Alexis Tsipras (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)
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  • martedì 14 luglio 2015

Il governo Tsipras traballa

Un gruppo di deputati di Syriza ha detto che non voterà l'accordo, così come il suo principale alleato al governo: nel frattempo ci sono scioperi e proteste

Alexis Tsipras (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Dopo l’accordo raggiunto lunedì con i creditori internazionali, il primo ministro greco Alexis Tsipras è tornato ad Atene dove lo attende un compito altrettanto impegnativo: convincere il suo partito a sostenerlo. Il parlamento di Atene dovrebbe approvare quattro riforme entro la prossima settimana e altre due entro la successiva, secondo il calendario stabilito ieri per soddisfare i creditori e porre le basi “minime” – così si legge nel documento – per proseguire i negoziati e dare mandato alla Commissione europea, alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario Internazionale per sbloccare un terzo piano di aiuti. Oggi sono previste riunioni del gruppo parlamentare di Syriza, degli altri partiti che fanno parte della coalizione di governo e del Parlamento, per valutare le nuove misure economiche previste dall’accordo di ieri.

Syriza e il Parlamento greco
Il piano dovrà essere votato dal Parlamento della Grecia, dove diversi esponenti del partito di Tsipras, Syriza, hanno già detto di essere contrari a nuove misure di austerità. Si tratta dei parlamentari che già la scorsa settimana, dopo la vittoria del No al referendum, non avevano votato il piano proposto da Tsipras ai creditori: rappresentano una parte minoritaria ma con­si­stente di Syriza e non ritengono che le con­di­zioni impo­ste siano com­pa­ti­bili con quanto pro­messo in cam­pa­gna eletto­rale.

Il ministro dell’Energia e della Riorganizzazione produttiva, Panagiotis Lafazanis (esponente della “Piattaforma di sinistra”, che rappresenta circa il 35 per cento del totale di Syriza), ha detto che non voterà per l’accordo ma che non si dimetterà dal governo. Il ministro del Lavoro, Panos Skourletis, ha detto che potrebbero essere convocate elezioni anticipate entro la fine dell’anno (forse a novembre, in concomitanza con il voto in Spagna). Il por­ta­voce di Syriza in Par­la­mento, Nikos Filis, ha chie­sto le dimis­sioni dei depu­tati che non hanno votato la proposta di Tsipras la settimana scorsa. L’altro partito della coalizione di governo, i Greci Indipendenti di ANEL rappresentati dal ministro della Difesa Panos Kammenos, hanno adottato una linea simile ai dissidenti di Syriza lasciando intendere che non voteranno per l’accordo ma dicendo anche che avrebbero continuato a sostenere il governo.

L’accordo dovrebbe essere invece votato da parte dell’opposizione. La cosa più probabile a questo punto è un rimpasto di governo: Tsipras proverà a ricom­pat­tare la mag­gio­ranza, chie­dendo ai parlamen­tari che hanno espresso il loro dissenso di rispet­tare il codice etico del par­tito e di presentare le dimissioni. Se questo non dovesse accadere – Tsipras non ha una maggioranza parlamentare larghissima – di fatto si andrebbe avanti con una nuova maggioranza. Il quotidiano greco Kathimerini sostiene che l’obiettivo del primo ministro è far votare i primi quattro progetti di riforma al Parlamento mercoledì 15 luglio (tra questi le prime misure sulle pensioni e l’aumento dell’IVA) e poi affrontare il rimpasto con una possibile nuova coalizione. Tsipras potrebbe continuare con un governo di minoranza e con il sostegno esterno di Nuova Democrazia, To Potami e PASOK, attualmente all’opposizione.

Se invece nei pros­simi giorni le cose dovessero rivelarsi ancora più complicate, si andrebbe a elezioni anticipate. Facendo i conti: i “dissidenti” di Syriza che non hanno votato o si sono astenuti la scorsa settimana sul piano Tsipras al Parlamento greco sono 17, compreso l’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis che era assente. Syriza dispone di 149 seggi e il governo in totale (con i 13 deputati di coalizione di ANEL) ha 162 seggi. Il parlamento è composto da 300 seggi e per ottenere la maggioranza sono necessari 151 voti. Kathimerini dice anche che i “dissidenti” dentro Syriza saranno più di 17: parla di circa 30 deputati del partito di Tsipras che sono propensi a votare contro il governo e che si sono riuniti già giovedì sera.

Il primo sciopero contro Syriza
Syriza affronterà presto anche il suo primo sciopero dei dipendenti pubblici da quando è salito al potere alla fine di gennaio. Il sindacato greco ADEDY (che rappresenta gli impiegati comunali e le amministrazioni locali) ha infatti indetto uno sciopero di 24 ore il prossimo 15 luglio, in risposta alle riforme promesse dal governo greco in cambio di un terzo piano di aiuti internazionali.

