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  • martedì 20 Gennaio 2015

Che cosa succede in Yemen?

Un gruppo di ribelli ha preso il controllo del palazzo presidenziale della capitale San'a': il governo parla di un colpo di stato

La mattina di lunedì 19 gennaio sono iniziati violenti scontri a San’a’, la capitale dello Yemen, tra forze armate e Houthi, i miliziani ribelli sciiti che lo scorso settembre hanno conquistato parte della città. Dopo diverse ore e dopo che i ribelli sono riusciti a prendere il controllo della televisione di stato e dell’agenzia Saba News, è stata stabilita una tregua tra le parti garantita durante la notte da un gruppo formato da alcuni ribelli e da alcuni soldati: nella mattina di martedì il presidente yemenita, Abd Rabbu Mansour Hadi, ha convocato e presieduto una riunione di emergenza con i suoi consiglieri invitando le parti a «risolvere tutte le controversie».

Intorno alle 15:00 ora locale gli scontri sono ricominciati. Gli Houthi sono riusciti ad entrare nel palazzo dove abita il primo ministro e successivamente nel palazzo presidenziale (che non è però la residenza di Mansour Hadi, ma quella dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh: sembra che i ribelli fossero interessati all’edificio per delle armi che si trovano al suo interno). Da quanto se ne sa finora, Abd Rabbu Mansour Hadi non si trovava dell’edificio, ma in un altro palazzo che al momento si pensa sia circondato dagli stessi ribelli Houthi. La ministra dell’Informazione Nadia Sakkaf ha scritto su Twitter che le milizie stanno cercando di prendere il potere e il colonnello Saleh al-Jamalani, comandante della forza di protezione presidenziale, ha detto: «Questo è un colpo di stato. Non c’è altra parola per descrivere quello che sta succedendo». Finora si hanno notizie di nove morti e 67 feriti.

Martedì 20 gennaio il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto l’immediata sospensione dei combattimenti in Yemen e il Consiglio di sicurezza si è riunito per discutere della crisi in corso nel paese. Sempre martedì, il leader dei ribelli ha tenuto un discorso trasmesso in diretta dalla televisione locale. Ha denunciato la corruzione del paese, ha accusato il governo di essersi rifiutato di mandare l’esercito a combattere contro al Qaida e ha detto che le violenze non si fermeranno fino a quando il presidente non «accelererà» l’attuazione di un accordo di pace firmato lo scorso settembre e che finora non sarebbe stato rispettato: l’accordo prevedeva maggiori diritti per gli Houthi e maggiori margini di trattativa nel processo di riforme che Hadi sta cercando di portare avanti. Alla fine della scorsa settimana gli Houthi avevano rapito il capo dello staff di Hadi proprio per rallentare questo processo.

 

Chi sono gli Houthi?
Gli Houthi fanno parte di un gruppo di ribelli conosciuto come Ansar Allah (Partigiani di Dio): sono sciiti e appartengono alla setta zaidista, un ramo minore dello sciismo stesso che nello Yemen rappresenta circa un terzo della popolazione. Sono concentrati prevalentemente nel nord del paese, vicino alla zona di Sa’ada.

Yemen

Il loro nome deriva da quello dell’uomo che ha guidato la loro prima rivolta per una maggiore autonomia, nel 2004, Hussein Badr al-Din al-Houthi che è stato ucciso dai militari yemeniti. Nel 2010, il gruppo di ribelli ha firmato un accordo con il governo riprendendo però la guerriglia nel settembre del 2014 e arrivando a controllare una parte della capitale e altre città del paese. I combattimenti degli Houthi contro le forze governative hanno causato negli ultimi anni la morte di migliaia di soldati yemeniti e di migliaia di civili.

