Gli uffici dell'Economist a Londra. (ALESSANDRO ABBONIZIO/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 12 agosto 2015

Exor sarà primo azionista dell’Economist

La società di investimento della famiglia Agnelli aumenterà le sue azioni dal 4,7 al 43,4 per cento, ma non avrà il controllo della rivista

Gli uffici dell'Economist a Londra. (ALESSANDRO ABBONIZIO/AFP/Getty Images)

Exor, la società di investimento della famiglia Agnelli, ha trovato un accordo per diventare proprietaria del 43 per cento delle quote dell’Economist, la prestigiosa rivista settimanale inglese di finanza ed economia. Exor possiede già il circa il 4,7 per cento delle azioni dell’Economist: l’accordo prevede che compri azioni ordinarie e azioni speciali per aumentare la sua quota fino al 43,4 per cento. Per via del complicato statuto dell’Economist – esistono quote di tipo diverso, che danno poteri diversi – pur possedendo il 43 per cento delle azioni della rivista, Exor la controllerà alla pari con l’altro grande socio, la famiglia de Rothschild, che controlla il 21 per cento delle azioni.

Exor comprerà le azioni ora di proprietà del gruppo editoriale britannico Pearson, che possiede il 50 per cento delle azioni dell’Economist, per 287 milioni di sterline (405 milioni di euro) e diventerà il principale azionista della rivista. Della volontà del gruppo Pearson di vendere le sue azioni si parlava già molto da qualche settimana, ancora di più da quando il 23 luglio 2015 il gruppo aveva annunciato l’accordo per vendere all’editore giapponese Nikkei il Financial Times, uno dei giornali economici più rispettati al mondo. Tecnicamente Pearson controllava le azioni dell’Economist tramite il Financial Times, ma l’accordo con Nikkei non le ha riguardate.

Anche se sarà il primo azionista dell’Economist, Exor non potrà esercitare molto controllo sulla rivista e sulla sua linea editoriale, principalmente a causa della complessa organizzazione statutaria della rivista, il cui controllo di fatto è diviso tra una serie di azionisti di tipo diverso e di cui nessuno ha controllo assoluto sulla rivista. Come spiega il sito dell’Economist le azioni della società che possiede la rivista, The Economist Newspaper Limited, sono divise in azioni ordinarie, azioni speciali di tipo “A” e azioni speciali di tipo “B”. Le azioni ordinarie sono di proprietà di dipendenti e fondatori della rivista; le azioni speciali “A” sono possedute da grandi investitori come le importanti famiglie Cadbury, Rothschild e Schroder; le azioni speciali “B” sono quelle possedute da Pearson, che ne controllava il 50 per cento, escluse le quote dei cosiddetti fiduciari, il cui consenso è richiesto per diverse operazioni societarie e la scelta del direttore e del presidente della rivista. Il consiglio direttivo della rivisita, inoltre, è formato da 13 persone di cui 7 nominate dai possessori delle azioni “A” e 6 dai possessori delle azioni “B”. Come spiega l’Economist, questo complicato assetto societario – che qualcuno ha definito “bizantino” – serve per garantire l’indipendenza delle rivista dai suoi proprietari.

Come si legge in una nota pubblicata sul sito di Exor, la società comprerà il 27 per cento di azioni ordinarie e il 100 per cento delle azioni speciali di tipo “B” di proprietà di Pearson. John Elkann, presidente e CEO di EXOR, ha detto:

Aumentando il nostro investimento nell’Economist siamo felici di affermare il nostro ruolo come uno dei più importanti e longevi azionisti del gruppo, insieme alle famiglie Cadbury, Layton, Rothschild e Schroder e agli altri investitori. Abbiamo sempre ammirato l’integrità editoriale e lo sguardo globale che sono tratti distintivi del successo dell’Economist e aderiremo pienamente alla sua missione.

Oltre alla vendita delle azioni da Pearson a Exor, il consiglio direttivo dell’Economist, ha approvato anche alcune modifiche allo statuto in modo che nessun investitore abbia diritto di voto superiore al 20 per cento e che nessun investitore possa controllare più del 50 per cento della società. Lo scarso controllo che la proprietà può esercitare sulla rivista è secondo molti anche la spiegazione del relativamente basso valore: nonostante l’Economist sia più profittevole del Financial Times, Pearson lo ha venduto per circa la metà di quanto ha venduto il Financial Times.

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