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  • martedì 23 settembre 2014

Perché l’ebola ne sta uccidendo così tanti

Cosa sappiamo, cosa stiamo facendo – poco – e cosa dobbiamo aspettarci dalla peggiore epidemia di ebola di sempre: la situazione peggiorerà ancora prima di migliorare

di Tara C. Smith – Slate @aetiology

Tara C. Smith è un professore associato di epidemiologia alla Kent State University, nell’Ohio; studia malattie zoonotiche e tiene il blog “Aetiology” su Scienceblogs.com.

Sono trascorsi nove mesi dall’inizio della più grande epidemia di ebola nella storia, e le cose procedono di male in peggio. L’epidemia ha cominciato a diffondersi lentamente in Africa Occidentale fin da dicembre 2013, data a cui risale il primo caso documentato e riconosciuto – a posteriori, a marzo 2014 – dalle autorità sanitarie. Ha preso slancio a giugno e a luglio. In questo momento, mentre l’epidemia continua a espandersi sempre più rapidamente, si usano espressioni come “diffusione esponenziale”. Solo nella settimana scorsa sono stati riportati altri 700 nuovi casi, e il numero dei contagi al momento tende a raddoppiare ogni tre settimane.

Il numero dei casi di contagio (giunto a circa 5.300 giovedì scorso) e il numero dei morti (2.630) ha già strasuperato il totale dei contagi e delle morti riportati in qualsiasi precedente epidemia di ebola – e questi sono soltanto i casi che conosciamo. Ecco a che punto siamo con ebola, al momento.

La situazione sul campo
A detta di tutti, comprensibilmente, è messo male ogni posto colpito dall’epidemia di ebola: persino gli esperti di emergenze internazionali riferiscono di essere sconvolti da quanto male si siano messe le cose. Jackson Naimah, un operatore di Medici Senza Frontiere a Monrovia, in Liberia, ha descritto la situazione nel suo paese dicendo che i pazienti stanno letteralmente morendo davanti al suo centro di cura, a causa della mancanza di posti letto e di assistenza; i malati vengono lasciati a una morte “orribile e indegna” e possono contagiare altre persone, come infatti accade:

L’altro giorno sedevo fuori dal centro di cura mentre mangiavo il mio pranzo. Ho visto un ragazzo avvicinarsi all’ingresso. Una settimana prima suo padre era morto di ebola. Ho notato che il ragazzo aveva la bocca insanguinata. Non avevamo posto per lui. Quando si è voltato per andarsene in città, ho pensato tra me e me che avrebbe preso un taxi, sarebbe tornato a casa dalla sua famiglia e li avrebbe infettati.

Quando non ci sono operatori sanitari disponibili, o quando i pazienti hanno troppa paura di portare i loro familiari in una clinica, tocca alle persone più vicine al malato fare da infermieri. Questa cosa ha spazzato via intere famiglie: sfruttando il lavoro di “chi dava cure e amore”; contando “sulle più profonde e autentiche virtù umane”; trasformando chi presta assistenza ai malati in altri malati a loro volta, mentre il virus si trasmette tra parenti e amici, da una generazione all’altra.

Gli operatori sanitari che hanno in cura i malati muoiono perché mancano persino gli equipaggiamenti di protezione di base, o perché sono stati talmente oppressi dal lavoro di assistenza ai malati e ai moribondi da cominciare a commettere qualche errore potenzialmente fatale. In Liberia alcuni sono in sciopero perché non sono adeguatamente protetti né pagati per i rischi che corrono. I carri funebri sono usati come ambulanze; le motociclette vengono usate come mezzi di trasporto dei pazienti per lunghe distanze, esponendo il conducente al rischio di contagio.

La paura e la disinformazione sono mortali quanto il virus stesso. Otto operatori sanitari sono stati uccisi di recenti in Guinea, nell’area in cui era emerso il primo caso documentato a marzo. In un articolo pubblicato sul più grande giornale della Liberia, l’ebola veniva descritta come un virus creato artificialmente dall’uomo e intenzionalmente diffuso tra gli africani dalle compagnie farmaceutiche occidentali. I racconti sono pieni di casi di medici e operatori sanitari scacciati via, a volte con violenza, da famiglie spaventate. Un altro focolaio del virus si è sviluppato in Nigeria dopo che un diplomatico infettato ha violato la quarantena e ha lasciato la Liberia scappandosene a Port Harcourt.

