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  • mercoledì 5 novembre 2014

Cos’ha sbagliato Obama

Come si è arrivati dalla solida rielezione del 2012 alla vittoria dei Repubblicani di stanotte

di Juliet Eilperin e David Nakamura - Washington Post

La settimana dopo la sua rielezione, il presidente Barack Obama era un uomo pieno di rassicurazioni e promesse: il tasso di approvazione del suo lavoro era al 54 per cento, i successi dei Tea Party del 2010, che avevano mandato fuori equilibrio il suo primo mandato, sembravano in ritirata, lui sembrava pacato e speranzoso sul suo futuro. Obama aveva detto, in una conferenza stampa del novembre 2012: «con tutto il rispetto per il problema del secondo mandato di presidenza, io ho un solo vero mandato: aiutare le famiglie del ceto medio e le famiglie che stanno lavorando duro per arrivare al ceto medio». Obama era consapevole dei rischi di voler fare troppo tutto in una volta, ma aveva deciso di predisporre un’ampia agenda di impegni, orientata a lasciare un’eredità per il futuro: un importante accordo fiscale, una riforma sull’immigrazione e una soluzione al problema del cambiamento climatico.

Due faticosi anni dopo, ha potuto registrare un progresso soltanto sul cambiamento climatico. Il presidente che una volta poteva vantare un ampio e forte schieramento di centrosinistra dalla sua parte ora si ritrova sotto il fuoco amico del suo stesso partito. E ha perso malamente le elezioni di metà mandato.

(“Quattro cose sulle elezioni di metà mandato”, di Francesco Costa)

Un’interruzione durante un comizio per il governatore Dan Malloy di domenica scorsa è il perfetto esempio per spiegare questo cambio di contesto. Mentre il presidente parlava agli elettori del suo partito, alcuni manifestanti – compreso uno che indossava una maglietta con su scritto “Obama deporta i genitori” – lo hanno interrotto almeno quattro volte. Protestavano contro l’inazione del Congresso sull’immigrazione, che porta alla deportazione e alla separazione di famiglie che vivono da molto tempo – ma illegalmente – negli Stati Uniti. «Sono solidale con chi di voi è preoccupato per la questione dell’immigrazione» ha detto il presidente, tra le urla della folla. «È l’altro partito che l’ha bloccata. Sfortunatamente la gente per questo diventa frustrata e poi si arrabbia con tutti».

Il passaggio di Obama da forte e trionfante eroe Democratico a peso politico sulle spalle del suo partito è il racconto di un presidente al suo secondo mandato costantemente e velocemente distratto da una serie di crisi – alcune generate da lui stesso – e della salda convinzione che la Casa Bianca non le abbia gestite bene. Questa caduta ha portato a farsi domande riguardanti l’efficacia del presidente, sulla sua determinazione e la sua generale capacità di guida, nelle questioni interne come in politica estera.

David Rothkopf, autore del libro “National Insecurity: American Leadership in an Age of Fear”, ha detto: «Questa è un’amministrazione molto brava ad articolare alcuni dei suoi progetti e interventi e fare buoni discorsi, ma negli ultimi sei anni ha trovato problematico trasformarli in azioni. Sembra che la gestione concreta delle cose non sia uno dei punti forti di questa amministrazione». La lista delle crisi di leadership in questo secondo mandato di Obama è formidabile: il lancio fallito di HealthCare.gov; il caso delle lunghe attese agli ospedali per veterani; la divulgazione dei segreti della National Security Agency da parte di Edward Snowden; un enorme numero di bambini stranieri che ha passato il confine cercando ospitalità negli Stati Uniti; i terroristi islamici che saccheggiano la Siria e l’Iraq e decapitano stranieri, inclusi alcuni americani; l’arrivo del virus ebola negli Stati Uniti.

«Si tratta di crisi “normali” nella carriera di un presidente, devono essere affrontate. È il suo lavoro», ha detto il dirigente dei sindacati Michael Podhorzer, un alleato della Casa Bianca che incolpa il partito Repubblicano di bloccare l’agenda economica di Obama. «Questo atteggiamento ha messo in discussione la capacità di Obama di imporsi in altre questioni».

