Cosa succede ora con il “Jobs Act”?

Il Consiglio dei ministri ha autorizzato il governo a porre la questione di fiducia al Senato sul ddl delega: un promemoria su cosa c'è dentro

Aggiornamento delle 20.30: Il Consiglio dei ministri ha autorizzato il governo a porre la questione di fiducia al Senato sul ddl lavoro. Repubblica scrive che il testo su cui sarà chiesta la fiducia però probabilmente non sarà quello approvato lo scorso 18 settembre in commissione Lavoro del Senato, ma sarà modificato con un emendamento che il governo sta ancora preparando.

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Martedì 7 ottobre, dalle 9,30 alle 16, inizierà al Senato la discussione sulla “delega del lavoro”, il progetto di legge del Governo che riguarda le norme sui temi del lavoro ed è stato chiamato con termine angloamericano “Jobs Act”. Il testo base dell’iniziativa governativa del presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti era stato approvato lo scorso 18 settembre in commissione Lavoro del Senato.

Che cos’è una legge delega?
Lo strumento scelto per portare avanti la riforma è la legge delega: un documento che deve essere votato da entrambe le Camere che non disciplina nel dettaglio la materia, ma che contiene una serie di principi e criteri direttivi entro i quali il governo viene “delegato” a legiferare in un secondo momento tramite uno strumento chiamato “decreto legislativo” o anche “decreto delegato”, che entra in vigore non appena viene approvato dal Consiglio dei ministri (pre­ve­de solo un pas­sag­gio consultivo alle com­mis­sioni competenti, ma nessun nuovo voto in aula). L’obiettivo del governo è arrivare a un’approvazione della legge delega in tempi brevi, per poi poter iniziare a scrivere i “decreti delegati” che completeranno la riforma.

Cosa contiene il disegno di legge delega
Il disegno di legge delega (il numero 1428) sul lavoro si compone di sei articoli. Il primo riguarda gli ammortizzatori sociali (gli strumenti di sostegno a chi perde il lavoro); il secondo il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e le politiche attive (incentivi per l’occupazione); il terzo la semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese (a livello amministrativo); il quarto le tipologie contrattuali; il quinto la tutela della maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; il sesto parla dei tempi e delle modalità di adozione dei decreti delegati.

L’articolo più delicato è il numero 4, quello su cui ci sono sia i maggiori dissensi che le più sonore dichiarazioni di soddisfazione (secondo i punti di vista). Nel testo iniziale l’articolo 4 parlava in modo generico «di riordino e semplificazione delle tipologie contrattuali esistenti» e dell’introduzione «eventualmente in via sperimentale, di ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti»: il contratto a tutele crescenti col passare del tempo era insomma solo una delle opzioni. L’articolo 4 è stato però interamente sostituito con l’emendamento 4.1000 del governo, che tra le altre cose incentiva di fatto il superamento di tre articoli dello Statuto dei lavoratori: l’articolo 18 che disciplina i licenziamenti illegittimi, l’articolo 4 che stabilisce il divieto delle tecniche di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori con telecamere e altre apparecchiature, e l’articolo 13 che tutela il lavoratore contro il demansionamento.

Cosa non contiene il disegno di legge delega
Il disegno di legge delega sul lavoro non contiene l’altro provvedimento di cui si sta discutendo molto in questi giorni e cioè quello del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) da inserire in busta paga. L’ipotesi sul TFR – su cui Renzi è tornato a insistere domenica – è contenuta infatti nel documento di economia e finanza (DEF) relativo alla prossima legge di stabilità, che dovrà essere presentata entro il prossimo 15 ottobre ed è dunque altra cosa rispetto al “Jobs act”.

Secondo quanto dichiarato da Renzi e riportato dai principali giornali – ma non ci sono ancora notizie molto precise al riguardo – il governo vorrebbe trasferire subito nella busta paga dei lavoratori il 50 per cento del TFR (che solitamente viene corrisposto alla fine del rapporto lavorativo), e lasciare l’altra metà alle imprese fino alla fine del rapporto. L’avevamo spiegato qui.

Il percorso di approvazione
Le ipotesi principali per arrivare ad un’approvazione sono tre. Come abbiamo detto la discussione al Senato sulla legge delega inizierà martedì, ma sarà complicata dal fatto che su alcuni punti (e soprattutto sull’ambiguità del testo stesso che lascia aperte numerose possibilità e questioni: l’articolo 18 potrebbe essere eliminato come no, a discrezione del governo e dei successivi decreti delegati, per esempio) ci sono anche all’interno del Partito Democratico posizioni di dissenso. Sul testo base uscito dalla Commissione sono stati presentati centinaia di emendamenti che potrebbero essere discussi e votati con notevole allungamento dei tempi. La maggior parte degli emendamenti chiede di dare alla legge delega una cornice più chiara per quanto riguarda l’articolo 18, i demansionamenti, la tutela del lavoro precario e chiede che prima della riforma e prima dunque dei decreti delegati vengano inserite nella legge di stabilità le risorse per poter coprire la riforma stessa.

La seconda possibilità di percorso parlamentare è quella della fiducia posta dal governo sul testo: lo stesso Renzi dopo le prime manifestazioni di dissenso alla legge aveva dichiarato: «Se il Parlamento fa la delega, il governo eserciterà la delega. Se si impantana, potremmo agire con la decretazione d’urgenza». La fiducia – ovvero la richiesta al parlamento di confermare puntualmente il suo appoggio al governo, e quindi alla legge – potrebbe essere messa sul testo così com’è uscito dalla Commissione, e quelle centinaia di emendamenti presentati decadrebbero automaticamente (la fiducia potrebbe essere posta anche in corso di discussione se questa si rivelasse troppo lunga o complicata).

La terza possibilità è che il governo ponga la fiducia su un testo riscritto che recepisce in parte o del tutto alcune osservazioni o critiche fatte fino ad ora e che sia dunque il frutto di una mediazione. A quel punto gli eventuali sub-emendamenti alla seconda versione del testo decadrebbero automaticamente. Contro questa possibilità si è però già detto il relatore della legge Maurizio Sacconi (presidente dei senatori del Nuovo Centrodestra) spiegando che eventuali emendamenti del governo al ddl delega sul lavoro «in ogni caso non potranno essere la mera traduzione dell’ordine del giorno del Pd, in quanto tutte le modifiche devono essere concordate con il relatore, che sono io e, come è noto, ho le mie opinioni».

Infine
In tutte e tre le ipotesi, poi, si procederà come al solito: il testo approvato in qualsiasi modo al Senato, passerà in commissione alla Camera e poi in aula alla Camera. Nel frattempo, domani martedì 6 ottobre, il presidente del Consiglio incontrerà i leader dei diversi sindacati e il presidente di Confindustra Squinzi per discutere di varie questioni che riguardano il lavoro: non solo di “Jobs act”, ma anche di Tfr in busta paga e, stando a quanto riportato dai giornali negli ultimi giorni, soprattutto di rappresentanza sindacale e della cosiddetta contrattazione di secondo livello (la questione della prevalenza del contratto aziendale rispetto a quello nazionale). Susanna Camusso della Cgil e Maurizio Landini della Fiom hanno comunque confermato per sabato 25 ottobre, in piazza San Giovanni a Roma, una manifestazione. Mercoledì mattina si svolgerà infine un vertice europeo a Milano alla presenza dei capi di Stato e di governo: e si parlerà di lavoro e disoccupazione.

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