• Mondo
  • sabato 1 Novembre 2014

La vignetta di Haaretz sull’11 settembre

Mostra il primo ministro israeliano Netanyahu a bordo di un aereo che sta per schiantarsi su una torre del World Trade Center e ha provocato moltissime polemiche

Una vignetta pubblicata giovedì scorso dal giornale israeliano di sinistra Haaretz sta provocando molte polemiche sia in Israele che negli Stati Uniti. La vignetta, realizzata dall’illustratore israeliano Amos Biderman, raffigura il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu mentre è a bordo di un aereo che si sta per schiantare verso una delle torri del World Trade Center, a New York. Molte associazioni ebraiche americane (come l’Anti-Defamation League) e dei familiari delle vittime dell’11 settembre hanno criticato duramente la vignetta. Altri hanno sottolineato come questa polemica stia nascondendo una questione ancora più importante: il peggioramento delle relazioni tra Israele e il suo principale alleato, gli Stati Uniti.

 

Biderman è stato criticato in particolare perché la sua vignetta evoca una responsabilità israeliana nell’attentato dell’11 settembre, una teoria del complotto molto diffusa nel mondo arabo. Secondo un sondaggio del PEW Institute, più del 70 per cento dei musulmani di tutto il mondo ritiene che i responsabili dell’attentato non siano arabi: molti ritengono inoltre che l’attacco sia in realtà il frutto di un complotto israeliano. Biderman si è in parte scusato per la vignetta, dicendo di aver sottovalutato la sensibilità del pubblico americano sull’11 settembre. Ha però ribadito di aver realizzato vignette che avevano come sfondo tutte le guerre combattute da Israele negli ultimi anni, in cui sono morti migliaia di israeliani, e persino vignette in cui era presente la Gestapo o altri riferimenti all’Olocausto, senza che facessero nascere tutte queste polemiche.

Biderman ha spiegato che lo scopo della sua vignetta era sottolineare le conseguenze che le politiche attualmente portate avanti dal primo ministro israeliano Nethanyahu – da quelle relative agli insediamenti in Cisgiordania fino ad arrivare alle relazioni con l’Iran – rischiano di avere sulle relazioni tra i due paesi: ovvero un effetto devastante simile a quello dell’11 settembre. Gli Stati Uniti sono il principale alleato di Israele, a cui forniscono ogni anno tra i due e i tre miliardi di dollari in aiuti militari (sui circa 15-16 di bilancio totale che Israele dedica alle forze armate). Gli Stati Uniti inoltre hanno quasi sempre fornito una forte copertura diplomatica a Israele. La perdita della relazione “privilegiata” che unisce i due paesi sarebbe un grave colpo per Israele.

Anche se rottura diplomatica è quanto meno improbabile, di recente le relazioni tra i due paesi sono peggiorate notevolmente: secondo molti analisti non erano ad un livello così basso da decenni. La tensione è emersa in particolar modo questa settimana, quando Jeffrey Goldberg, giornalista del settimanale The Atlantic, ha raccontato che un alto funzionario del governo americano ha definito Netanyahu un “cacasotto” (“chickenshit”, in inglese). Le questioni di disaccordo, in particolare, sono due. Primo: il governo israeliano è particolarmente preoccupato per la possibilità che gli Stati Uniti raggiungano un accordo sul programma nucleare iraniano. Netanyahu e molti membri del suo governo non vogliono che all’Iran sia concesso di mantenere un qualsiasi tipo di programma nucleare, nel timore che il paese riesca a ottenere armi atomiche. Il governo israeliano preme anche affinché all’Iran non siano tolte le gravi sanzioni economiche che gli sono state imposte. Secondo alcune indiscrezioni, Netanyahu sarebbe addirittura disposto a “scavalcare” Obama a e rivolgersi pubblicamente al Congresso e al popolo americano per chiedere di opporsi a un eventuale accordo sul nucleare iraniano.

Secondo: l’amministrazione Obama è molto contrariata per la politica degli insediamenti praticata dal governo israeliano. Dalla fine dell’operazione militare nella Striscia di Gaza della scorsa estate, il governo israeliano ha autorizzato la costruzione di nuovi insediamenti in alcune aree della Cisgiordania occupata e, nelle ultime settimane, nell’area di Gerusalemme Est, una zona a maggioranza araba e che i palestinesi considerano la capitale della Palestina. La costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania, secondo la maggior parte degli analisti, allontana notevolmente la possibilità di una pace permanente tra israeliani a palestinesi. Quasi tutte le ipotesi di accordo di pace, infatti, partono proprio dall’evacuazione di gran parte dei coloni israeliani che vivono in Cisgiordania, un territorio che Israele occupa militarmente dal 1967.