Durante un evento di beneficenza a New York lo scorso settembre, Obama ha parlato dell'”inquietudine” del paese nonostante i miglioramenti nella situazione dell’economia. La ragione, ha detto, è che la maggior parte delle persone «pensa semplicemente che il governo non sia più in grado di funzionare come si deve». Ha accusato i Repubblicani, ma il presidente e il suo partito sono quelli che rischiano di pagare il prezzo più alto a causa della percezione dell’opinione pubblica.

Momenti importanti
Un mese dopo la sua rielezione, l’agenda politica di Obama è cambiata drasticamente dopo l’uccisione di 20 bambini e 6 adulti nella sparatoria di una scuola elementare in Connecticut. Il dibattito politico è stato ribaltato e si è concentrato sulla riforma della legge sul controllo delle armi. Pensando di avere un tema forte da giocarsi, la Casa Bianca ha spinto moltissimo per arrivare a una legge che vietasse l’utilizzo dei fucili d’assalto ed esigesse controlli più severi per i possessori di armi.

Matt Bennett, vicepresidente del centro studi di ispirazione centrista Third Way, ha detto: «Ogni presidente, dopo aver fissato una propria agenda, scopre che questa in realtà viene fissata dalle cose che accadono nel mondo. Stavolta alcuni eventi esterni hanno dettato i tempi di una riforma che nessuno pensava sarebbe stata portata avanti».

Ma persino l’approccio entusiasta della Casa Bianca non ha portato a risultati concreti. Il Senato ha respinto tutte le proposte di legge sul controllo delle armi nell’aprile del 2013, consegnando a Obama una iniziale sconfitta su un tema molto sentito in tutto il paese. Per quanto frustrante, dentro alla Casa Bianca nessuno pensava che questa sconfitta potesse produrre un’aura di fallimento attorno al secondo mandato di Obama. Il presidente e le persone a lui vicine rimanevano convinte di poter realizzare riforme importanti e bipartisan per assicurare una buona eredità a Obama. Il presidente ha cercato di fare la corte ad alcuni senatori Repubblicani per far passare alcune leggi importanti e mettere pressioni sui Repubblicani, che controllano la Camera con ampio margine. Gran parte dei piani dell’amministrazione sono saltati. L’allora capo della commissione Finanze del Senato, il Democratico Max Baucus, cominciò a discutere di una possibile riforma fiscale con il Repubblicano Orrin G. Hatch. Quando le due parti si addentrarono nei dettagli il tentativo fallì. I Repubblicani hanno rimproverato a Obama la mancanza dell’attitudine a portare a termine le cose, piuttosto che una divergenza di opinioni sul tema.

Questa primavera un gruppo di senatori Repubblicani ha incontrato Obama a cena per discutere di welfare e di riforma delle tasse. Il Repubblicano Lamar Alexander, nell’occasione, aveva detto di considerare entrambe le riforme una priorità, avanzando però una piccola preoccupazione. Alexander cercò di spingere Obama a usare la sua influenza sui Democratici per prevenire una modifica delle regole sull’ostruzionismo al Senato: la modifica avrebbe privato il partito di minoranza – ieri i Repubblicani, ma oggi i Democratici – del proprio potere di bloccare o rallentare norme presidenziali.

Alla cena, Alexander ha consegnato a Obama un documento di una pagina spiegando che la modifica non sarebbe giustificata, in quanto l’amministrazione corrente è riuscita a portare a termine lo stesso numero di nomine di altre amministrazioni in contesti simili. Tralasciando una successiva occasione, Alexander sostiene di non avere mai ricevuto risposta: ha raccontato di considerare il modo in cui è stato snobbato indicativo del perché la Casa Bianca incontri così tante difficoltà nel portare a termine le cose. «Mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi dicesse cosa andava bene e cosa no».

Dan Pfeiffer, consigliere di Obama, ha detto che il vero problema non è stata la differenza di vedute sulle nomine ma l’intransigenza dei Repubblicani contro l’aumento delle tasse come parte di ogni riforma fiscale, suggerendo che le divisioni erano più sostanziali e profonde di quanto sembrasse. «Se non sono in grado di smuoversi dai loro principi, nessun compromesso è possibile e niente può essere portato a termine». La deputata Democratica Rosa DeLauro ha detto che i Repubblicani hanno deliberatamente permesso che i problemi «si aggravassero» come parte di una strategia più ampia per danneggiare «la capacità del governo di rispondere alla crisi».

