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  • martedì 1 ottobre 2013

Il governo degli Stati Uniti “chiude”

Da mezzanotte il governo americano non ha più risorse da spendere: che cos'è lo "shutdown" – a cui negli Stati Uniti non si arrivava dal 1996 – cosa comporta e come ci si è arrivati

Quando negli Stati Uniti è passata la mezzanotte e un minuto del primo ottobre – in Italia erano le sei del mattino – il governo americano ha interrotto tutte le attività non essenziali, non potendo più finanziarle: è il cosiddetto “shutdown”, lo “spegnimento” delle attività del governo, iniziato oggi per la prima volta dagli anni Novanta. Si è arrivati allo “shutdown” a causa della mancata approvazione della legge finanziaria che avrebbe dovuto stanziare le risorse necessarie per il funzionamento del governo: le trattative tra i repubblicani (che controllano la Camera) e i democratici (che controllano il Senato) non sono arrivate da nessuna parte e i soldi a disposizione del governo sono finiti.

Concretamente 800mila impiegati del settore pubblico non lavoreranno, mentre a un milione di impiegati sarà chiesto di lavorare senza paga. Tutti gli uffici pubblici non essenziali resteranno chiusi, solo i membri dell’esercito – grazie a un’apposita legge firmata ieri da Obama – continueranno a essere pagati. Il nodo della discussione è una norma che i repubblicani cercano di introdurre dall’inizio delle trattative per la legge finanziaria, allo scopo di abolire o rinviare l’effettiva entrata in vigore della riforma sanitaria promossa da Obama e approvata dal Congresso nel 2010. La Camera a maggioranza repubblicana ha più volte approvato proposte di budget contenente norme del genere, e queste sono sempre state respinte dal Senato a maggioranza democratica.

Anche diversi deputati repubblicani hanno criticato questo approccio, che è promosso da circa 30 parlamentari che compongono la fazione più “estremista” e più vicina ai Tea Party, e da altri 20 dalle posizioni più morbide ma che temono sfidanti di destra nelle primarie dei loro collegi: sono una minoranza ma sono decisivi, visto che i repubblicani alla Camera hanno una maggioranza di 33 seggi. Il presidente Obama ha detto che si rifiuta di negoziare su queste premesse – altre volte in passato è stato molto criticato per aver ceduto alle richieste estremiste dei repubblicani – e che i repubblicani «non possono pensare di chiedere un riscatto in cambio del semplice fare il proprio lavoro».

Dal 2010, da quando i repubblicani controllano la Camera, più volte le trattative sull’approvazione del budget sono state difficili al punto di arrivare a minacciare uno “shutdown” del governo: in un modo o nell’altro, magari all’ultimo minuto, si era sempre trovato un accordo. Stavolta invece no. L’ultimo “shutdown” del governo statunitense risale al 1996, quando il presidente era il democratico Bill Clinton e lo speaker della Camera era il repubblicano Newt Gingrich. Il governo americano restò “spento” dal 14 al 19 novembre 1995 e poi dal 16 dicembre al 6 gennaio 1996. Quando la situazione si sbloccò, Clinton ne guadagnò enormemente in termini di popolarità, mentre i repubblicani furono accusati dall’opinione pubblica di aver generato una crisi inutile.

Le trattative al Congresso tra repubblicani e democratici continueranno nelle prossime ore, e continueranno anche i tentativi di entrambe le parti di attribuire le responsabilità dello “shutdown” ai propri avversari. La gran parte degli osservatori non pensa che i repubblicani alla Camera possano restare compatti ancora a lungo – già in queste ore circola parecchio malessere, e di solito gli “shutdown” non durano più di pochi giorni – ma la situazione è ulteriormente complicata da un’altra trattativa politica in corso, se possibile ancora più delicata: quella sul tetto del debito.

Gli Stati Uniti per legge non possono indebitarsi oltre una certa cifra, e la prassi vuole che quando ci si avvicina a quella cifra il Congresso alzi il tetto, per permettere al paese di continuare a finanziarsi sul mercato vendendo titoli di stato: questo passaggio formale, in passato praticamente automatico, in questi anni è diventato oggetto di infinite trattative politiche.

Se il Congresso non approverà una legge che alzi il tetto del debito, intorno alla metà di ottobre – tra il 22 e il 31 – gli Stati Uniti non potranno più finanziarsi con la cessione di nuovi titoli di stato né ripagare i creditori in possesso di vecchi titoli di stato: sarebbero costretti di fatto a fare default, trovandosi impossibilitati a pagare i propri debiti, ma non per ragioni economiche bensì per ragioni politiche. Nell’agosto del 2011 il mancato accordo sul tetto del debito – che fu poi raggiunto poco dopo la scadenza – portò al primo downgrade del rating americano nella storia, operato da Standard & Poor’s.