Come se la passa Charlie Hebdo

Come gli attentati hanno cambiato il settimanale satirico francese: la nuova sede sembra un bunker, ci sono una montagna di soldi, aspettative e dolori da gestire

(Gerd Roth/picture-alliance/dpa/AP Images)

In un lungo articolo dello scorso febbraio il quotidiano Le Monde si chiedeva se la rivista satirica francese Charlie Hebdo sarebbe sopravvissuta alla nuova fase della sua vita, iniziata dopo l’attacco terroristico dello scorso 7 gennaio a Parigi. Da quel momento in poi all’interno della redazione le cose sono diventate molto complicate, per vari motivi: la morte di alcuni storici disegnatori e giornalisti del giornale, l’attenzione costante dei media, l’incredibile aumento degli abbonamenti e delle vendite, la gestione di milioni di euro in donazioni pubbliche e private da parte di un giornale che è sempre stato piuttosto squattrinato. Ci sono poi altre questioni: la nuova sede assomiglia a un bunker, i normali dissensi tra colleghi – già presenti tra i redattori prima degli attentati – si sono trasformati in vere e proprie fratture. Infine, c’è il nuovo e non semplice ruolo simbolico che è stato assegnato al giornale, suo malgrado: difensore della libertà di espressione.

«La guarigione dalle ferite fisiche dell’attacco è stata, per molti versi, la parte facile», ha scritto il New York Times qualche giorno fa, facendo riferimento al nuovo direttore Laurent Sourisseau (conosciuto come Riss). Sourisseau è rimasto ferito nell’attentato: «Quando ho lasciato l’ospedale pensavo ingenuamente che noi tutti saremmo tornati a lavorare insieme, come prima. Non avevo idea del caos».

I nuovi numeri di Charlie Hebdo
Fin dalla sua fondazione, nel 1970, Charlie Hebdo ha sempre rifiutato finanziamenti esterni e pubblicità e ha sempre voluto essere del tutto dipendente dalle vendite e quindi dai suoi lettori. La crisi dei giornali degli ultimi anni gli ha causato diversi momenti di difficoltà. L’ultimo risale alla fine del 2014: poche settimane prima del 7 gennaio era stata creata l’associazione “Amici di Charlie Hebdo” per raccogliere fondi in un momento in cui il giornale era alla ricerca di circa 100 mila euro per coprire le sue perdite. «Vivevamo giorno per giorno», ha detto Portheault. «Poi siamo entrati in un regime di provvidenza finanziaria perché alcuni bastardi si sono presi i nostri amici».

Per un giornale delle dimensioni di Charlie Hebdo, le cifre ricevute dopo gli attentati sono enormi. La tiratura media della rivista prima dell’attentato era 60 mila copie; i lettori nel 2015 sono diventati 300 mila, gli abbonamenti sono passati da 7 mila a 210 mila. Il numero con Maometto che piange in copertina, pubblicato subito dopo gli attentati, è stato stampato in 8 milioni di copie. Finora i ricavi sono tre volte superiori a quelli del 2014. Infine il giornale ha ricevuto circa 4 milioni di euro in donazioni da decine di persone, aziende e istituzioni, che sono stati in gran parte versati alle famiglie di tutte le vittime di quei giorni: restano comunque da gestire milioni di euro.

Lo scorso luglio la direzione e l’assemblea del giornale hanno preso un’importante decisione: il 100 cento per cento dei guadagni degli ultimi 12 mesi saranno reinvestiti nell’azienda e non divisi tra gli azionisti. Negli anni successivi la quota è stata fissata al 70 per cento. Inoltre è stata vietata qualsiasi acquisizione di quote del giornale da parte di soggetti terzi: solo i dipendenti di Charlie Hebdo potranno essere titolari di azioni di Charlie Hebdo.

Nonostante queste decisioni, molti membri della redazione hanno chiesto maggiori garanzie affinché nessuno possa trarre profitto personalmente da quello che è successo, e hanno fatto delle proposte per organizzare la gestione della rivista in modo più ampio e orizzontale. E qui si arriva alla questione delle quote della società: il nuovo assetto dopo gli attentati è stato infatti uno dei principali motivi di malumore all’interno della redazione.