Finora altri paesi dell’Africa Occidentale sono stati risparmiati. Il Senegal ha registrato un caso “importato” alla fine di agosto, ma a oggi le altre persone con cui quella persona ha avuto contatti sono risultate negative ai test dell’ebola. La Costa d’Avorio sta osservando e lavorando con attenzione per tenere il virus lontano dal paese. La misura più estrema presa finora è forse quella della Sierra Leone, che ha imposto un coprifuoco di tre giorni per tracciare i casi di pazienti infettati e minimizzare i rischi di trasmissione: ai 6 milioni di abitanti è stato ordinato di rimanere in casa mentre i volontari passavano porta a porta per dare istruzioni, registrare nuovi casi, e rimuovere i corpi.

La risposta
Al momento, la lotta contro l’ebola in Africa Occidentale è stata largamente portata avanti da organizzazioni non governative. Medici Senza Frontiere (MSF) guida questa battaglia internazionale, ma da mesi i suoi operatori sono completamente sovrastati nei posti in cui in precedenza avevano avuto successo. Il presidente Joanne Liu ha più volte invocato aiuto da parte delle Nazioni Unite, come avvenuto martedì scorso:

A oggi MSF ha inviato più di 420 tonnellate di aiuti ai paesi colpiti. Abbiamo duemila operatori sul campo. Gestiamo più di 530 letti in cinque diversi centri di trattamento dell’ebola. E siamo comunque sovrastati. Non riusciamo sinceramente a capacitarci di come un singolo ente non governativo stia di fatto fornendo la maggior parte della unità di isolamento e di posti letto.

L’appello è stato condiviso ma la risposta è stata lenta e insufficiente. Gli Stati Uniti hanno risposto promettendo l’invio di 3 mila militari e fino a 750 milioni di dollari in aiuti. Persino numeri notevoli del genere sono inferiori alle necessità segnalate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: almeno un miliardo di dollari, e comunque servirebbe soltanto a contenere i casi di contagio entro le “decine di migliaia”.

Nessuno ha lanciato l’allarme più chiaramente e criticamente della giornalista Laurie Garrett, che ha scritto dell’ebola nel suo libro del 1995 “The Coming Plague” (La prossima peste). In un articolo su Foreign Policy, Garrett ha contestato la risposta internazionale e la mancanza di coordinazione, e criticato i singoli paesi come anche gli Stati Uniti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Banca Mondiale, sostenendo che il mondo “proprio non afferra”, quando si tratta di ebola.

Il virus
Se può esistere una magra consolazione in tutta questa storia, è che i ricercatori hanno avuto possibilità di studiare l’evoluzione del virus in modi in cui nessuna precedente epidemia di ebola aveva reso possibili. Con migliaia di casi documentati, gli analisti sono stati in grado tracciare le mutazioni del genoma RNA del virus – e hanno trovato centinaia di mutazioni proprio in alcuni virus esaminati prima della pubblicazione di uno studio su Science ad agosto. Purtroppo, cinque degli autori di quello studio sono morti di ebola in questa epidemia.

Se da un lato sappiamo che il virus si sta modificando, dall’altro non è chiaro cosa queste mutazioni stiano provocando nei pazienti. I dati genomici in sé servono a ricavare le informazioni epidemiologiche che trasportano, come ad esempio la localizzazione del paziente, l’esito dell’infezione, i sintomi mostrati, e i modelli di trasmissione familiare in modo da poter risalire ai legami tra i membri della famiglia o tra i membri di una stessa area geografica, eccetera. Dato che l’epidemia è stata così esplosiva e incontrollata, molte di queste informazioni potrebbero essere andate perse, e si calcola inoltre che quasi la metà dei casi di pazienti infettati non siano stati neanche registrati, rendendo purtroppo molto parziali le conclusioni di questi studi genetici.

