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  • domenica 14 Settembre 2014

Stiamo prendendo l’IS troppo sul serio?

È una minaccia meno grave di quanto crediamo, dice l'analista Ramzy Mardini: e l'amministrazione di Barack Obama sta sbagliando tutto

di Ramzy Mardini - Washington Post

Ramzy Mardini è uno studioso del Rafik Hariri Center for the Middle East, un centro studi con sede a Washington, Stati Uniti.

Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di scarsa comprensione del Medio Oriente. Il presidente George W. Bush invase l’Iraq nel 2003 con un misto di certezze mal riposte, premesse sbagliate e poca lungimiranza. Dopo l’inizio delle cosiddette “Primavere Arabe” nel 2011, Washington non comprese i problemi e le opportunità della situazione e sopravvalutò la sua capacità di influenzare le rivolte in suo favore. Ora, mentre gli Stati Uniti si preparano a un’escalation militare contro lo Stato Islamico, altri errori di interpretazione stanno conducendo a un nuovo tragico errore in politica estera. Nel suo discorso di mercoledì, il presidente americano Barack Obama ha detto che gli attacchi aerei che hanno colpito i miliziani in Iraq lo scorso mese «hanno protetto il personale e le strutture americane sul posto, ucciso i combattenti [dello Stato Islamico], distrutto armi e creato uno spazio per permettere alle forze curde e irachene di riconquistare alcune posizioni chiave. Questi attacchi hanno anche aiutato a salvare le vite di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti».

Un’affermazione più accurata sarebbe stata dire che l’intervento americano si è rivelato uno straordinario strumento di propaganda per lo Stato Islamico e lo ha aiutato a reclutare altri jihadisti alla sua causa, forse persino i salafiti, che fino ad ora hanno rifiutato la legittimità dell’IS. Il fatto che Obama abbia esitato negli ultimi anni a usare la forza in Medio Oriente aveva aiutato a mantenere gli obiettivi dello Stato Islamico su una scala regionale: cioè creare un Califfato islamico in Medio Oriente, piuttosto che lanciare attacchi contro gli Stati Uniti. È soltanto con il ritorno dell’intervento militare americano in Iraq e la prospettiva di un intervento in Siria che gli obiettivi del gruppo sono cominciati a cambiare. La barbarica decapitazione dei giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff (e quella del cooperante inglese David Cawthorne Haines) erano intesi dall’IS come una diretta rappresaglia per gli attacchi aerei in Iraq. Invece Washington ha interpretato questi eventi (insieme alla caduta lo scorso giugno della seconda città irachena, Mosul, e all’assedio di luglio degli yazidi in Iraq) come una prova che il gruppo rappresenta una minaccia di proporzioni terrificanti agli interessi americani.

Oggi a Washington è normale pensare che i miliziani dell’IS sono in grado di schiacciare gli alleati americani in Medio Oriente, di destabilizzare le forniture mondiali di petrolio e infine di attaccare il suolo americano. Lo Stato Islamico rappresenta «un chiaro e attuale pericolo» per gli Stati Uniti, ha scritto il generale John Allen, un ex comandante delle forze americane in Afghanistan: un pericolo che coinvolge «l’intera regione mediorientale e il resto del mondo come lo conosciamo». Il generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore delle forze armate americane, ha descritto il gruppo dicendo che ha «una visione strategica apocalittica, da fine del mondo». Il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha descritto l’IS come «una minaccia imminente a tutti gli interessi che abbiamo in Iraq e da ogni altra parte». Secondo un recente sondaggio, il 90 per cento degli americani vede lo Stato Islamico come una seria minaccia agli interessi vitali degli Stati Uniti. Ma gli americani stanno interpretando in maniera non corretta i recenti successi dello Stato Islamico, che sono più legati a una serie di fattori locali, che vanno oltre il controllo dello stesso IS, piuttosto che all’invincibilità del gruppo. Al di là della propaganda e delle conquiste territoriali, lo Stato Islamico è fondamentalmente debole e non possiede un obiettivo realistico e raggiungibile. In poche parole: li stiamo prendendo troppo sul serio.

Pensiamo alla caduta di Mosul, che ha creato l’impressione che le forze dello Stato Islamico fossero formidabili, capaci di combattere su più fronti e sconfiggere l’esercito iracheno, molto più grande, meglio armato e addestrato dagli Stati Uniti. In realtà, lo Stato Islamico è stato in grado di conquistare un territorio così grande perché affrontava un avversario impotente e aveva l’aiuto di un’ampia insurrezione sunnita. L’esercito iracheno, che manca di professionalità e non aveva molti motivi per combattere e morire per la città di Mosul dominata dai sunniti, si è autodistrutto e ha disertato in massa. I miliziani dell’IS sono certamente molto coraggiosi e dotati di grande mobilità offensiva, ma la realtà è che possono a malapena sostenere di avere mai sconfitto l’esercito iracheno in un vero combattimento. All’epoca della conquista di Mosul, i miliziani dello Stato Islamico rappresentavano meno del 10 per cento di tutti i ribelli sunniti.