Nell’ottobre del 2013 i Democratici credevano di avere il coltello dalla parte del manico riguardo le tasse, dato che i Repubblicani avevano forzato la mano fino a condurre il governo a uno shutdown di 16 giorni: cosa che aveva sospeso il lavoro di 850mila dipendenti federali e causato una perdita di circa 2 miliardi di dollari. Lo shutdown è stato l’esempio più evidente della profondità dell’antipatia per Obama da parte dei Repubblicani, soprattutto alla Camera. Il rifiuto a collaborare col presidente praticamente su qualsiasi tema ha prodotto una generazione di parlamentari tendenzialmente inclini al compromesso ma costretti a votare contro per paura che i propri elettori gli rinfacciassero di aver lavorato per Obama.

Lo shutdown è stato un disastro politico per il partito Repubblicano, ma la speranza dei Democratici di aver finalmente battuto i loro oppositori è durata poco: la Casa Bianca poco dopo è stata coinvolta dalle critiche al sito internet che gestiva il nuovo mercato delle assicurazioni sanitarie, lanciato l’1 otttobre (lo stesso giorno dell’inizio dello shutdown). Anche se Obama e i suoi si sono occupati subito di sistemare il sito, secondo alcune fonti i dirigenti del dipartimento della Salute non hanno fornito alla Casa Bianca informazioni accurate sulla gravità dei problemi del sistema.

Sebbene il sito fosse quasi del tutto a posto nel giro di due mesi, una fonte vicina alla Casa Bianca ha detto che il mezzo fallimento del lancio è stato decisivo perché ha permesso ai Repubblicani di smettere di sentirsi «battuti» in un momento di grave difficoltà e li ha rafforzati.

Una nuova strategia
Il disastro del 2013 ha avuto effetti negativi sia su Obama sia sui parlamentari. Gallup ha riportato che il tasso di approvazione di Obama, all’inizio dell’anno, era attorno al 42 per cento.

Nella Casa Bianca i più alti in grado nello staff hanno sviluppato una nuova strategia basata su un documento di Pfeiffer: concludeva che il presidente aveva agito eccessivamente da primo ministro, affidandosi al Parlamento per portare a termine le cose. Nel 2014, si leggeva, Obama avrebbe continuato a fare pressione sul Congresso, ma avrebbe inoltre iniziato a esercitare con maggiore decisione il suo potere esecutivo. Per questo fu assunto John D. Podesta, uno stratega Democratico di grande esperienza a Washington: la sua influenza si è fatta sentire, inizialmente, quando la Casa Bianca ha introdotto un ambizioso ordine esecutivo per ridurre le emissioni di gas serra – la più grossa riforma mai avanzata dalla Casa Bianca che non avesse bisogno dell’approvazione del Congresso.

Ma lo slancio della Casa Bianca si era esaurito in seguito alla circolazione della notizia che decine di migliaia di bambini stavano passando la frontiera meridionale del paese illegalmente. Questa storia è stata persino più distruttiva del casino col sito internet della copertura sanitaria, e ha contribuito ad affossare uno sforzo diplomatico di 18 mesi per arrivare a una riforma sull’immigrazione condivisa con i Repubblicani.

In seguito alla sua rielezione del 2012, era pensiero comune che la più grande riforma dell’immigrazione da trent’anni a questa parte fosse sul punto di essere approvata, anche per via del fatto che i Repubblicani dovevano migliorare la loro popolarità fra gli elettori latinoamericani. Anche in seguito al blocco della riforma operato dai Repubblicani alla Camera, nell’ottobre del 2013, la Casa Bianca sperava che i Repubblicani si ammorbidissero almeno dopo le primarie del 2014, quando sarebbero stati ormai al riparo da candidati ancora più di destra.

Ma la combinazione fra la crisi del confine meridionale e la sconfitta del capo dei Repubblicani alla Camera, Eric Cantor, contro una candidata dei Tea Party, ha rafforzato le idee dei politici Repubblicani contrari alla riforma, azzerando le possibilità di una sua approvazione prima delle elezioni di metà mandato. Alla fine di giugno, Obama ha annunciato che non avrebbe aspettato il Congresso e avrebbe agito di propria iniziativa per avviare una riforma sull’immigrazione. La cosa ha generato agitazione nei già fragili candidati Democratici in ballo per le elezioni di metà mandato, che hanno persuaso il presidente a fare una parziale ritirata e attendere il periodo successivo alle elezioni.