Perché lo Yemen è così importante
Quattro mesi fa il presidente americano Barack Obama aveva citato lo Yemen come un esempio positivo di lotta al terrorismo: Obama aveva parlato del caso yemenita per spiegare che quella forma di operazione militare – attacchi aerei mirati contro i nemici – poteva funzionare anche in Siria contro lo Stato Islamico. Diversi analisti avevano però messo in discussione le affermazioni di Obama, dicendo che in realtà le cose in Yemen non andavano per niente bene: dopo l’allontanamento dal potere di Saleh non c’è stato alcun governo in grado di imporsi nel territorio e frenare le spinte secessioniste del sud, le pressioni degli Houthi provenienti da nord e le attività di al Qaida nella penisola arabica, considerata oggi la frangia di al Qaida più potente e quella con il “mandato” di compiere attentati in Occidente.

Oggi la situazione in Yemen complica ulteriormente le cose sia per l’amministrazione americana che per i suoi alleati, e in particolare l’Arabia Saudita. Il presidente Mansour Hadi è considerato dagli Stati Uniti un solido alleato contro al Qaida e dall’Arabia Saudita la garanzia che lo Yemen rimanga nell’orbita sunnita. Gli Houthi vengono considerati invece molto vicini all’Iran e un’eventuale presa del potere da parte loro è vista come una minaccia alla sicurezza saudita (che condivide un lungo confine con lo Yemen, per lo più al nord dove gli Houthi sono più forti) e un grosso problema per gli Stati Uniti, che da oltre trent’anni stanno cercando di limitare l’influenza iraniana nella regione. Gli Houthi stessi sono acerrimi nemici di al Qaida in Yemen, ma un’alleanza tra loro e gli Stati Uniti non è oggi fattibile.

Come si è arrivati a questo punto
L’attuale presidente del paese è Abd Rabbu Mansour Hadi, sunnita, che nel 2012, dopo una rivolta popolare nata sulla scia della cosiddetta “primavera araba”, ha preso il posto di Ali Abdullah Saleh, al potere da 33 anni (Hadi è stato vicepresidente di Saleh per 17 anni). Già dal 2012 era previsto che Hadi rimanesse in carica per due anni. Durante la fase di transizione, appoggiata dalle Nazioni Unite, era prevista la consultazione dei vari movimenti politici per eleggere un’assemblea costituente incaricata a sua volta di scrivere una nuova Costituzione prima di nuove elezioni presidenziali e legislative previste per il 2014. Le trattative però sono state più complicate del previsto.

La situazione dello Yemen – che è un importante punto di collegamento tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo e che ha il controllo del passaggio verso il Canale di Suez – è piuttosto instabile a causa delle rivolte sciite degli Houthi a nord del paese, della guerriglia dei separatisti nel sud e della minaccia dei terroristi di al Qaida nella penisola arabica, conosciuti come AQAP (quelli che hanno rivendicato in un video l’attentato compiuto dai fratelli Kouachi contro la sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio).

(Cos’è “al Qaida in Yemen”, spiegato)

Nonostante queste difficoltà, nel febbraio del 2014 era stata approvata una riforma per rendere lo Yemen uno stato federale. In agosto, i ribelli sciiti avevano approfittato delle proteste antigovernative – in particolare contro l’aumento dei prezzi del carburante – per lanciare un’offensiva sulla capitale e in altre zone del paese. Il 21 settembre, dopo diversi giorni di violenti combattimenti, avevano firmato un accordo di pace con il presidente Hadi che prevedeva il loro ritiro da Sana’a’ in cambio di una serie di concessioni: la creazione di un governo di unità nazionale con la partecipazione di alcuni loro rappresentanti, maggiori diritti per gli sciiti, una maggiore autonomia per la regione a nord del paese e una riforma in senso federalista che non li privasse dell’accesso al mare. Secondo diversi osservatori, tra i più interessati a un successo degli Houthi ci sarebbe l’ex presidente Saleh, che potrebbe riguadagnare il potere grazie al loro sostegno e a quello di altri combattenti delle tribù che dicono di essergli rimaste fedeli.