Una veduta interna della stazione Centrale di Milano, 14 giugno 2015. (ANSA/ IGOR GREGANTI)
  • Italia
  • martedì 16 giugno 2015

La scabbia si cura con poco

Giuliano Ferrara spiega che o andiamo a fare la guerra, o spariamo agli immigrati: oppure li accogliamo e curiamo, che è meglio

Una veduta interna della stazione Centrale di Milano, 14 giugno 2015. (ANSA/ IGOR GREGANTI)

Sul Foglio di domenica Giuliano Ferrara ha scritto che l’Italia deve «subire l’invasione» di immigrati, riprendendo sarcasticamente il lessico della Lega, «accogliere gli afflitti, sanare la piaga»: e quindi occuparsi dei migranti e «smetterla di pensare e di dire che c’è un’alternativa». Ferrara aggiunge poi che due alternative in realtà ci sarebbero: la prima sarebbe «sparargli, affondarli, respingerli», ed è sbagliata e impraticabile; la seconda sarebbe «fare la guerra», cioè intervenire pesantemente nella politica estera di quella regione, e l’Italia non vuole farlo.

Bisogna accogliere gli afflitti e accettare l’invasione, bisogna sanare la piaga, accettare la posizione marittima speciale dell’Italia e farne fonte di condivisione e corresponsabilità in Europa, bisogna curare la scabbia degli immigrati sfortunati e trattare con delicatezza i neonati raccolti nelle stazioni ferroviarie, e bisogna farsi largo tra folle impreviste di clochard del nostro secolo, pulire dove qualcuno defeca in assenza di servizi con la stessa delicatezza e rassegnazione con cui io pulisco appresso alle mie tre creature canine. Bisogna sporcarsi le mani (letteralmente) con la tragedia di disordine, di malagrazia, di povertà e di abissale follia che incombe alle nostre frontiere. Bisogna subire l’invasione e smetterla di pensare e di dire che c’è un’alternativa.

Le alternative in realtà ci sono e sono due e solo due. La prima è sparargli, affondarli, respingerli con violenza e rigore doganiere come merci non autorizzate o come esseri umani nemici. Non è minimamente praticabile. Non è praticata da alcuno, salvo qualche fucilata nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, dove la frontiera è la frontiera perché al di là della frontiera non ci sono tribù sparse in guerra e drammi epocali incontrollati del continente africano ma il rassicurante Re del Marocco (insomma una ordinata situazione postcoloniale). E’ un’alternativa bloccata dallo spirito di carità suffragato dal buonsenso ordinario: siamo filistei ma pieni di amore, almeno in apparenza, e non ammazziamo i vicini di mare. Neanche quando si fanno minacciosi alle nostre coste. E’ così e non puoi farci niente, caro Langone.

L’altra soluzione è impervia, sarebbe quella giusta in linea teorica, ma non siamo disponibili, perché ha un costo politico, civile e sociale superiore al diffondersi della paura, superiore alla paura stessa nuda e cruda, e magari al disgusto per il decoro violato della nostra pace semisecolare. La soluzione è la guerra. Cioè una politica estera aggressiva, la ricerca del casus, la pressione sugli alleati occidentali, la willing coalition per dare ordine al disordine africano e mediorientale. La guerra implica la calata del sipario sul nostro benessere insidiato dai mendicanti di spazio vitale, la guerra per risanare il mondo che preme in farraginoso subbuglio implica uno sforzo nazionale, tasse, spese militari, impegno civile che riguarda ciascuno, rinuncia all’equilibrio. Tutti sanno che quello è il problema. L’islam politico fanatizzato, da una parte (e Dio solo sa quanto questo islam assomigli all’islam, e basta). E tutto il resto di destabilizzazione, guerre civili, caduta dei regimi nostri alleati, i nostri figli di puttana, non si cura se non con la terapia militare e politica dell’intervento forte, di natura imperiale. Ma siamo noi, potremo mai tornare ad essere, “interventisti” o addirittura “imperialisti”?

(continua a leggere sul sito del Foglio)

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