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  • domenica 17 agosto 2014

La violenza in Honduras

Il fotografo Sean Sutton ha passato tre settimane con la polizia del paese con il più alto tasso di omicidi del mondo

Il Washington Post ha pubblicato un reportage del fotografo Sean Sutton, che ha seguito per tre settimane un’unità della polizia investigativa della città di Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras. L’Honduras è il paese con il più alto tasso di omicidi pro capite del mondo: nonostante non sia in corso una vera guerra, si verifica una morte violenta ogni 74 minuti. Secondo i dati dell’ONU, nel 2012 in Honduras ci sono stati 90,4 omicidi ogni 100mila abitanti. In Afghanistan, per fare un esempio di un paese in guerra, il numero di omicidi ogni 100mila abitanti è 12, di cui 6 sono collegati alla guerra e 6 hanno altre cause. La città più pericolosa dell’Honduras è San Pedro Sula, capitale del dipartimento di Cortés, che è anche la città più pericolosa del mondo: ci sono ogni anno 169 omicidi ogni 100mila abitanti.

La maggior parte degli omicidi che avvengono in Honduras sono legati alla guerra tra gang e al traffico di droga. Fino a vent’anni fa, la maggior parte della droga proveniente dal Sud America arrivava negli Stati Uniti sulle navi, attraverso il Mar dei Caraibi. Gli Stati Uniti però misero in atto alcune politiche per limitare questo tipo di traffico e perciò i narcotrafficanti cominciarono a trasportare la droga via terra, attraverso i paesi del Centro America. Nel frattempo finirono le guerre civili nello stato di El Salvador (nel 1992) e in Guatemala (1996), rendendo più sicuro questo tipo di traffico. Contemporaneamente, moltissimi membri di gang di strada dei ghetti delle più importanti città statunitensi, soprattutto di Los Angeles, si spostarono negli stati dell’America Centrale. Oltre a quelli che ci andarono per sfruttare queste condizioni potenzialmente redditizie per i trafficanti di droga, molti giovani vennero rimpatriati forzatamente dagli Stati Uniti.

Nei primi anni Novanta, infatti, i ghetti delle molte città americane erano controllati da gang di strada che gestivano il traffico di droga. Molti membri di queste gang erano ragazzini. Il sistema giudiziario americano, per arginare questo fenomeno, iniziò a giudicare i minorenni allo stesso modo degli adulti e perciò molti ragazzi finirono in prigione: a partire dal 1994, poi, vennero aumentati i tempi di detenzione per i recidivi. Nel 1996 venne approvata una legge che prevedeva che i cittadini non americani condannati a più di un anno di carcere per alcuni crimini venissero rimpatriati: tra il 2000 e il 2004 si stima che ventimila giovani di origini centroamericane, le cui famiglie si erano trasferite negli Stati Uniti negli anni Ottanta, a causa delle guerre civili nei loro paesi, vennero deportati nei paesi dell’America Centrale. Il risultato fu la nascita di nuove organizzazioni criminali molto potenti e pericolose, chiamate maras, dal nome di una specie locale di formiche molto aggressive. Alcune tra le più importanti sono la Mara Salvatrucha, o la M-18, composta da membri della gang di Los Angeles chiamata 18th Street Gang. Molti ragazzi, che erano stati rimpatriati in paesi in cui non avevano mai vissuto, entrarono a far parte di queste gang.

A partire dal 2002 Ricardo Maduro, presidente dell’Honduras fino al 2006, provò a contrastare il dilagare della criminalità tra i giovani con una serie di provvedimenti molto severi: anche se inizialmente sembrarono funzionare, furono molto criticate per avere un approccio simile a quello adottato dagli Stati Uniti negli anni Novanta, che secondo alcuni esperti non è efficace per risolvere il problema delle gang. Le organizzazioni di narcotrafficanti perciò continuarono a ingrandirsi e ad acquistare potere, e molti membri si spostarono nuovamente negli Stati Uniti e in Messico, per allargare il giro di affari.  Oggi si stima che i membri delle Maras in Honduras, El Salvador e Guatemala siano oltre 70.000, di cui la maggior parte implicati nel traffico di droga locale.

Negli ultimi anni, in seguito a un accordo di collaborazione tra gli Stati Uniti e il Messico, la pressione della polizia sulle organizzazioni criminali messicane è aumentata, e di conseguenza queste hanno deciso progressivamente di “delocalizzare” parte delle proprie attività in America Centrale. In Honduras, poi, la situazione politica è diventata molto instabile dopo il colpo di stato del 2009.

Il tasso altissimo di criminalità ha causato negli ultimi anni un esodo di massa di decine di migliaia di migranti, soprattutto bambini, verso gli Stati Uniti. Il governo degli Stati Uniti recentemente è stato duramente criticato per la gestione dell’immigrazione attraverso il confine con il Messico. Il presidente Barack Obama l’8 luglio aveva chiesto di destinare fondi d’emergenza per 3,7 miliardi di dollari per arginare quella che ha definito una «crisi umanitaria». I migranti che provengono dai paesi dell’America Centrale non possono essere respinti facilmente dagli Stati Uniti, a differenza di quanto avviene per quelli messicani: almeno in teoria, dovrebbero essere rimandati a casa su degli aerei dopo aver preso degli accordi diplomatici. In più, sempre in teoria, se un immigrato centroamericano chiede asilo politico, il governo dovrebbe verificare la fondatezza della richiesta, cioè se nel paese di origine c’è una “minaccia credibile“ di persecuzione, e quindi se chi chiede asilo politico ha realmente bisogno di protezione. Nel 2013 più di 36mila migranti del Guatemala, di El Salvador e dell’Honduras hanno fatto richiesta di asilo politico: quasi il triplo di quelli del 2012. La maggior parte sono respinte, ma secondo alcuni critici del sistema di immigrazione degli Stati Uniti molti immigrati fanno la richiesta solo per poter prolungare la propria permanenza, mentre altri dopo la negazione dell’asilo politico rimangono nel territorio statunitense diventando clandestini.

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