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  • mercoledì 10 aprile 2013

La città più violenta del mondo

Fotografie da San Pedro Sula, Honduras: c'entrano il traffico di droga e moltissime armi

La città più pericolosa e violenta del mondo è per il secondo anno di fila San Pedro Sula, capitale del dipartimento di Cortés, in Honduras. Il calcolo sugli indici di violenza è stato fatto dal Consejo Ciudadano para la Seguridad Publica y Justicia Penal, think tank messicano che si occupa di statistiche sul crimine dell’emisfero occidentale del mondo: secondo un rapporto pubblicato il 7 febbraio 2013, a San Pedro Sula ci sarebbero ogni anno 169 omicidi ogni 100mila abitanti. Una stima simile è stata fatta dal colonnello Isaac Santos, capo della Direzione della lotta contro il narcotraffico honduregno, che ha confermato al sito di news Diariodiario che il livello della criminalità della città è quasi raddoppiato rispetto allo scorso anno, raggiungendo i 164 omicidi ogni 100mila abitanti (per capirsi, un livello molto alto di criminalità è riconosciuto internazionalmente a 22 omicidi all’anno per ogni 100mila abitanti).

In generale è tutto l’Honduras a essere tra i paesi più violenti del mondo, a causa della grande diffusione del traffico di droga, di armi e degli alti tassi di criminalità. Tra il marzo 2012 e il marzo 2013 i fotografi Esteban Felix (per Associated Press) e Orlando Sierra (per Getty Images) hanno realizzato diversi reportage fotografici sulla violenza di strada in Honduras, andando sia a San Pedro Sula che a Tegucigalpa, la seconda città più violenta del paese. Di seguito alcune delle foto realizzate da Felix e Sierra.

(occhio, la galleria fotografica contiene immagini “forti” e violente)

Già in un rapporto dell’aprile 2011 redatto dall’ufficio dell’ONU che si occupa di droga e narcotraffico, San Pedro Sula era indicata come la città più violenta del mondo, con 86 omicidi all’anno ogni 100.000 abitanti, circa 20 volte il tasso di violenza registrato negli Stati Uniti. Il rapporto evidenziava anche dei forti indici di corruzione nelle forze di sicurezza e la mancanza di strumenti per combattere il narcotraffico da parte del sindaco della città, Juana Carlos Zuniga.

Gli altissimi tassi di violenza in Honduras sono legati al traffico della droga che coinvolge l’intera regione dell’America Centrale. Fino a circa due decenni fa la droga passava per lo più dal mare lungo la rotta che collega i Caraibi-Cuba-Miami. Poi l’agenzia americana che si occupa della lotta al traffico di droga, la DEA (Drug Enforcement Administration), riuscì a limitare questo traffico grazie a una serie di politiche che gli Stati Uniti intrapresero in collaborazione con alcuni dei governi centro e sudamericani. I contrabbandieri centroamericani si reinventarono transportistas: iniziarono a prendere i carichi di droga dalla Colombia, trasportandoli fino al confine tra Guatemala e Messico via terra. La loro azione fu facilitata anche dal fatto che nel frattempo erano terminate le guerre civili in Guatemala (1996) e El Salvador (1992), e il passaggio via terra era diventato molto meno pericoloso.

Durante gli anni Novanta l’espansione del traffico di droga attraverso l’America Centrale venne alimentato anche dalla diffusione delle gang di strada, conosciute in questi paesi come “Maras”. Le Maras si svilupparono nelle periferie delle città americane a forte immigrazione centroamericana. Nel 1995 le autorità statunitensi decisero di rimpatriare i mareros nei loro paesi di provenienza. Oggi si stima che i membri delle Maras in Honduras, El Salvador e Guatemala siano oltre 70.000, di cui la maggior parte implicati nel traffico di droga locale.

Dal 2008 le Maras iniziarono anche ad essere lo strumento degli interessi economici dei due maggiori gruppi criminali messicani, Los Zetas e Sinaloa. In Messico, infatti, il presidente Felipe Calderón firmò un accordo con il presidente americano George W. Bush chiamato Mérida Initiative (dalla città del sud-est del Messico che ospitò la fase finale delle trattative): oltre ad un diretto aiuto economico – circa un miliardo e mezzo di dollari – il governo degli Stati Uniti si impegnò a fornire al Messico veicoli militari (fra cui 24 elicotteri), brevetti tecnologici per il rilevamento della droga e formazione del personale del corpo di polizia messicano. L’operazione Merida aumentò la pressione sulle gang messicane, che decisero progressivamente di “delocalizzare” parte delle proprie attività proprio in America Centrale.

Oltre a essere una delle rotte principali della droga, l’Honduras ha un indice di possesso di armi per abitante molto alto: la legge nazionale permette a ciascun cittadino honduregno di possedere fino a 5 armi da fuoco, anche se questo non ha impedito al traffico illegale di armi di proliferare. Oggi l’83,4 per cento degli omicidi in Honduras è provocato da ferite di armi da fuoco.

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