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  • martedì 15 Luglio 2014

«Se belle azioni compie»

Filippomaria Pontani su quel che resta dei Mondiali di calcio brasiliani, e quel che c'era già da millenni

di Filippomaria Pontani

“Ma, col tempo, la forza fa cadere / pure chi se ne vanta”
(Pindaro, Pitica VIII, 15).

Nella gara di neologismi in peius dell’arte pedatoria, il Mineirazo, sopraffino esempio di irreparabile Götterdämmerung, avrà per sempre la sua parte. Il suo fratello maggiore, il Maracanazo del 16 luglio 1950, in cui l’Uruguay acciuffò la Coppa a pochi minuti dalla fine, ha per me il colore delle parole dell’amico brasiliano Silvio Castro (1931-2014), poeta e professore di Lingua e Letteratura portoghese naturalizzato veneziano dopo mezzo secolo di residenza: pur nel suo tono pacato e ironico, che l’aveva reso tra i docenti più amati dell’università di Padova, Castro non riusciva a nascondere lo sgomento e la frustrazione che ancora sessant’anni dopo suscitava in lui la memoria di quella sconfitta e dell’ondata di disperazione che travolse la città e il Paese dopo il gol di Ghiggia: i volti fantasmatici per le vie di Rio, lo strazio dei balconi già pavesati a festa, i repentini suicidi. Il destino, forse in questo benevolo, lo ha portato via due mesi prima che la semifinale di Belo Horizonte arrivasse a rinnovellare quell’incubo: non vi è dubbio, infatti, che sarà il 7-1 della Germania sul Brasile a sigillare per sempre il Mondiale appena concluso, e forse tutta un’era della storia del calcio. Perché per molti l’unica idea di un Brasile francamente debellato era l'”un-deux-trois-zéro” rifilato da Zidane e soci nella notte convulsa (in senso proprio e figurato) dello Stade de France 1998 – comunque nulla a che vedere con il videogioco di legnate dell’8 luglio scorso.

“Sbaglia l’uomo se spera / con l’opera / d’eludere il dio”
(Pindaro, Olimpica I, 64).

Gli dèi avrebbero potuto evitare tale scempio, e ridurlo a un’eliminazione amara ma più digeribile, se solo non avessero diretto il tiro del cileno Mauricio Pinilla, nel secondo supplementare dell’ottavo contro il Brasile, a incocciare la traversa, decretando così l’ineluttabilità dei rigori e condannando il Cile più forte degli ultimi 50 anni (Vidal, Sanchez, Aranguiz) a un mesto ritorno. Né è dato sapere che cosa sarebbe successo se nell’altro ottavo di finale un altro palo non avesse fermato al minuto 121 lo svizzero Ricardo Rodriguez, e srotolato all’Argentina un pur liso red carpet verso il Maracanà.

“Cresce in breve la gioia degli uomini, ed egualmente a terra precipita /
se contrario volere la scuote”

(Pitica VIII, 92-93).

“Ma quando un bagliore discende dal dio, /
fulgida luce risplende sugli uomini / e dolce è la vita”
(Pitica VIII, 96-97a).

Una delle illusioni più dolci di questo Mondiale l’ha fornita quasi al principio il gesto tecnico strepitoso di Robin van Persie, nel primo gol alla Spagna, che rimarrà negli annali dello sport: è stata l’illusione che la fantasia dei punteros, dei numeri 9 dal fiuto inesausto, potesse ancora contare qualcosa nel calcio odierno, e non essere invece ridotta – come purtroppo è stata – a un declinante residuo d’età più gaie (i Klose, i Benzema, i Suarez), coronato da una serie di flop (Fred, Jô, Higuain, Palacio, Balotelli, Rooney, Diego Costa, Dzeko, Drogba, Peralta, Postiga, e mille altri; sarebbe stata poi così inutile gente come Tevez o Destro?). Non appena, nelle eliminazioni dirette, il soffio di Eupalla ha abbandonato, per varie ragioni, fisiche o d’ispirazione, anche i numeri 10 e le mezzepunte da cui ci si attendeva legittimamente il sogno (Neymar, Di Maria, Messi, James Rodriguez, Robben), sono rimaste partite tirate e serrate, in cui la letizia del fútbol si è irrigidita nella paura di vincere (Cile, Messico, Colombia), o nell’ostinazione di una difesa à bout de souffle (il Costa Rica, 2 soli gol subiti in 5 partite, di cui uno su rigore). E la charis di un mondiale apertosi su toni spumeggianti e festosi si è rattrappita nel trionfo dell’ovvio, nello spasmo frequente dei supplementari, nell’esibizione a oltranza dei portieri che non ti aspetti: il messicano Ochoa, lo statunitense Howard, l’algerino M’Bolhi, ma anzitutto il costaricano Keylor Navas.