A quel punto gli attivisti a favore della riforma, già arrabbiati coi Repubblicani, se la sono presa anche con la Casa Bianca. Kevin Appleby, capo delle politiche per l’immigrazione dell’associazione dei sacerdoti cattolici statunitensi, ha detto: «Ogni decisione presa sul tema è stata fatta in base a calcoli politici. Se sei sopravvissuto grazie a calcoli politici, a un certo punto puoi anche morirci».

Il rinvio della riforma dell’immigrazione è stato presentato dalla Casa Bianca come un modo per proteggere i candidati Democratici negli stati più conservatori: però ha finito per mettere in difficoltà il Democratico Mark Udall, il senatore uscente del Colorado, la cui popolazione è composta al 21 per cento da ispanici. Udall ha detto in un’intervista che gli elettori ispanici «hanno saputo del mio disappunto per la decisione del presidente di rimandare la riforma. Ho chiarito in maniera netta che in seguito alla mia rielezione farò pressione sulla Casa Bianca affinché utilizzino il loro potere per tenere unite le famiglie». Udall non potrà farlo: ha perso le elezioni.

Crisi internazionali
La Casa Bianca ha tentato di riprendere il passo durante l’estate, mandando il presidente in giro per il paese per parlare con le persone comuni. L’obiettivo era parlare di questioni economiche che riguardano da vicino la vita degli elettori – il salario minimo, la parità di retribuzione per le donne – e far sembrare Washington consumata e resa inefficace da lunghissime e logoranti controversie politiche. Ma il giro è cominciato all’interno di un contesto negativo, in seguito ad alcune crisi internazionali: il cattivo rapporto con la Russia di Vladimir Putin sulla questione dell’Ucraina orientale, l’epidemia di ebola in Africa occidentale e l’ascesa dello Stato Islamico, con le raccapriccianti esecuzioni dei due americani che hanno contribuito a convincere Obama ad autorizzare una nuova campagna militare degli Stati Uniti in Iraq e Siria.

Questa decisione è stata una grande battuta di arresto per un presidente che aveva orientato la sua agenda politica estera sulla fine dei conflitti degli Stati Uniti in Medio Oriente. Per i suoi critici, la crisi in Siria ha mostrato la più grande debolezza in politica estera di Obama: la sua determinazione ad affrontare le questioni mondiali in modo opposto al suo predecessore George W. Bush, quasi a ogni costo. Così come Bush si era lanciato avventatamente nella guerra in Iraq, Obama è stato determinato a limitare l’impegno militare degli Stati Uniti cercando di costruire coalizioni diplomatiche. È stato costretto a contraddirsi nell’autunno del 2013, quando propose di lanciare attacchi aerei contro il presidente siriano Bashar al-Assad, finendo per farsi contraddire da alcuni importanti membri del suo staff come Hillary Rodham Clinton, Robert M. Gates e Leon Panetta.

«Bush è un leader a cui non piaceva pensare», ha detto Ian Bremmer, presidente del Gruppo Eurasia, una società globale di gestione del rischio politico. «Obama è un pensatore a cui non piace fare il leader». Riguardo le questioni di casa, Obama ha cercato di convincere gli elettori – per conto dei candidati Democratici – del miglioramento dell’economia. Gli Stati Uniti vantano il più basso tasso di disoccupazione da sei anni a questa parte, il mercato azionario è a livelli altissimi e circa 10 milioni di persone hanno ottenuto una copertura sanitaria grazie alla sua riforma. Ma queste argomentazioni sono cadute quasi nel vuoto.

John Puckett, co-proprietario di Punch Pizza, una catena di negozi di Minneapolis che ha alzato i salari al di sopra del minimo federale, è perplesso sul perché. Puckett ha incontrato le persone che scrivono i discorsi di Obama prima che parlasse davanti allo Stato dell’Unione in gennaio, e Obama durante il discorso ha ringraziato pubblicamente la sua catena di negozi, annunciando l’intenzione di aumentare il salario minimo per gli appaltatori federali, per iniziare quello che il presidente ha definito “un anno di azione”.

Puckett ha detto che la sua azienda sta girando bene e che l’economia del Minnesota sta continuando a crescere. «È quasi come se vivessi in un mondo diverso, quando leggo i sondaggi che dicono come le persone si sentono riguardo al futuro» ha continuato Puckett. «Quando guardo alle questioni nazionali mi viene da grattarmi la testa».

foto: BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images
© Washington Post 2014