Di chi è Charlie Hebdo?
Prima del 7 gennaio Charb (l’ex direttore morto negli attentati) deteneva il 40 per cento delle quote di Charlie Hebdo alla pari con Laurent Sourisseau (Riss, il nuovo direttore), mentre Eric Portheault, direttore finanziario, aveva il 20 per cento. Lo statuto prevedeva che in caso di morte di uno degli azionisti, le sue quote venissero offerte agli altri.

Riss e Portheault avevano proposto che fosse il disegnatore Renald Luzier, noto con il nome d’arte Luz, a rilevare il 40 per cento di Charb. Luz aveva rifiutato e aveva proposto invece, insieme ad altri 15 dipendenti, di creare una cooperativa tra i redattori e che quella cooperativa diventasse anche proprietaria del giornale. Le cose sono andate diversamente: oggi il 70 per cento delle quote è detenuto da Sourisseau (Riss), il nuovo direttore, e il 30 per cento da Portheault, che insieme hanno acquistato il 40 per cento della quota di Charb. Portheault e Sourisseau hanno respinto la proposta di Luz dicendo che era in quel momento impraticabile, ma hanno più volte promesso di ampliare progressivamente la proprietà a partire dal prossimo anno.

Luz e Patrick Pelloux
Mentre le discussioni sul futuro e sulla gestione del giornale erano in corso, il fumettista Luz aveva annunciato la decisione di lasciare Charlie Hebdo, dicendo che il lavoro per lui era diventato troppo difficile senza i suoi colleghi. Luz è un disegnatore storico di Charlie Hebdo, uno dei pochi a non essere morto durante l’attacco islamista: aveva disegnato la famosa copertina del primo numero successivo alla strage, quella con Maometto che piange, e aveva poi continuato a lavorare al settimanale quando aveva ripreso le pubblicazioni dopo alcune settimane di pausa. In un’intervista pubblicata dal quotidiano francese Libération, Luz aveva però raccontato la fatica di doversi quotidianamente confrontare con la morte dei suoi amici e colleghi, parlando di un «peso enorme»: «Sono andato avanti per solidarietà, per non deludere nessuno. Ma a un certo punto è diventato troppo».

Lo scorso settembre anche Patrick Pelloux, medico e firma della rivista da circa 12 anni, aveva annunciato la stessa decisione a partire dal prossimo gennaio. «Se ho deciso di smettere di scrivere su Charlie Hebdo è perché c’è qualcosa che è finito. Ci sono altri che continueranno questa rivista e rimango uno di Charlie Hebdo nell’anima, ma bisogna saper andare avanti. Siamo dei sopravvissuti, sì e no. Una parte di noi si è fermata al momento di quegli attacchi».

La nuova sede, i problemi di sicurezza, le aspettative
Alla fine di settembre la redazione di Charlie Hebdo ha lasciato la sede di Libération, che aveva messo a disposizione alcuni dei suoi spazi dopo gli attacchi. La nuova redazione si trova nel tredicesimo arrondissement di Parigi: non si conosce l’indirizzo esatto ma si sa che sono sono stati spesi un milione e 500 mila euro per la messa in sicurezza dell’edificio e che la previsione annuale per la sorveglianza giornaliera della sede ammonta a ulteriori 500 mila euro. Le Monde ha paragonato la nuova sede a una specie di “bunker”.

Il regime di controllo e sicurezza dei dipendenti di Charlie Hebdo non vale solo nel momento del lavoro. Molti di loro vivono sotto la protezione della polizia 24 ore al giorno. Sourisseau è costantemente protetto da cinque agenti.

La sfida più difficile, ha spiegato il nuovo direttore in una recente intervista, è stata adattarsi alla trasformazione improvvisa di Charlie Hebdo da pubblicazione a diffusione nazionale e relativamente poco conosciuta a simbolo internazionale, celebrato dai sostenitori della libertà di parola. Questo ha creato discussioni interne sulla linea futura del giornale e sulle aspettative dei nuovi lettori: «È preoccupante sentire la gente che ci dice “voi siete i soli che possono dire queste cose”. Noi non vogliamo essere i soli a vedere il mondo in questo modo: è un brutto segno se diventiamo solo il simbolo di qualcosa che lentamente sta scomparendo».

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