(AP Photo/The Ann Arbor News, Ryan Stanton)
  • Cultura
  • martedì 17 novembre 2015

Paolo Nori e i sinonimi di autobus

Un capitolo del suo nuovo libro, alle prese con l'ansia da ripetizione della scrittura italiana e delle traduzioni

(AP Photo/The Ann Arbor News, Ryan Stanton)

Il nuovo libro di Paolo Nori, prolifico scrittore 52enne di Parma (e blogger del Post), si chiama “Manuale pratico di giornalismo disinformato“. Lo ha pubblicato l’editore Marcos y Marcos ed è il monologo di un uomo che racconta a un magistrato il suo rapporto con la morte nella casa di un uomo trovato ucciso da un colpo di pistola: ma il monologo-deposizione è una continua divagazione su molti temi che riguardano il protagonista e il mondo intorno a lui, scritta nello stile letterario peculiare di Nori. Il ventiduesimo capitolo parla tra l’altro di traduzioni e dell’ansia da ripetizione delle parole di molta scrittura italiana.

***

71XGypAatbL22. Una cosa che mi piaceva

Sa cosa mi piaceva?
Mi piaceva moltissimo scrivere sul mio sito, www punto bagaglio punto eu.
Che io, il romanzo è vero che non lo scrivevo, ma su www punto bagaglio punto eu ci scrivevo tutti i giorni, più volte al giorno, chissà come mai.
Forse per via del fatto che lì, su www punto bagaglio punto eu, anche delle sciocchezze sembravano delle cose, non so, alla fine della scuola avevamo fatto una cena, forse le ho già detto anche questo, e la notte che ero tornato dalla cena della scuola elementare di giornalismo disinformato, avevo scritto un post che si intitolava Aggiornamento che diceva così:
Aggiornamento.
Anche oggi non è successo niente.
Che non era vero, ma era bello, cioè bello, a me piaceva.
E la cosa che mi piaceva, questa cosa magari lì dopo al cancelliere non la diciamo, era il fatto che non era vero.
Cioè io avevo come l’impressione che le cose diventavan più belle, da raccontare, quando non erano vere.
Per esempio l’Emma, poteva essere vero il fatto che l’Emma mi prendeva in casa con sé?
Non poteva, essere vero.
Per quello era così bello.
E se poi mi avesse preso davvero, se mi avesse detto «Sì, sì, prego, accomodati», a me mi sarebbe venuto da dire «Accomodati cosa?»
Forse lì c’entrava anche un po’ di immaturità, sa l’immaturità e la maturità?
Non so se è una cosa anche della vostra generazione, a noi della mia generazione ci han stracciato i maroni in un modo, con la maturità, che a me mi veniva da essere immaturo ma così, per principio, che io, dentro di me, se c’è un germe che ho coltivato per bene è il germe della bastiancontrarite, che la frase che ho detto di più, dentro di me, adesso non ci son delle statistiche precise, ma io credo che sia “Ah sì?”, con quello che segue, che adesso, mi deve scusare, io mi rendo conto che lei avrà l’impressione che le sto facendo perdere il suo tempo prezioso, se c’è del tempo, è prezioso, e il suo, ne sono sicuro, lo è, ma tenga presente due cose, la prima, che io son tre giorni che non parlo con nessuno, la seconda che adesso, noi, dopo, quando andremo lì dal cancelliere, noi il rischio che corriamo, non è un rischio piccolo, che io, il cancelliere, non è un cancelliere, ma, a pensarci, non è mica un nome così basta che sia, cancelliere, che io, un po’ di tempo fa, ma anni fa, quando ero ancora editore, tra le altre cose che facevo, facevo anche qualche traduzione, solo che non le facevo per la mia casa editrice, che avrebbero pensato che me le pubblicavano perché ero l’editore, le facevo per un’altra casa editrice, solo che non le firmavo con il mio nome, che avrebbero pensato che me le pubblicavano perché ero l’editore di un’altra casa editrice, le firmavo con uno pseudonimo che era Bagaglio, Ruggero Bagaglio, e nelle traduzioni, lei forse lo sa ma se non lo sa glielo dico, nelle traduzioni in italiano succedono anche delle cose stranissime non so, c’era la traduzione di un romanzo famoso di un famoso scrittore americano che il romanzo si intitola American Psycho e lo scrittore Bret Easton Ellis che nella prima pagina dell’originale compariva tre volte la parola bus, e nella prima traduzione italiana di American Psycho il traduttore aveva tradotto il primo bus con autobus, il secondo con corriera, il terzo con torpedone.

