La fiducia sul “Jobs Act”

Si voterà mercoledì e il testo verrà modificato con un maxi-emendamento del governo stesso che non è stato ancora presentato

Mercoledì 8 ottobre, si voterà la fiducia al Senato sulla “delega del lavoro”, il progetto di legge che riguarda le norme sui temi del lavoro ed è stato chiamato con termine angloamericano “Jobs Act”. I principali giornali nazionali dicono che il testo su cui sarà chiesta la fiducia non sarà quello approvato lo scorso 18 settembre in commissione Lavoro del Senato, ma un nuovo testo modificato con un maxi-emendamento che il governo non ha però ancora presentato: il Sole 24 Ore scrive che secondo fonti di governo sarà presentato nella tarda mattinata di mercoledì.

Martedì in aula del Senato è comunque iniziata la discussione, ma solo nel pomeriggio visto che per quattro volte consecutive è mancato il numero legale per procedere. Pierluigi Bersani, che nei giorni scorsi aveva criticato la legge delega, ha detto che «la sera della Direzione» potevano «andare tutti al cinema» visto che le richieste della cosiddetta minoranza che non ha votato o si è astenuta all’ordine del giorno del segretario Renzi non sono state poi tradotte in proposte da portare al Parlamento, ma ha anche assicurato che «la fiducia non è in discussione». Non è invece scontato il voto di alcuni senatori – come Lucrezia Ricchiuti o Walter Tocci – considerati vicini a Giuseppe Civati che oggi ha anche rivolto un appello a Giorgio Napolitano dicendo che la fiducia sul “Jobs Act” «perpetra una prassi deprecabile» su una materia molto «delicata» e che «il settantacinque per cento delle leggi approvate fino all’inizio di settembre lo è stato a seguito dell’apposizione della fiducia».

Ricordiamo che la fiducia riguarderà una legge delega: un documento che deve essere votato da entrambe le Camere che non disciplina nel dettaglio la materia, ma che contiene una serie di principi e criteri direttivi entro i quali il governo viene “delegato” a legiferare in un secondo momento tramite uno strumento chiamato “decreto legislativo” o anche “decreto delegato”, che entra in vigore non appena viene approvato dal Consiglio dei ministri (pre­ve­de solo un pas­sag­gio consultivo alle com­mis­sioni competenti, ma nessun nuovo voto in aula).

Il disegno di legge delega (il numero 1428) sul lavoro si compone di sei articoli. Il primo riguarda gli ammortizzatori sociali (gli strumenti di sostegno a chi perde il lavoro); il secondo il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e le politiche attive (incentivi per l’occupazione); il terzo la semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese (a livello amministrativo); il quarto le tipologie contrattuali; il quinto la tutela della maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; il sesto parla dei tempi e delle modalità di adozione dei decreti delegati. L’articolo più delicato è il numero 4, quello su cui ci sono sia i maggiori dissensi che le più sonore dichiarazioni di soddisfazione (secondo i punti di vista): tra le altre cose (a causa di un primo emendamento inserito dal governo e approvato dalla commissione) incentiva di fatto il superamento di tre articoli dello Statuto dei lavoratori: l’articolo 18 che disciplina i licenziamenti illegittimi, l’articolo 4 che stabilisce il divieto delle tecniche di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori con telecamere e altre apparecchiature, e l’articolo 13 che tutela il lavoratore contro il demansionamento.

Proprio su questo articolo era stata presentata la maggior parte degli emendamenti per la discussione in aula (che decadranno automaticamente a causa del voto di fiducia) e, con molta probabilità parte di questi potrebbero essere recepiti dal nuovo emendamento del governo. La Stampa, tra gli altri, dice che nel nuovo testo non sono comunque previsti cambiamenti sostanziali: non è stato ad esempio inserito l’articolo 18, nel senso che non si trova alcuna precisazione o garanzia (come invece chiesto da parte della minoranza del PD e come dichiarato da Renzi in direzione nazionale e nell’ordine del giorno approvato durante la stessa) su qualche sua eventuale modifica: «In pratica è come se il dibattito della settimana scorsa alla direzione Pd, dove l’articolo 18 aveva tenuto banco, venisse tenuto in sospeso. Per la gioia di quanti, a partire dall’Ncd, lamentavano un rafforzamento dell’art.18 anziché la sua cancellazione».

Quello che invece, sempre secondo la Stampa, verrà accolto nel nuovo testo è una precisazione sulle tipologie contrattuali (sarebbe più netta, rispetto al testo originario, la cancellazione delle varie tipologie come conseguenza dell’introduzione del contratto unico a tutele crescenti) e sul demansionamento:

«La norma prevede la «revisione della disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento». Nella nuova versione verrà esplicitato che tutto ciò avverrà a salario invariato, in maniera tale da impedire che si trasformi in un espediente utile solo a tagliare i salari».

Questa mattina il presidente del Consiglio ha incontrato i segretari generali delle organizzazioni sindacali (Susanna Camusso per la Cgil, Raffaele Bonanni per la Cisl, Luigi Angeletti per la Uil e Geremia Mancini per l’Ugl). All’incontro erano presenti anche il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti e il ministro Marianna Madia. Susanna Camusso, alla fine ha dichiarato: «L’unica vera novità dell’incontro di oggi è che ci saranno altri incontri» aggiungendo che il «giudizio del modo in cui si sta ponendo l’intervento sul lavoro è negativo». Tre i temi principali della discussione: rappresentanza sindacale, salario minimo e contrattazione di secondo livello (la questione della prevalenza del contratto aziendale rispetto a quello nazionale). Susanna Camusso della Cgil e Maurizio Landini della Fiom hanno comunque confermato per sabato 25 ottobre, in piazza San Giovanni a Roma, una manifestazione.