• Italia
  • mercoledì 15 aprile 2015

Chi è Bruno Contrada

La storia dell'ex funzionario del SISDE condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, su cui si è pronunciata ieri la Corte europea dei diritti dell'uomo

Per la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, Bruno Contrada – ex poliziotto, ex capo della squadra mobile di Palermo ed ex funzionario del SISDE, i servizi segreti italiani prima che si chiamassero AISI – non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte ha reso pubblica la sua decisione martedì 14 aprile. È la seconda volta che la Corte di Strasburgo si pronuncia su Bruno Contrada: nel febbraio del 2014 aveva condannato l’Italia perché a Contrada non erano stati concessi una prima volta i domiciliari chiesti per le sue condizioni di salute.

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo
Dopo essere stato condannato a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa – il reato secondo cui una persona, senza essere inserita nella struttura di un’organizzazione mafiosa, svolge un’attività di intermediazione o contribuisce in qualche modo agli obiettivi dell’organizzazione stessa – Contrada era tornato in libertà nell’ottobre del 2012. Contrada si era rivolto alla Corte di Strasburgo quattro anni prima dicendo che nel processo in cui era stato condannato era stato violato l’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che stabilisce che nessuno possa «essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale» (si tratta del principio “nulla poena sine lege“). La Corte ha riconosciuto la violazione: ha detto che Contrada non avrebbe dovuto essere condannato perché «il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso è il risultato di un’evoluzione della giurisprudenza italiana posteriore all’epoca in cui lui avrebbe commesso i fatti per cui è stato condannato». All’epoca dei fatti, cioè tra il 1979 e il 1988, il reato per cui Contrada era stato condannato a dieci anni di carcere non «era sufficientemente chiaro».

Lo Stato italiano dovrà ora versare a Contrada 10 mila euro per danni morali (Contrada ne aveva chiesti 80 mila). La Corte ha respinto anche la richiesta di dargli circa 30 mila euro per le spese processuali sostenute a Strasburgo, ordinando all’Italia un risarcimento limitato a 2.500 euro. Due mesi fa l’avvocato di Contrada aveva presentato per la quarta volta domanda di revisione del processo a carico del suo cliente. La corte di appello di Caltanissetta ha fissato l’udienza per prendere una decisione il prossimo 18 giugno. La sentenza di Strasburgo potrebbe essere un elemento nuovo per ottenere effettivamente la revisione della condanna.

Bruno Contrada
Bruno Contrada è nato a Napoli, ha 83 anni ed è entrato in polizia nel 1958. Nel 1973 è diventato capo della squadra mobile di Palermo e nel 1982 è entrato a far parte del SISDE, il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (i servizi segreti italiani), prima come coordinatore in Sicilia e Sardegna, poi a Roma nel reparto operativo della direzione (i giornali lo definiscono “il numero tre del SISDE”). Durante la sua carriera, Contrada è stato anche capo di gabinetto del prefetto Emanuele de Francesco, Alto commissario per la lotta alla criminalità organizzata. È sposato, ha due figli, vive a Palermo e ha pubblicato un libro scritto con la giornalista Letizia Leviti intitolato “La mia prigione. Storia vera di un poliziotto a Palermo”, nel quale ripercorre la sua vita e la sua vicenda giudiziaria.

Le tappe dei processi
Contrada era stato arrestato per la prima volta il 24 dicembre del 1992. Dopo 31 mesi di detenzione fu scarcerato nel 1995. Il 5 aprile del 1996, nel processo di primo grado, fu condannato a dieci anni di reclusione: il pubblico ministero, che era Antonino Ingroia, ne aveva chiesti dodici. Il 4 maggio del 2001 la Corte di appello di Palermo lo assolse con formula piena «perché il fatto non sussiste». L’anno dopo la sentenza fu annullata dalla Cassazione per un vizio di forma: fu ordinato un nuovo processo di appello che portò a una condanna nel febbraio 2006, poi confermata in Cassazione nel maggio 2007. Contrada fu quindi incarcerato a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Il 28 luglio del 2008, con l’aggravarsi delle sue condizioni di salute – Contrada soffre di diabete – gli furono concessi gli arresti domiciliari. Durante questi anni per tre volte è stata rifiutata la sua richiesta di revisione del processo. L’11 ottobre del 2012 è stato liberato per fine pena.

