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  • Domenica 12 aprile 2015

Il problema di fare le Olimpiadi invernali del 2022 a Pechino

Riguarda la solita questione della violazione dei diritti umani e storie di violenze e soprusi durante i Giochi estivi del 2008

di Simon Denyer

People take photos in front of a display for the proposed Beijing 2022 Winter Olympics on the Olympic Green in Beijing, Saturday, March 28, 2015. The International Olympic Committee (IOC) concluded a 5-day visit on Saturday to inspect Beijing's bid for the 2022 Winter Olympics. (AP Photo/Mark Schiefelbein)
People take photos in front of a display for the proposed Beijing 2022 Winter Olympics on the Olympic Green in Beijing, Saturday, March 28, 2015. The International Olympic Committee (IOC) concluded a 5-day visit on Saturday to inspect Beijing's bid for the 2022 Winter Olympics. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Ni Yulan si ricorda bene quanto fosse orgogliosa quando la Cina vinse la gara per ospitare le Olimpiadi del 2008. Almeno fino a che la sua casa fu demolita per fare spazio ai lavori per le Olimpiadi. Fu picchiata dalla polizia, che la lasciò permanentemente invalida e passò quattro anni in carcere. Oggi vive con il marito in un minuscolo monolocale in affitto. Sopravvive con la sua esigua pensione e con i suoi ultimi effetti personali, stipati in uno scatolone su un armadio, e non è così entusiasta all’idea che la Cina possa ospitare le Olimpiadi invernali del 2022. A Pechino c’è moltissimo smog, le montagne che la circondano hanno poca neve e la città non ha una tradizione di sport invernali: ciononostante è favorita a ottenere le Olimpiadi del 2022 rispetto alla sua unica rivale, Almaty in Kazakistan. Se dovesse vincere, sarebbe la prima città a organizzare entrambe le versioni dei Giochi olimpici, quella estiva e quella invernale.

Il mese scorso, durante una conferenza stampa, il sindaco di Pechino Wang Anshun ha detto: «La Cina è stabile politicamente, ha un’economia prosperosa e una società armoniosa, che è la garanzia più importante per ospitare le Olimpiadi invernali. Godiamo di un buon ambiente sociale e dell’appoggio dell’opinione pubblica». La candidatura di Pechino è in realtà molto criticata per un’altra ragione, cioè la questione delle molte violazioni dei diritti umani compiute in Cina. In molti si sono chiesti come si possa concedere a Pechino di ospitare una seconda Olimpiade in tempi così ravvicinati rispetto ai Giochi del 2008, quando la polizia si rese responsabile di molte violenze sulla popolazione. Ni ha detto che la battaglia per ottenere un risarcimento è costata a lei e a sua figlia Dong Xuan il lavoro. Solo lo scorso autunno, la trentenne Dong fu chiusa nel suo appartamento dalla polizia durante un summit regionale asiatico, per impedire che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e gli altri leader mondiali presenti percepissero una qualsiasi traccia di dissenso. «Le Olimpiadi del 2008 mi hanno lasciata senza casa e disabile. Quante altre case furono demolite? Quante persone furono ferite o morirono? Spero che il Comitato olimpico pensi a tutto questo molto seriamente».

Pechino ha promesso che le Olimpiadi renderanno popolari gli sport invernali in Cina: sono già iniziati corsi di pattinaggio, per esempio, mentre i media di stato dicono che il numero dei visitatori nelle località sciistiche fuori Pechino sta aumentando. Saranno costruiti 600 nuovi hotel, con 130 mila stanze, in tre diversi posti. Il famoso Stadio Nazionale di Pechino, conosciuto come “Nido d’Uccello”, sarà utilizzato per la cerimonia d’apertura e di chiusura, mentre il vicino “Cubo d’Acqua” ospiterà le gare di curling. Gli altri programmi prevedono una linea ferroviaria ad alta velocità che trasporti i visitatori da Pechino alle altre due località, e saranno investiti 13 miliardi per ripulire l’aria della città, hanno detto le autorità.

Mentre Oslo ha ritirato la sua candidatura lo scorso anno, parlando di una mancanza di appoggio dei norvegesi per affrontare le spese, le autorità pechinesi citano un sondaggio di un’agenzia francese secondo il quale quasi il 95 per cento dei cittadini cinesi sono favorevoli a partecipare alla gara per ottenere le Olimpiadi. Per quelli che hanno assistito alle Olimpiadi del 2008 di Pechino in quegli eleganti stadi o anche comodamente a casa propria, ci sono pochi dubbi che delle Olimpiadi invernali in città sarebbero molto spettacolari: e non ce ne sono nemmeno sull’efficienza e la determinazione politica della Cina a ottenere il risultato. Il problema, dicono i critici, è che quella determinazione politica è imposta attraverso una spietata macchina per la sicurezza nazionale, mentre il “sostegno dell’opinione pubblica” è fabbricato con i media e i tribunali.

Quando la Cina ha ottenuto di ospitare le Olimpiadi del 2008 l’allora presidente del Comitato Olimpico Internazionale Jacques Rogge disse di essere convinto che la decisione avrebbe migliorato la questione dei diritti umani in Cina, e si impegnò ad “agire” se non fosse stato così. Francois Carrard, allora direttore generale del CIO, disse che era una “scommessa”. Oggi, apparentemente, il Comitato ha perso la scommessa, e la promessa di agire non è stata mantenuta, almeno secondo quanto dicono i critici.

Diverse organizzazioni per i diritti umani dicono che mentre si avvicinavano le Olimpiadi del 2008 la Cina intensificò la repressione in Tibet: il culmine fu la grande protesta nel marzo di quell’anno, per la quale almeno 100 persone furono uccise e migliaia incarcerate. Il dissidente Hu Jia scrisse una lettera, assieme all’avvocato per i diritti umani Teng Biao, sottolineando come le Olimpiadi si sarebbero tenute in una nazione senza elezioni, senza libertà religiosa, senza tribunali indipendenti e dove la tortura era una pratica comune. Appena quattro mesi prima dell’inizio dei Giochi, Hu fu condannato a tre anni e mezzo di carcere. Dal telefono di casa sua, Hu ha detto: «Appoggio pienamente qualsiasi tipo di evento sportivo: la condizione è però che i Giochi non siano un altro diamante nella corona del Partito Comunista Cinese. Non può essere un inferno per i diritti umani».

Il CIO ha risposto alle controversie sulle Olimpiadi del 2008 a Pechino e su quelle invernali del 2014 a Sochi, in Russia, introducendo delle riforme ai propri regolamenti che obbligano i governi dei paesi ospitanti a firmare un contratto con un’esplicita clausola di non discriminazione: le nuove regole impongono anche di difendere i diritti umani, quelli lavorativi e l’ambiente. La candidatura di Pechino sarà la prima a mettere alla prova le riforme, ha spiegato l’organizzazione non governativa Human Rights Watch. Il problema è che i nuovi parametri introdotti sono difficili da fare rispettare se la scelta per il paese ospitante è tra Pechino e Almaty, e quando in ballo ci sono così tanti soldi. Sharon Hom, direttore esecutivo del gruppo Human Rights in China, che ha sede a New York, si è chiesto: «Il CIO ignorerà a propria convenienza il passato di promesse non mantenute e si piegherà ai poteri politici una seconda volta? Considererà i rischi che corre il marchio delle Olimpiadi? La comunità internazionale potrebbe non soffrire a sua volta di una simile amnesia».

Foto: (AP Photo/Mark Schiefelbein)

© Washington Post 2015