Che per il lettore italiano diventava difficilissimo capire che quel torpedone alla fine della pagina era lo stesso autobus che c’era all’inizio della pagina che si era trasformato, a metà della pagina in una corriera, che autobus e corriera, lo sappiamo, son due cose diverse, che hanno due funzioni diverse, due colori diversi, son fatte in un modo diverso, torpedone non lo so, com’è fatto, che io, il torpedone, avevo raccontato questa storia a Paride, lui mi aveva detto che lui, se dentro un romanzo leggeva torpedone lui aveva l’impressione che fosse successo qualcosa di brutto, e io, devo dire, lo capivo, che lei mi chiederà «E cosa c’entra questa cosa qua col cancelliere?», aspetti un attimo.
La traduzione più lunga che ho fatto, io, come Ruggero Bagaglio, è la traduzione di un romanzo russo dell’Ottocento di Ivan Gončarov che si intitola Oblomov, cinquecento pagine, e quando mi avevan mandato le bozze, dalla casa editrice, avevan fatto una gran lavorata perché per ogni ripetizione che c’era, e ce n’erano due o tre a pagina, cioè c’erano tra le mille e le millecinquecento ripetizioni, in Oblomov, che i russi le usano, le ripetizioni, le redattrici della casa editrice per ogni ripetizione mi avevan proposto due o tre sinonimi, cioè tra i tremila e i quattromilacinquecento sinonimi, e quella revisione di bozze, per me, era consistita prevalentemente nel cancellare le proposte di sinonimi scritte a matita, e alla fine di ogni giorno di lavoro, intorno alla mia sedia c’erano, sparsi per terra, quegli avanzi di gomma che restano dopo che si cancella che a me sembravano i cadaveri dei sinonimi mi sembrava di aver fatto il cancelliere e il cancelliere, secondo me, che cosa fa un cancelliere?, adesso non è crudele come son stato io coi sinonimi ma quello che fa, il cancelliere, ti cancella dal mondo per qualche anno e ti manda in un posto dove non puoi più dare fastidio che io, quello che rischio, mi sembra, è quello, di esser cancellato dal mondo per qualche anno, allora ci dobbiamo preparar bene, no?, anche se il suo tempo è prezioso.
Che poi, tra l’altro, essere da questa parte del tavolo, per così dire, cioè non essere l’accusatore ma essere l’accusato, secondo me è una parte del tavolo più adatta, per me, che una volta, a lezione, all’ultima lezione, io avevo detto, non so come mai, non c’entrava niente, probabilmente volevo giustificare il fatto che scrivevo su un giornale poco raccomandabile come «La marmaglia», e avevo detto quella frase che si dice l’abbia detta Brecht, “Siccome tutti i posti dalla parte della ragione erano occupati, ci siam seduti dalla parte del torto”.

Sa quella cosa lì?
Eh.
Io avevo detto che noi che facevamo del giornalismo disinformato, non potevamo sederci dalla parte della ragione, perché, essendo disinformati, avevamo torto; se fossimo stati informati avremmo avuto ragione, ma eravamo disinformati e avevamo torto: il giornalismo disinformato non poteva essere altro che dalla parte del torto, le cose che dicevano i giornalisti disinformati erano inutili, le parole usate dai giornalisti disinformati eran parole che non servivano a niente, e questo era un bene, perché le parole usate per servire a qualcosa, si vendicano, come diceva un giornalista disinformato della Guyana belga che in un pezzetto dove spiegava perché aveva cominciato a fare il giornalista disinformato raccontava che aveva cominciato a farlo perché non era capace di allacciarsi le scarpe, avevo detto, a lezione, che era una cosa che forse non c’entrava tantissimo, come la maggior parte delle cose che dicevo a lezione, che io, a lezione, devo confessare, non sapevo mai cosa dire, arrivavo a lezione che ero quasi sempre impreparato che, del resto, cosa vuoi dire a una lezione di giornalismo disinformato, cosa vuoi prepararti?
E alla fine di quella lezione c’era stato Mantegazza che mi aveva aspettato mi aveva detto che gli era piaciuta molto la cosa della parte del torto, e che lui quelli dalla parte della ragione gli eran montati su per una braga soprattutto gli era montato su per una braga quello scrittore che era stato ucciso dalla camorra ma si vede che gli avevan sparato a salve, era sempre in televisione a parlare.
Che quello era un periodo che quello scrittore lì che era stato ucciso dalla camorra ma si vede che gli avevan sparato a salve, che, non so se lo sa, era già stato condannato per plagio per il suo primo libro e aveva dichiarato che, era vero, lui era stato condannato per plagio, ma la condanna riguardava due pagine che lui avrebbe copiato spacciandole per proprie e eran due pagine su più di trecento, cioè la condanna riguardava lo zero virgola sei percento del libro, aveva detto lui, be’, poi, lui, quello scrittore lì, era stato accusato di plagio anche per il secondo libro che aveva pubblicato, e Mantegazza mi aveva detto una cosa che io l’avevo poi raccontata nella rubrica che avevo sulla «Marmaglia» in un pezzetto che era poi uscito due giorni dopo.
Che io, non ci avevo mai pensato, all’epoca, ma io Mantegazza, in questi ultimi mesi, è stata una delle persone con cui ho parlato di più.

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