La condanna
Contrada fu arrestato su ordine della procura di Palermo nel 1992 con l’accusa di essere «a disposizione di Cosa nostra» sulla base di una serie di dichiarazioni fatte da alcuni collaboratori di giustizia: tra loro, Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Rosario Spatola. Si parla di fatti risalenti all’inizio degli anni Novanta: gli anni dell’omicidio del parlamentare siciliano della DC Salvo Lima (12 marzo 1992) e dell’imprenditore Ignazio Salvo (17 settembre 1992), delle stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di via D’Amelio (19 luglio 1992) contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, delle bombe in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993) e in via Palestro (27 luglio 1993) a Milano, delle autobombe esplose a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro, a Roma, e del fallito attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo (14 maggio 1993). Sono gli anni della sentenza della Cassazione del gennaio 1992 nel cosiddetto Maxiprocesso, che condannò Totò Riina e molti altri capi mafiosi all’ergastolo, e quelli dell’applicazione dell’articolo 41 bis della legge sull’ordinamento penitenziario che prevede carcere duro e isolamento per i detenuti accusati di appartenere a organizzazioni criminali.

Il primo pentito ad accusare Contrada di collusione con la mafia è stato Tommaso Buscetta nel 1984: disse di aver saputo da Rosario Riccobono (mafioso vicino a Riina) che Contrada gli passava informazioni sulle operazioni della polizia. Nel 1992 furono raccolte una serie di altre testimonianze che nel corso del primo processo arrivarono a essere una decina. Vi furono soprattutto quelle di Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese e Rosario Spatola: tutti avevano parlato di un legame tra Contrada e vari boss mafiosi. Il pentito Gaspare Mutolo, per esempio, disse:

Sino alla prima metà degli anni Settanta, Contrada, insieme ad altri integerrimi funzionari di polizia, Boris Giuliano, Ignazio D’Antone e Antonino De Luca, era per la mafia un nemico da eliminare. C’erano due linee all’interno di Cosa nostra, quella morbida dei boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade che sosteneva di “avvicinare” i poliziotti e quella dura, del clan dei corleonesi che propendeva per un attacco frontale allo Stato. Ebbi l’incarico di pedinare Contrada per scoprire le sue abitudini. Quando fui scarcerato, nel 1981 Rosario Riccobono mi disse che Contrada era a nostra disposizione. Cosa nostra poteva contare su una miriade di uomini delle istituzioni per ottenere protezioni e per aggiustare i processi.

Le accuse nei confronti di Contrada furono formalizzate solo nel 1992: la più grave fu quella di aver fatto una soffiata per far fuggire Totò Riina. I sospetti nei suoi confronti risalgono già agli anni Ottanta. Tra i molti episodi, ne viene citato soprattutto uno: la notte tra il 4 e il 5 maggio del 1980 ci fu una grande retata a Palermo durante la quale furono arrestati una quarantina di mafiosi. Poco prima dell’operazione tutti i funzionari di polizia furono contattati dal questore Vincenzo Immordino, a parte Contrada. Vincenzo Immordino lo chiamò invece parlando di una rivolta al carcere, perché circolavano già sospetti nei suoi confronti. Anche diversi collaboratori di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno testimoniato la diffidenza che entrambi i magistrati avevano già a quel tempo nei confronti di Contrada: il suo nome era stato coinvolto in alcuni processi per mafia di quegli anni relativi all’attentato dell’Addaura del 1989 – il fallito attentato contro Falcone – e alla strage di via d’Amelio, dove fu ucciso Borsellino, rispetto alla quale ci fu una lunga questione sui tempi misteriosamente rapidi con cui Contrada ne venne a conoscenza.

Contrada, da parte sua, si è sempre dichiarato collaboratore e amico di Borsellino. I familiari del magistrato hanno però smentito («Mai rapporti di collaborazione, tanto meno di amicizia»). In tutti questi anni Contrada ha detto di essere stato la vittima di un complotto creato dagli stessi mafiosi che lui aveva cercato di fermare e ha insistito che in tutte le dichiarazioni che hanno portato alla sua condanna non ci sia mai stata un’accusa diretta nei suoi confronti.

Foto: il funzionario del SISDE Bruno Contrada durante il processo a suo carico,
Palermo, 19 settembre 1995 (©Lapresse)

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