripubblicato la foto di Dobkin con addosso la maglietta.

L’immagine è stata notata da Rachel Berks, che possiede Otherwild, un negozio e studio di design a Los Angeles, dove organizza anche workshop e gruppi di lettura femministi. Berks ha prodotto 24 magliette con il vecchio slogan della libreria e le ha vendute tutte in soli due giorni. A quel punto ne ha fabbricate ancora, e ha deciso di donare il 25 per cento dei ricavati delle vendite a Planned Parenthood, un’organizzazione di cliniche non profit che forniscono molti servizi tra cui anche l’interruzione di gravidanza, molto impegnata nell’educazione sessuale e nei diritti civili. Berks ha poi introdotto la felpa (disponibile anche in grigio e per bambine) e l’ha messa in vendita a KillJoy Kastle, una sorta di parco di attrazione lesbo-femminista di Los Angeles, a metà tra un museo e un parco divertimenti stile horror, aperto in occasione di Halloween. Lì St Vincent ha comprato i due capi che l’hanno poi resa famosa.

Berks ha detto al New York Times che «è emozionante vedere le persone abbracciare qualcosa che viene dal femminismo lesbico degli anni ’70. La maglietta è una reazione alla cultura misogina e patriarcale che tocca molte persone. La gente però la sta ricontestualizzando: donne trans, uomini, mamme con figli».

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