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  • domenica 31 agosto 2014

Bisogna prepararsi a una guerra in Europa?

"La domanda suona un po' paranoica e scioccamente apocalittica", scrive Anne Appleabum sul Washington Post: ma spiega perché è il caso di farsela

di Anne Applebaum – Washington Post @anneapplebaum

Anne Applebaum ha 50 anni ed è una giornalista polacco-americana esperta di temi internazionali e questioni relative all’Unione Sovietica e all’Europa orientale. Ha scritto per l’Economist e Slate e ha fatto parte dello staff degli editorialisti del Washington Post. Nel 2004 ha vinto il Premio Pulitzer per la saggistica con Gulag: A History. È sposata col giornalista e politico polacco Radosław Sikorski, attuale Ministro degli Esteri della Polonia.

Per tutta la mia vita adulta mi sono state mostrate delle fotografie scattate in Polonia nella meravigliosa estate del 1939: bimbi che giocano al sole, donne eleganti che passeggiano per Cracovia. Ho persino visto la foto di un matrimonio avvenuto nel giugno del 1939, nel giardino di una casetta di campagna di cui adesso sono proprietaria. Tutte queste foto sono avvolte da un certo alone tragico: sappiamo cos’è accaduto dopo. Il settembre del 1939 si portò dietro due invasioni, una da est e una da ovest, e occupazioni, caos, distruzione, genocidio. La maggior parte delle persone che partecipò a quel matrimonio morì di lì a breve oppure scappò all’estero. Nessuno di loro tornò mai più alle proprie case.

Col senno di poi, tutti loro ci sembrano incredibilmente ingenui. Al posto di celebrare matrimoni non potevano semplicemente mollare tutto e prepararsi per la guerra quando ancora era possibile farlo? E adesso, nell’estate del 2014, mi tocca chiedermi: non dovrebbero fare altrettanto gli ucraini? E le popolazioni dell’Europa centrale?

Sono consapevole del fatto che per i lettori europei e americani la domanda suoni un po’ paranoica e scioccamente apocalittica. Ma provate ad arrivare in fondo all’articolo: non fosse altro perché è la domanda che metà della gente che vive nell’Europa orientale si sta facendo in questo momento. Negli scorsi giorni, soldati russi con la bandiera di una nazione precedentemente sconosciuta, la Novorossiya (letteralmente “Nuova Russia”), hanno passato il confine nel sudest dell’Ucraina. L’Accademia delle Scienze della Russia ha annunciato che questo autunno pubblicherà una storia della Nuova Russia, presumibilmente individuandone l’origine con Caterina II. È stato riportato che a Mosca circolano diverse mappe della Nuova Russia. Alcune includono Charkiv e Dnipropetrovs’k, città a centinaia di chilometri dall’attuale fronte di combattimento. Oppure sulla costa, cosicché il nuovo stato unisca Russia, Crimea e Transnistria, il territorio della Moldavia proclamatosi indipendente. Anche se all’inizio si manifestasse come uno di quei piccoli stati non riconosciuti – come l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, territori che la Russia ha “ritagliato” dalla Georgia – la Novorossiya può espandersi nel tempo.

I soldati russi potranno anche istituire uno stato del genere – dipenderà da quanto duramente reagiranno gli ucraini e chi li sosterrà – ma a un certo punto la Russia avrà bisogno di qualcosa di più della forza militare per mantenere il controllo. La Nuova Russia non sarà un territorio pacificato finché sarà abitata da ucraini che vogliono restare ucraini. Esiste una nota soluzione a questo problema. Qualche giorno fa Alexander Dugin, un nazionalista radicale le cui opinioni hanno contribuito a formare quelle di Vladimir Putin, ha detto che «l’Ucraina dev’essere purificata dagli idioti», per poi invocare un «genocidio» della «razza bastarda» degli ucraini.

La Nuova Russia sarà anche difficile da sostenere nel caso si faccia dei nemici in Occidente. Possibili soluzioni a questo problema sono sul tavolo. Non molto tempo fa, Vladimir Zhirinovsky – un membro del Parlamento che recita la parte del buffone di corte (e cioè dice cose che altri più potenti di lui non possono dire) – ha sostenuto in televisione che la Russia dovrebbe bombardare con armi nucleari sia la Polonia sia i paesi baltici – “staterelli”, li ha definiti – per far vedere chi comanda davvero in Europa: «l’America non ne sarebbe minacciata, è troppo lontana. Ma i paesi dell’Europa orientale rischiano di essere completamente distrutti. È colpa loro, perché non possiamo accettare che aerei e missili diretti verso la Russia partano dai loro territori». Vladimir Putin riguardo a questi commenti abbozza: le dichiarazioni di Zhirinovsky non sempre riflettono la posizione ufficiale del governo, dice il presidente russo, ma sono sempre «stimolanti».

Una persona più seria come il dissidente e analista russo Andrei Piontkovsky ha recentemente pubblicato un articolo nel quale sostiene che Putin sta davvero valutando la possibilità di un limitato attacco nucleare – forse contro una delle capitali baltiche, o contro una città polacca – per provare che la NATO è una entità vuota e senza senso che non oserebbe contrattaccare per timore di una catastrofe più grande. Durante le esercitazioni militari del 2009 e del 2013 l’esercito russo si è apertamente preparato per un attacco nucleare su Varsavia.

È possibile che queste siano tutte paranoie? Può darsi. E forse Putin è troppo debole per fare ciascuna di queste cose, e magari sta bluffando e gli oligarchi del suo paese lo fermeranno. Ma anche il “Mein Kampf” sembrò paranoico al pubblico tedesco e occidentale del 1933. Anche l’ordine di Stalin di «liquidare» tutte le classi e i gruppi sociali nell’Unione Sovietica ci sarebbe sembrato ugualmente folle al tempo, se solo avessimo potuto ascoltarlo.

Ma Stalin tenne fede alla sua parola e realizzò davvero quelle minacce: non perché fosse pazzo, ma perché seguì pedissequamente i suoi schemi mentali sino alla loro conclusione più logica – e anche perché non ci fu nessuno che lo fermò. Al momento, nessuno è ugualmente in grado di fermare Putin. È così paranoico, quindi, prepararsi ad una guerra devastante? O, viceversa, sarebbe da ingenui non farlo?

nella foto: una parata militare dell’esercito tedesco in una piazza di Varsavia, 4 ottobre 1939 (AP Photo)

© The Washington Post 2014

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