• Scienza
  • mercoledì 8 Ottobre 2014

Cosa vuole dire “donna”, nello sport

Su Repubblica c'è la storia dell'atleta indiana Dutee Chant, esclusa dalle gare femminili a causa del livello dei suoi ormoni maschili

Repubblica ha tradotto un articolo del New York Times che racconta la storia della giovane atleta indiana Dutee Chand, affetta da “iperandrogenismo” e a cui la scorsa estate è stato vietato di gareggiare contro altre donne. L’iperandrogenismo è una condizione per cui il corpo di una donna produce un livello di ormoni androgeni, come il testosterone, superiore alla norma, e questo può procurare dei vantaggi atletici rispetto ad altre donne. Della questione si era molto parlato qualche anno fa per la storia dell’atleta sudafricana Caster Semenya, sulla cui identità di genere vennero avanzati diversi dubbi dopo alcune prestazioni particolarmente brillanti.

Come racconta l’articolo, la Federazione di atletica indiana ha detto che permetterà a Dutee Chand di gareggiare se riuscisse a diminuire la quantità di testosterone presente nel suo corpo, cosa che potrebbe fare prendendo medicine o sottoponendosi a un intervento chirurgico: due pratiche invasive che spingono a riflettere sulla definizione di “donna”, in ambito sportivo.

Dutee Chand ama il suo fisico così com’è: con i lunghi capelli scuri e i bicipiti ben definiti. Crede che il corpo con cui è nata contribuisca a renderla la donna che è oggi. E tuttavia ciò non basta per competere a livello internazionale come velocista. La scorsa estate Chand, campionessa indiana under 18 dei cento metri, è stata bandita dalle gare femminili. La donna soffre di iperandrogenismo, il suo corpo produce naturalmente livelli di testosterone così alti da farla rientrare, secondo i parametri dell’atletica internazionale, nella categoria uomini.
Attenendosi a una norma dell’Associazione internazionale delle federazioni di atletica, la Federazione indiana permetterà a Chand di competere solo se ridurrà i livelli di testosterone prodotti dal suo corpo. Cosa che l’atleta potrebbe fare assumendo dei farmaci o sottoponendosi a un intervento chirurgico. “È sbagliato dover modificare il proprio corpo per poter partecipare a uno sport”, ha commentato l’atleta, che ha deciso di presentare ricorso presso il Tribunale arbitrale dello sport in Svizzera.

(Leggi tutto l’articolo sul sito di Repubblica)