Perché coloriamo la foto di Facebook?

È empatia con i parigini o narcisismo? E perché usiamo l'hashtag #prayforparis? Per vicinanza, per egocentrismo o per colpa dei terroristi?

di Maura Judkis – Washington Post
GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

Venerdì io e mio marito eravamo a Parigi, a poco più di un chilometro da dove sono avvenuti gli attacchi, a goderci una tranquilla cena in un ristorante alsaziano, come fanno le persone in vacanza. Il primo segnale che fosse successo qualcosa di brutto non è stato il suono dei proiettili o delle esplosioni, ma quello di un messaggio ricevuto da un nostro familiare a casa: «State bene?». Siamo scappati via e quindici minuti dopo, quando eravamo al sicuro nella nostra camera di albergo, mio marito ha aggiornato il suo status su Facebook. E io ho fatto lo stesso.

Più avanti nella notte sono stata spinta a usare la funzione Safety Check di Facebook. Un messaggio apparso sull’app del mio cellulare mi ha chiesto «Stai bene?» e io ho risposto di sì. Ho ricevuto più di 100 like per quella risposta. A quel punto ho cominciato a sentirmi in colpa. Dire a tutti che stavo bene significava dire in qualche modo che ero stata in pericolo, anche se della tragedia non avevo visto nulla? O era solo un modo efficiente per dire a tutti, amici e parenti, di non preoccuparsi per me?

Chiacchierando con altri viaggiatori sul treno da Parigi a Londra, la mattina successiva, ho scoperto che alcuni di loro consideravano quell’utilizzo dei social network di cattivo gusto. «Sembra che la prima cosa che le persone hanno pensato di fare sia stata scrivere su Facebook», mi ha detto Marina Sheen, spiegandomi che lei aveva deciso di non farlo. Max Mandel, un canadese che vive a metà tra Londra e Parigi, mi ha detto che anche lui aveva deciso di non usare la funzione Safety Check: «Dire che sto bene sarebbe come voler attirare attenzione su di me. Sarebbe poco elegante».

Naturalmente i nostri cari preoccupati per noi preferirebbero vederci esagerare con le comunicazioni: Facebook ha reso la cosa anche molto semplice. Facebook ha anche reso molto facile condividere la propria empatia per i parigini, lasciando che gli utenti aggiungessero temporaneamente una bandiera francese sulle immagini dei loro profili. Molti hanno colto l’occasione per farlo, postando poesie, preghiere e altre espressioni di dolore. Qualcuno di loro era stato colpito direttamente dagli attacchi. Molti di quelli che hanno scelto di esprimere il loro dolore, tuttavia, non lo erano stati, e secondo qualcuno sono un esempio perfetto di un certo meccanismo psicologico. Quando piangiamo per la tragedia di qualcun altro sui social network, lo facciamo per empatia o narcisismo?

Forse un po’ di tutte e due le cose.

«C’è un principio di psicologia che spiega che le persone si stringono insieme quando hanno un nemico comune e il mondo si sente giustamente unito contro il terrorismo», ha spiegato Karen North, professoressa di comunicazione ed esperta di social media all’università della California del Sud. Quindi, in ogni tragedia del nostro tempo, le persone cercano il modo di esprimere la loro solidarietà e spesso lo fanno attraverso hashtag e meme. Due dei più usati sono stati #prayforparis e un’immagine della Tour Eiffel che sembra un simbolo della pace.

Ma questo meccanismo psicologico non è l’unico ad avere avuto un ruolo, spiega North: c’è anche il principio chiamato “auto presentazione”. «Le persone sono motivate a controllare e plasmare la loro immagine pubblica. Questi eventi offrono un’opportunità per presentarsi come “buoni” e informati», dice North.

