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  • giovedì 9 luglio 2015

La Russia non vuole chiamare “genocidio” il massacro di Srebrenica

Ha usato il potere di veto per fermare una risoluzione ONU che definiva "genocidio" l'episodio più violento della guerra in Bosnia

Ratko Mladic (secondo da sinistra) all'aeroporto di Sarajevo. (AP Photo/Michael Stravato)

Mercoledì 8 luglio la Russia ha usato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per fermare l’approvazione di una risoluzione che definiva il massacro di Srebrenica un “genocidio”. Il massacro di Srebrenica fu compiuto nel 1995 dalle forze militari serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic contro migliaia di musulmani bosniaci: l’attacco iniziò il 9 luglio a Srebrenica, una città oggi nella parte orientale della “Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina” – una delle tre entità politico-geografiche in cui è diviso lo stato – e portò all’uccisione di 8.372 persone. Il veto della Russia non è stato completamente inaspettato: il governo russo è considerato molto vicino ai serbi bosniaci, che prima del voto avevano chiesto alla Russia di usare il potere di veto.

Da molti anni si discute se si possa definire quello che successe a Srebrenica “genocidio”. Secondo l’ambasciatore russo Vitaly Churkin la risoluzione sottoposta al voto del Consiglio di Sicurezza era “non costruttiva, provocatoria e motivata politicamente”. Degli altri paesi con potere di veto, Francia, Regno Unito e Stati Uniti hanno votato a favore della risoluzione, mentre la Cina si è astenuta. Il massacro di Srebrenica è stato lo sterminio più sanguinoso nella storia dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale: in passato già due tribunali internazionali lo hanno definito un “genocidio”.