Ad ogni modo, sappiamo che il rischio che questa epidemia possa portare a una mutazione del virus in una forma trasmissibile per via aerea è ancora incredibilmente limitato. Il virologo Vincent Racaniello ha riassunto la storia delle mutazioni del virus lungo i suoi percorsi di trasmissione concludendo che “non c’è ragione di credere che il virus ebola sia diverso da qualsiasi altro virus che infetta gli esseri umani senza per questo mutare in forme trasmissibili per via aerea”, tanto che questa possibilità “è talmente remota che non dovremmo utilizzarla per spaventare le persone”.

Le maggiori preoccupazioni
Anche senza il rischio di una forma di ebola trasmissibile per via aerea, ci sono comunque diversi motivi di preoccupazione. I modelli suggeriscono che questa epidemia potrebbe durare ancora molti altri mesi, come minimo. Il peggiore scenario indica che mezzo milione di persone potrebbero finire infettate prima che si possa controllare l’epidemia. Nuove ricerche sostengono che questa epidemia sia talmente diversa da quelle precedenti da rendere inefficaci i modelli, e che pertanto “non siamo nella posizione di poter accuratamente prevedere l’andamento dell’epidemia”.

Oltre al potenziale numero notevole di vite perse, un’altra grande preoccupazione è la destabilizzazione nei paesi colpiti – e anche in quelli vicini, non direttamente colpiti dall’epidemia. La direttrice dell’OMS Margaret Chan ha detto che questa epidemia “è una crisi sociale, umanitaria ed economica, e una minaccia alla sicurezza nazionale, ben oltre le zone in cui si è diffusa”. In parte come risposta agli annunci di Chan e di altri, le Nazioni Unite hanno annunciato l’istituzione di una missione di emergenza per combattere l’ebola. Ai paesi è stato anche chiesto di rimuovere i divieti di viaggiare verso le zone colpite dall’epidemia, che hanno reso ancora più difficoltoso l’invio di provviste e altri materiali.

Per via dei 5.300 casi di contagio, non prevedibili in situazioni normali, ospedali e cliniche sono rimasti paralizzati, e il tasso di mortalità in questi paesi potrebbe essere influenzato da altri fattori oltre l’ebola in sé. I pazienti con altre malattie, così come le donne che andavano in clinica per partorire o a portare i loro bambini affetti da altre malattie diverse dall’ebola, sono stati allontanati. Sono sospesi raccolti e trasporti dei prodotti da coltivazione, cosa che in diverse aree rende la fame un problema grave quanto o più dell’ebola.

Infine, tutto questo emerge dall’analisi dell’ebola nei soli paesi dell’Africa Occidentale. Ad agosto l’ebola è riemersa anche nella Repubblica Democratica del Congo (DRC); attualmente, in quel paese ci sono stati almeno 60 casi di contagio e 35 morti. Con tutta l’attenzione rivolta verso i paesi occidentali, molta meno attenzione è stata dedicata alla DRC, che ha una storia molto più estesa di epidemie di ebola, principalmente nelle aree rurali. Si spera che, in quelle parti dell’Africa, l’esperienza e la storia pregressa possano portare più rapidamente a un contenimento dell’epidemia.

I prossimi mesi
Pur con un impegno internazionale di massa, la situazione peggiorerà prima di migliorare. L’afflusso di fondi e di assistenza dagli Stati Uniti e da altri paesi è certamente una buona notizia, ma rimane da capire esattamente come queste risorse verranno distribuite, chi le amministrerà, come saranno coordinati i lavori. Sarà un lavoro a lungo termine, e anche quando questa epidemia di ebola sarà estinta, altri medici e infermieri dovranno essere istruiti e addestrati per rimpiazzare quelli morti durante l’epidemia. Alcuni malati di ebola riusciranno a sopravvivere, ma loro e i loro familiari potrebbero essere discriminati nelle loro città. Potrebbe volerci un anno, ma questo “fuoco dell’inferno” alla fine sarebbe estinto. A quale prezzo in vite umane, non lo sappiamo ancora.

Foto: AP Photo/Abbas Dulleh

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