Mentre #prayforparis si diffondeva e veniva usato da persone sempre più lontane dalla tragedia, qualcuno ha cominciato a mettere in dubbio la genuinità di quelle preghiere, sostenendo che ci fosse un doppio standard. Se preghiamo per Parigi, hanno chiesto molti, perché non preghiamo anche per Beirut, che è stata attaccata dallo Stato Islamico la settimana scorsa, o qualsiasi altro posto nel mondo dove muoiono persone innocenti? Non è che stiamo pregando per Parigi perché è un posto romantico dove ci piace andare in vacanza? Questo è stata solo una delle molte discussioni sulle proprietà dell’empatia sui social media che sono emerse nei giorni successivi agli attacchi e che, in buona parte, sono ancora in corso.

Un’altra domanda su #prayforparis è questa: come mai le persone pregano per Parigi? La domanda è motivata da una mancanza di empatia per i morti e i feriti. Piuttosto è stato un modo di mostrare che molti di quelli che usavano l’hashtag stavano forse pregando per la loro idea di Parigi – le crepes, il Louvre, le baguette – piuttosto che per la complicata realtà di Parigi. Molti in Francia si vedono come membri di una nazione secolare sotto attacco da parte dei fondamentalisti religiosi: chiedere di pregare per loro era in qualche modo fuori luogo.

«I terroristi pregano, le persone giuste pensano», è stato un sentimento molto condiviso su Twitter. Un’altra risposta diventata rapidamente virale è stato un disegno dell’illustratore francese Joann Sfar, che ha pubblicato una serie di disegni con personaggi che reagivano agli attacchi. Uno di questi diceva in inglese: “Amici del mondo, grazie per #prayforparis. ma non abbiamo bisogno di altra religione. La nostra fede è nella musica! I baci! La vita! Lo champagne e la felicità! #parigièvita».

Un terzo gruppo di commentatori scoraggiavano le persone dal postare qualsiasi cosa, perché secondo loro qualsiasi post su Parigi era più narcisistico che empatico (nel caso di persone che postavano selfie delle loro vacanze a Parigi, questa potrebbe essere in effetti una giusta obiezione). Una saggista, Jamie Khoo, ha argomentato che i ridondanti messaggi di empatia servivano più a migliorare la propria immagine sui social network che a esprimere sostegno per una nazione in lutto. In un articolo pubblicato su Elephant Journal e intitolato “Come mai non renderò la mia immagine blu, bianca e rossa“, Khoo ha scritto: “Penso che cambiare la mia foto e basta, scrivere qualche parola e usare un hashtag, minimizzi la tremenda, orrenda realtà che circonda tutti noi, non solo a Parigi”.

«Mi irrita che le persone trattino questa cosa come un concorso d’arte o di fotografia», ha scritto una persona su Facebook.

Come ci si poteva aspettare, quelli che avevano partecipato a questi rituali hanno risposto con rabbia a quelli hanno percepito come dei tentativi di giudicare e controllare le loro espressioni emotive. Chi può dire che postare una foto o una bella frase non sia un modo sufficientemente valido per mostrare empatia?

La professoressa North pensa che lo sia, lei è tra le molte persone che ha postato qualcosa sul suo amore per Parigi. Anche io l’ho fatto. «L’ho fatto per la stessa ragione per cui molti lo fanno, ovvero che davvero ci importa per quegli sconosciuti che sono morti e quelli che sono stati terrorizzati dagli attacchi», ha spiegato.

Siccome i social media ci rendono tutti più vicini alle vittime di attacchi molto lontani da noi, è possibile sentirsi oggi più profondamente colpiti di come ci saremmo sentiti in un’epoca precedente a Facebook. E poi è molto facile mettersi nei panni delle vittime: questo era certamente nei nostri pensieri, visto che io e mio marito avevamo cenato giovedì sera a qualche isolato di distanza da La Belle Equipe, dove almeno 19 persone sono morte 24 ore dopo. Volevamo andarci venerdì ma abbiamo cambiato i nostri piani quando abbiamo capito che non saremmo riusciti a prenotare un tavolo per una sera del finesettimana in un quartiere così incasinato.

Quando le persone dicono “Avrei potuto essere io”, stanno facendo qualcosa di egocentrico. Ma non è poi l’obiettivo del terrorismo, farci pensare che avremmo potuto essere noi, o chiunque altro, a essere nel posto sbagliato al momento sbagliato?

© Washington Post 2015