Adriano Sofri (© Stefania D'Alessandro/Lapresse)
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  • martedì 23 giugno 2015

La risposta di Adriano Sofri sul suo coinvolgimento in uno studio del Ministero della Giustizia come “esperto di carcere”

Adriano Sofri (© Stefania D'Alessandro/Lapresse)

Martedì 23 giugno, diversi giornali hanno scritto del coinvolgimento di Adriano Sofri in uno studio del Ministero della Giustizia come “esperto di carcere”. Il segretario del sindacato di polizia penitenziaria Sappe ha parlato di una scelta “grave e inaccettabile”, il direttore della Stampa Mario Calabresi ha dichiarato di “non comprendere la scelta” e Sofri ha spiegato sul Foglio quale è stato finora il suo contributo allo studio («una conversazione telefonica con un autorevole giurista») e perché non parteciperà all’eventuale riunione futura alla quale aveva dato la sua adesione.

Si è sollevato un piccolo chiasso attorno alla mia “nomina” da parte del ministro della Giustizia come “esperto” di carcere, e in particolare di “cultura, istruzione e sport” in carcere, nel contesto della preparazione di materiali utili a migliorare la condizione delle galere italiane. L’antefatto: ricevuto un invito a partecipare a uno di 18 (tanti) “tavoli” a tema, avevo accettato. Non mi tiro indietro quando si tenti di fare qualcosa di utile alla vita quotidiana dei detenuti e della vasta umanità che il carcere travolge. Il mio contributo si era limitato a una conversazione telefonica con un autorevole giurista, e all’adesione a una eventuale riunione futura. Alla quale invece non andrò, scusandomene coi promotori, perché ne ho abbastanza delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare. La polemica è stata innescata dal segretario del sindacato di polizia penitenziaria Sappe. Costui mi porta uno speciale attaccamento, spiegabilissimo. Tra le troppo rare circostanze in cui i mezzi di informazione lo menzionano, una ingente percentuale proviene, negli ultimi vent’anni, dalla sua premura per me. Questa volta trova – al punto di essere “letteralmente saltato sulla sedia” – “molto grave e inaccettabile” che io sia considerato esperto di carcere. Ora, non c’è dubbio che ci siano esperti più esperti di me: ergastolani senza riparo, che stanno in galera da una vita e sanno di starci fino alla morte; ragazzi arabi denudati e messi in una cella liscia; detenuti gravemente malati e destinati a creparci (io andai lì lì). Eccetera.

(Continua a leggere sul sito del Foglio)

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