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  • lunedì 2 marzo 2015

Le nuove proteste a Hong Kong

Questa volta contro i numerosi turisti cinesi che comprano beni senza pagarci le tasse sopra per poi rivenderli a prezzi maggiorati in Cina

Domenica 1 marzo sono state arrestate più di trenta persone dalla polizia di Hong Kong durante una manifestazione di protesta a Yuen Long, una città della regione amministrativa speciale cinese al confine con la Cina. È la terza protesta in un mese, organizzata contro il gran numero di turisti cinesi che vanno ad Hong Kong per comprare beni a un prezzo inferiore: i manifestanti sostengono che i turisti poi rivendano i prodotti di alta qualità in Cina ad un prezzo maggiorato, approfittando del fatto che a Hong Kong non vengono applicate le tasse su beni e servizi.

La città di Yuen Long attrae molti turisti cinesi, vista la vicinanza con il confine, e i locali si stanno lamentando del fatto che questa situazione abbia fatto alzare il prezzo degli affitti e che abbia portato a conseguenze per molti rivenditori, che faticano a fare affari. Centinaia di manifestanti hanno marciato per chiedere al governo di cambiare le regole che attualmente permettono ai cittadini cinesi di superare il confine più volte in un giorno solo. Kelvin Lee, un manifestante del gruppo che ha organizzato la protesta, l’Hong Kong Indigenous, ha detto: «C’è molta rabbia da parte della gente verso i contrabbandieri cinesi perché non vogliamo che si alzino i prezzi, che si crei caos, perché questa situazione non ci dà nessun tipo di beneficio».

La polizia è intervenuta dopo che alcuni cittadini, contrari alla manifestazione, hanno cominciato a insultare i manifestanti, che hanno reagito: i poliziotti hanno usato manganelli e spray al peperoncino. Sono state arrestate circa 36 persone, tra i 13 e i 74 anni, per possesso di armi, aggressione, disordini e scontri. I residenti contrari alla protesta ritengono che i turisti cinesi in realtà vadano a Hong Kong soltanto per trovare prodotti di alta qualità e che quindi sarebbero i manifestanti a creare caos e scompiglio. Nella giornata di lunedì 2 marzo Anthony Cheung, il segretario dei trasporti e dell’edilizia di Hong Kong, ha fatto sapere che il governo cercherà di prendere provvedimenti riguardo alla capacità del territorio di ospitare turisti: «Troppi visitatori possono essere una buona cosa, ma creano anche molta pressione. Cercheremo di assicurarci che questa non abbia un impatto negativo sui residenti e sulla loro vita di tutti i giorni».

Queste proteste hanno quindi alla base richieste diverse rispetto a quelle delle manifestazioni tenutesi tra settembre e febbraio – soprannominate “Umbrella Revolution” per via degli ombrelli che i manifestanti utilizzavano per proteggersi dallo spray al peperoncino della polizia – che avevano come scopo una maggiore apertura alla democrazia e all’autonomia dal governo centrale cinese. Quel movimento di protesta, formato da varie organizzazioni studentesche e guidato dal giovane Joshua Wong, chiedeva inoltre le dimissioni dell’attuale governatore Leung Chun-ying, ritenuto troppo vicino al governo centrale.

Migliaia di persone avevano bloccato le strade e le principali attività commerciali per ottenere elezioni libere per il 2017, ed il governo aveva cominciato una trattativa con i manifestanti. A metà ottobre, dopo l’interruzione di queste trattative, erano poi cominciati scontri con la polizia e c’erano stati molti arresti: a fine protesta le persone arrestate sono arrivate in tutto a un totale di 955. A inizio febbraio c’è stata la manifestazione più grande, questa volta pacifica, che chiedeva un incontro con il governo centrale cinese, ma non c’è stata risposta. Salvo sorprese le elezioni del 2017 a Hong Kong si svolgeranno con il metodo deciso dal governo centrale cinese, cioè con una lista di candidati composta soltanto da persone approvate da uno speciale comitato, nominato a sua volta dal governo di Pechino.

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