Inoltre, nel tardo pomeriggio di lunedì 13 luglio, qualche ora dopo l’annuncio a Bruxelles di un accordo tra la Grecia e i suoi creditori, alcune centinaia di persone si sono radunate in piazza Syntagma ad Atene per protestare contro le condizioni del nuovo accordo e le nuove misure di austerità che il Parlamento greco dovrà votare nei prossimi giorni. La manifestazione, che poi si è trasformata in una sorta di picchetto davanti al palazzo del Parlamento, è stata organizzata dai sostenitori del governo che si erano impegnati per la campagna a favore del No nel referendum di domenica 5 luglio e che percepiscono il nuovo accordo raggiunto da Tsipras con l’Europa come un tradimento della decisione popolare.

Gli altri parlamenti
Oltre al Parlamento della Grecia, l’accordo con i creditori dovrà essere votato da almeno altri 7 paesi: Finlandia, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Austria, Francia e Germania. La Fran­cia organizzerà un voto sia all’Assemblée natio­nale che al Senato: vote­ranno a favore il Partito Socialista e anche la mag­gio­ranza controllata da Sar­kozy. In Ger­ma­nia il Bun­de­stag voterà venerdì. Ci vor­ranno almeno due set­ti­mane per com­ple­tare i voti nazionali sull’accordo e iniziare il nego­ziato sul terzo piano di aiuti.

Le monde

Banche e prossime scadenze
Nonostante l’accordo raggiunto dal governo greco con i creditori internazionali, la situazione finanziaria del paese è piuttosto complicata. Se le cose andranno bene da qui in poi – se cioè il Parlamento greco approverà l’accordo e le nuove misure concordate e se l’accordo sarà accettato e votato anche dai diversi parlamenti dei paesi dell’area dell’euro – il nuovo prestito da parte del Meccanismo europeo di stabilità (MES) non arriverà in brevissimo tempo.

Il ministero delle Finanze greco ha confermato che le banche in Grecia resteranno chiuse almeno fino a mercoledì 15 luglio compreso: lo sono già da due settimane. Rimangono anche il con­trollo sui capitali e il limite massimo di prelievo di 60 euro. La Grecia tra l’altro deve far fronte nelle prossime ore a una serie di scadenze. Oggi scade un cosiddetto “Samurai bond”, obbligazione internazionale emessa dallo stato greco nel 1995 e denominata in yen per un controvalore pari a 146 milioni di euro. Un default verso cre­di­tori privati si potrebbe aggiun­gere al default verso il Fondo Monetario Internazionale del 30 giu­gno pari a 1,6 miliardi e a quello per altri 456 milioni saltato nelle ultime ore (il limite per il rimborsi era il 13 luglio). Ieri la Banca Centrale Europea si è rifiu­tata di alzare il tetto dell’ELA, il meccanismo di emergenza per fornire liquidità alle banche greche. Il prossimo 20 luglio la Grecia dovrà restituire alla BCE una rata relativa a un precedente prestito che ammonta a 3,5 miliardi di euro, ma senza l’erogazione di nuovi aiuti non sarà in grado di fare il pagamento. Poi, il 20 ago­sto scadono 3,2 miliardi ancora alla BCE, 1 miliardo di bond e 182 milioni al FMI.

Nelle prossime ore l’Eurogruppo dovrà quindi discutere di un prestito-ponte per affrontare l’emergenza finanziaria del paese a brevissimo termine: nel documento ufficiale pubblicato dopo l’incontro di ieri si dice che le necessità finanziarie della Grecia sono di 7 miliardi entro il 20 luglio e di altri 5 miliardi entro metà agosto.

Tsipras e Varoufakis, le due versioni
Cercare di interpretare che cosa è successo in Grecia nelle ultime settimana non è semplice. Le dichiarazioni e le versioni del primo ministro Tsipras e dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis (che si è dimesso subito dopo la vittoria dei “No” al referendum, pur avendo sostenuto quella posizione) potrebbero essere d’aiuto.

Subito dopo la conclusione dell’accordo con i creditori, Tsipras ha detto:

Abbiamo lot­tato dura­mente per sei mesi, fino alla fine per otte­nere il miglior risul­tato possibile, un accordo che con­sen­tirà alla Gre­cia di rimet­tersi in piedi e al popolo greco di essere in grado di continuare a com­bat­tere. Abbiamo affron­tato deci­sioni dif­fi­cili e dif­fi­cili dilemmi. Ci siamo assunti la respon­sa­bi­lità di una deci­sione per evi­tare l’attuazione degli obiet­tivi più estremi por­tati avanti dalle forze con­ser­va­trici più estreme dell’Unione europea.