La conquista di Sinjar nella parte settentrionale della provincia di Ninive ha contribuito alla percezione dell’invicibilità delle forze dell’IS e ha condizionato la decisione americana di cominciare gli attacchi aerei. Ma anche questo episodio è stato interpretato in maniera non corretta. Non solo le forze curde erano state prese di sorpresa, ma all’epoca avevano appena riempito il vuoto lasciato a Sinjar dalla fuga dell’esercito regolare iracheno. I curdi si erano dispersi in piccoli distaccamenti ed erano poco equipaggiati per fronteggiare uno scontro al di fuori del loro territorio, il Kurdistan iracheno. Senza munizioni e rifornimenti hanno abbandonato gli avamposti, ritirandosi nei confini del Kurdistan. Questo non significa che lo Stato Islamico sia pronto a conquistare in qualsiasi momento la prossima città sulla lista. Anzi: significa che i confini del Califfato hanno più o meno raggiunto la massima estensione.

Non è una coincidenza che le conquiste militari dell’IS si sono limitate a quei territori popolati da sunniti in cerca di protezione dalle forze sciite. Ci vorrebbe una quantità di forze molto superiori a quelle che può schierare lo Stato Islamico per controllare un territorio abitato da una popolazione ostile, come le regioni a maggioranza sciita o curda. L’IS prospera in mezzo alle tensioni settarie, in mezzo ai territori dove sono in corso ribellioni e dove lo stato è debole o inesistente. Il sostegno di cui gode in Iraq e Siria non è la regola, ma l’eccezione. La maggior parte di queste condizioni non esiste nel resto del Medio Oriente.

Per quanto sia solo all’inizio del suo Califfato, l’ideologia estrema dello Stato Islamico, la sua volontà di opprimere le popolazioni locali e suoi atti di barbarie, gli hanno impedito di essere visto come un’alternativa politica praticabile per molti. Scioccamente, l’IS ha preferito governare con la paura, limitando così le sue possibilità di trovare alleati e rendendosi vulnerabile alle insurrezioni della popolazione stessa. Ad esempio, tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, lo Stato Islamico ha perso molti territori nelle province siriane di Aleppo e Idlib a causa della competizione con altri gruppi di insorti molto più radicati sul territorio. La chiave della sopravvivenza e della prosperità per un gruppo come l’IS è l’aiuto della popolazione locale. Il nucleo delle forze dell’IS è certamente composto da soldati devoti e pronti a morire per la causa, ma il suo potenziale appoggio nella regione varia da limitato a inesistente. Questa è la differenza che c’è tra un movimento superficiale come l’IS e uno con profonde radici come Hezbollah in Libano.

L’ironia è che il più grande successo dello Stato Islamico – la cattura di Mosul – potrebbe diventare la sua più grande vulnerabilità. Per diverso tempo, le potenze regionali del Medio Oriente erano riluttanti a combattere direttamente l’IS. La Turchia apprezzava che l’influsso dei jihadisti in Siria controbilanciasse la guerriglia curda e rendesse molto più difficile il tentativo del regime siriano di riconquistare i territori perduti. La Siria e l’Iran ritenevano che l’IS indebolisse i ribelli siriani, radicalizzandoli e rendendo meno facile per l’Occidente appoggiarli. L’Arabia Saudita e gli altri paesi sunniti del golfo apprezzavano che l’IS controbilanciasse gli sciiti iracheni e le altre forze appoggiate dall’Iran. E persino Israele aveva pochi incentivi a scontrarsi con il gruppo che contribuiva a radicalizzare la divisione tra musulmani sciiti e sunniti.

Oggi, con l’avanzata verso sud e verso Baghdad, l’IS ha costretto Iran e Siria ad appoggiare militarmente l’Iraq, mentre l’Iran ha mobilitato le milizie sciite come contrappeso alla sua forza. La marcia dell’IS verso il Kurdistan iracheno ha portato a una mobilitazione delle milizie dei curdi turchi, siriani e iraniani in appoggio a quelli iracheni e agli yazidi. A Occidente, la frontiera tra Giordania e Iraq è impenetrabile. Anche se il gruppo riuscisse a compiere attacchi terroristici all’interno del territorio giordano, la popolazione e gli alleati sunniti della Giordania correrebbero in aiuto, mentre intelligence e le forze armate nazionali avvierebbero subito un’offensiva contro l’IS. Infine, l’idea che i miliziani possano minacciare le frontiere orientali di Israele è semplicemente fuori dalla realtà.

Dopo Mosul, lo Stato Islamico ha anche cominciato a subire divisioni interne. L’acquisizione di nuovi territori è rallentata, mentre gran parte delle energie del gruppo ha iniziato a essere spesa per consolidare il territorio già acquisito. Prima degli attacchi americani, l’insurrezione irachena aveva già cominciato a dividersi per questioni di potere, prestigio e risorse. Questo non significa che l’IS non sia un problema e che gli Stati Uniti debbano ignorarlo. Di sicuro alcune azioni militari statunitensi sono necessarie per sconfiggere l’IS, ma questi sforzi dovrebbero essere condotti dagli attori regionali, non da una potenza occidentale. Gli Stati Uniti sono più adatti a portare avanti un ruolo diplomatico attivo, facilitando la cooperazione tra le potenze regionali. Inoltre, se la minaccia comune dovesse spingere questi attori alla collaborazione potrebbe persino emergere un’opportunità per mettere finalmente fine alla guerra civile che affligge il Medio Oriente.