Gli Stati Uniti e il tetto del debito

Perché ne stiamo parlando da settimane: una guida per chi decida di capirlo oggi, a due giorni dalla famigerata scadenza del 2 agosto

di Francesco Costa

Anche oggi, così come da diversi giorni a questa parte, un buon numero di quotidiani italiani dedica l’apertura della sua prima pagina a quanto sta accadendo negli Stati Uniti. La Casa Bianca, i democratici e i repubblicani sono impegnati da settimane in una trattativa su una materia di centrale importanza – e hanno una scadenza, il 2 agosto, dopodomani, oltre la quale le conseguenze di un mancato accordo potrebbero farsi sentire ben oltre i confini del loro Paese.

Di cosa parliamo
Mettiamola semplice: ogni paese ha bisogno di soldi. Per pagare le proprie attività, gli stipendi ai propri dipendenti, i programmi di welfare, gli investimenti in infrastrutture, i programmi di assistenza sanitaria, eccetera eccetera. In teoria, questi soldi dovrebbero arrivare dalle entrate: in primo luogo dalle tasse. In pratica, però, di questi tempi e per la maggior parte dei casi, i soldi in entrata sono meno dei soldi in uscita. A fronte di questa situazione, di norma i governi prendono del denaro in prestito – da banche, fondi e investitori, attraverso i titoli – e quindi si indebitano. In Italia lo sappiamo bene, viste le dimensioni del nostro debito pubblico. Anche gli Stati Uniti hanno un debito pubblico di proporzioni non indifferenti. Negli Stati Uniti, però, per prendere denaro in prestito e indebitarsi il Governo ha bisogno dell’autorizzazione del Congresso. Fino al 1917, serviva un voto del Congresso per ogni prestito. Dal 1917 si è deciso per una pratica più agile: fissare un tetto massimo di indebitamento e permettere al Governo di muoversi come meglio crede all’interno di quel tetto. Se non fosse che negli anni, un po’ per l’inflazione e un po’ per la situazione dell’economia, quel tetto è stato superato più volte: tutti i presidenti americani da Truman in poi hanno visto salire il tetto del debito statunitense. Il Congresso ha alzato il tetto del debito 18 volte durante la presidenza Reagan, 8 volte durante la presidenza Clinton, 7 volte durante gli anni di George W. Bush e 3 volte fino a ora con Barack Obama alla Casa Bianca. Il tetto attuale sarà toccato dal Governo americano il 2 agosto, domani. Quindi bisogna alzarlo.

I negoziati
Le trattative sono cominciate diverse settimane fa e sono condotte da tre soggetti molto diversi. John Boehner, presidente della Camera, è repubblicano come la maggioranza dei deputati: deve tenere insieme l’ala combattiva dei tea party con quella più moderata e centrista. Harry Reid è il capo dei democratici al Senato, cioè della maggioranza dei senatori. Barack Obama è il presidente degli Stati Uniti. Le trattative si sono interrotte diverse volte, per poi ricominciare e interrompersi di nuovo. Si tratta evidentemente di una partita più politica che economica: i repubblicani hanno vinto le ultime elezioni di metà mandato su una piattaforma centrata sul rifiuto di nuove tasse e la lotta del debito pubblico, e tra meno di un anno e mezzo ci saranno le elezioni presidenziali. Nel frattempo la ripresa dell’economia americana continua a essere piuttosto lenta e le dimensioni del debito pubblico salgono: in questo momento il 40 per cento della spesa del Governo statunitense dipende dal denaro preso in prestito. Per questa ragione, l’unica cosa su cui sono d’accordo tutti e tre i soggetti protagonisti dei negoziati è che non si può semplicemente alzare il tetto del debito con un tratto di penna: bisogna farlo mettendo al tempo stesso le basi per una riduzione del debito pubblico. Le principali proposte in campo sono due.

La proposta Boehner
Il piano del presidente della Camera taglia circa 900 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, senza introdurre nuove tasse. Si tratta di tagli di misura piuttosto ridotta, tant’è che se approvati costringerebbero comunque il governo ad avere bisogno di un altro rialzo del tetto del debito da qui alle elezioni presidenziali del 2012. Uno scenario che la Casa Bianca e i democratici vogliono evitare a tutti i costi, e che tra l’altro contraddice la predicata intransigenza economica della destra americana. La proposta doveva essere votata giovedì sera ma ha incontrato l’ostilità – oltre che dei democratici – anche di una folta pattuglia di repubblicani, quelli vicini ai cosiddetti tea party, che rifiutano ogni compromesso e vogliono che alla proposta si accompagni l’inserimento nella Costituzione di un emendamento che impegni il governo a tenere i bilanci in ordine. Pur di far approvare la sua proposta dalla Camera, Boehner è stato costretto prima ad accantonarla e poi a modificarla come richiesto dall’ala più estrema del suo partito. Alla fine la legge è stata approvata dalla Camera nella notte tra venerdì e sabato, ma è stata bocciata pochi minuti dopo dal Senato a maggioranza democratica.

La proposta Reid
Il piano del capo dei democratici al Senato taglia la spesa di oltre duemila miliardi di dollari, rimandando il prossimo rialzo del tetto a oltre le elezioni del 2012. L’ala liberal del partito democratico la considera un tradimento, dato che non contiene nuove tasse per i superricchi, ma vari osservatori e analisti la considerano ben più convincente di quella di Boehner ai fini della rassicurazione dei mercati e delle agenzie di rating. Anche questa bozza, però, ha il sostegno di un solo ramo del Congresso: anche se il Senato dovesse approvarla, la Camera la boccerebbe senza pensarci un secondo.

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