Que­sto accordo pre­vede misure severe. Tut­ta­via, abbiamo impe­dito il tra­sfe­ri­mento di proprietà pub­bli­che all’estero, abbiamo impe­dito l’asfissia finan­zia­ria e il crollo del sistema finan­zia­rio — che erano già stati pia­ni­fi­cati nei minimi det­ta­gli e alla per­fe­zione — che erano in corso di attuazione. Infine, in que­sta bat­ta­glia dura, siamo riu­sciti a otte­nere la ristrutturazione del debito e un pro­cesso di finanzia­mento a medio termine.

(…) La deci­sione di oggi man­terrà la sta­bi­lità finan­zia­ria della Gre­cia e getta le basi per una potenziale cre­scita. Tut­ta­via, come si sapeva da prima, l’accordo sarà dif­fi­cile da attuare. Le misure com­pren­dono quelle che il par­la­mento ha votato.

Sono misure che ine­vi­ta­bil­mente ali­men­tano ten­denze reces­sive. Tut­ta­via sono fidu­cioso che il «pac­chetto svi­luppo» da 35 miliardi di euro che abbiamo con­cor­dato insieme alla ristruttura­zione del debito e al finan­zia­mento per i pros­simi tre anni, potrà creare un clima di fidu­cia in modo che gli inve­sti­tori si ren­de­ranno conto che i timori di un «Gre­xit» sono una cosa del pas­sato, ali­men­tando inve­sti­menti che compen­se­ranno even­tuali ten­denze recessive.

(…) Coloro che hanno por­tato sulle pro­prie spalle il peso degli ultimi anni non paghe­ranno il conto una volta di più. Que­sta volta, coloro che finora hanno evi­tato di pagare — pro­tetti dai pre­ce­denti governi — ini­zie­ranno a pagare.

Infine, voglio impe­gnarmi in que­sta pro­messa: da adesso in poi dob­biamo com­bat­tere sodo, come abbiamo com­bat­tuto finora, per otte­nere il miglior risul­tato in Europa, per libe­rare gli inte­ressi di que­sto paese. La Gre­cia ha biso­gno di riforme radi­cali a favore delle forze sociali, e con­tro l’oligarchia che ha por­tato alla situa­zione attuale del paese. L’impegno per que­sto nuovo sforzo ini­zia domani.

Il settimanale britannico New Sta­te­sman ha pubblicato la prima inter­vi­sta a Yanis Varou­fa­kis dopo le sue dimis­sioni dal governo greco, realizzata prima dell’accordo di dome­nica notte. Varoufakis racconta le complicate dinamiche all’interno dell’Eurogruppo dicendo anche che i nego­ziati sono durati tanto «per­ché i cre­di­tori non vole­vano asso­lu­ta­mente negoziare», che fin dall’inizio aveva valutato e lavorato all’ipotesi di un’uscita del paese dalla zona euro e che nel momento in cui l’Eurogruppo ha chiuso le ban­che il governo avrebbe «dovuto dare più forza a quel processo». Poi c’è stato il referendum:

«Il refe­ren­dum ci ha dato una grandissima forza che poteva anche motivare una dura reazione con­tro la BCE. Ma quella stessa notte, men­tre il popolo faceva esplo­dere il suo No, il governo ha deciso di non adot­tare un approccio ener­gico. Al con­tra­rio, il refe­ren­dum ci ha portati a fare mag­giori con­ces­sioni alle con­tro­parti: l’incontro del primo mini­stro con i par­titi di oppo­si­zione aveva sta­bi­lito già che qualun­que cosa fosse accaduta, qua­lun­que cosa gli altri ci avessero fatto, noi non avremmo mai rispo­sto in modo da sfi­darli. E quindi essen­zial­mente avremmo ini­ziato a seguirli, senza più negoziare».

Alla domanda sui suoi rapporti su Tsipras e sulle sue possibili dimissioni, Varoukakis ha spiegato:

«Non mi stu­pi­sce più niente in que­sti giorni. L’euro­zona è un posto estre­ma­mente ino­spi­tale per le persone inte­gre e one­ste (poco prima aveva definito “integro e onesto” Alexis Tsipras, ndr). Non mi stupi­rebbe nem­meno se accet­tasse un accordo molto brutto. So che lo farebbe per il senso di responsabilità che sente verso il suo popolo. So che non vuole che la nostra nazione diventi un paese fal­lito. Ma non posso tradire le mie opi­nioni ela­bo­rate già dal 2010: que­sto paese deve smet­terla di chie­dere pre­stiti e aumen­tare il debito pen­sando di risol­vere i pro­pri pro­blemi. Non ha fun­zio­nato finora e non funzionerà. Stiamo semplicemente ren­dendo il nostro debito ancora meno gesti­bile, gene­rando condizioni di auste­rità che metteranno ancora più in crisi la nostra eco­no­mia e tra­sci­ne­ranno il peso della crisi sulle spalle di chi non ha, generando una vera e propria crisi uma­ni­ta­ria. Non lo accetto e non voglio farne parte».

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