“Dobbiamo chiedere agli dei / cose conformi alle menti mortali, /
consci di ciò che è ai nostri piedi / e di quale sorte siamo partecipi”
(Pitica III, 58-60)

“Ma flussi di gioia e dolore / con alterna vicenda / vengono agli uomini”
(Olimpica II, 33-34)

Tre dei quattro ultimi mondiali erano stati vinti da squadre mediterranee, onde vieppiù colpisce la Waterloo, variamente motivata, di Italia, Spagna e Portogallo (la Francia, non irresistibile e priva di Ribéry, si è spenta nei quarti). La penisola iberica dovrà lentamente ragionare sulla fine di un ciclo, e sul possibile abbrivo di una nuova generazione di campioni; l’Italia dovrà forse rifondare il proprio movimento sportivo, liberarsi dei condizionamenti delle cricche (“Ma pure il sapere è messo in catene dal guadagno” [Pitica III, 54]), e uscire dalla speranza che le competizioni si vincano con il fattore C (“Chi senza lunga fatica raggiunge il successo / a molti sembra fra gli stolti un saggio / che munisce la sua vita / con risorse di retto consiglio; / ma tutto questo non appartiene / al potere degli uomini; / un dio lo dona”: Pitica VIII, 73-76). Alla luce del gioco espresso ci si chiede se la riscossa del Mare Nostrum non possa partire dalla sponda sud, se e quando una squadra ben concimata come l’Algeria (dotata fra l’altro di una punta che segna, Islam Slimani) si caricherà sulle spalle il peso di un continente indeciso (quanto talento mal gestito nel Ghana, nella Nigeria, nella Costa d’Avorio), e diventerà cosciente della propria capacità di far paura ai futuri campioni del mondo per 120 minuti sani.

Forse è ancora lontano il giorno in cui l’Africa che vince non sarà più quella degli emigrati di prima o seconda generazione, dei Khedira, dei Mustafi, dei Benzema, dei Sakho, dei Djourou, dei Depay, degli Origi, dei Lukaku: il modello odierno ripropone e aggiorna la lode di Pindaro per il corridore Ergòtele di Imera, che solo l’esilio dalla natía Creta aveva affrancato dalla dimensione di atleta di provincia: “Figlio di Filanore, certo anche a te, / come un gallo che combatte in casa / presso il focolare paterno, / si sarebbe sfogliato senza gloria / il vanto dei tuoi piedi / se la discordia fra gli uomini / non ti avesse privato della patria Cnosso. / Ora cinto di corona in Olimpia, / o Ergòtele, e a Pito due volte e all’Istmo, / godi dei caldi bagni delle Ninfe / che tu frequenti presso i tuoi terreni” (Olimpica XII, 13-20). Nessuna icona più chiara, in tal senso, dell’antitetica opzione dei due fratelli Boateng (Jérôme e Kevin Prince, assai diversi per madre e per temperamento), ghanesi di Berlino l’un contro l’altro armati nella partita fra la futura trionfatrice del torneo e la nazionale più discussa, a rischio di severa punizione per uno dei vizi troppo frequenti tra le squadre africane. E che dire della ben scarsa attenzione mediatica riservata alla gamba del nigeriano Onazi, rotta in violenta azione di gioco dal francese Blaise Matuidi (appena ammonito), per il quale pochi hanno invocato le esemplari sanzioni disciplinari promesse worldwide al colombiano Zuñiga, involontario killer di O’Ney? E che dire dell’assenza del gran gol di Gervinho alla Colombia tra i top 15 del mondiale secondo la FIFA?

“Il primo dei premi è gioire / nel successo, / avere buona fama il secondo: /
l’uomo che incontri e colga l’uno e l’altro / ha ricevuto la somma corona”
(Pitica I, 96-101)

La Germania ha vinto questo campionato senza mai aver fatto ricorso ai rigori, senza mai aver profittato di favori arbitrali (gli Argentini recriminano per l’uscita di Neuer su Higuain nella finale, ma farebbero meglio a piangere i propri errori sotto porta), senza mai aver giocato in modo scorretto (si potrebbe opinare sulla hybris nel fare a fette il Brasile, ma non c’entra col regolamento). Qualcuno si rattristerà che questa squadra, priva di geni (Thomas Müller è certo un ottimo giocatore, ma se dovessi scegliere due simboli prenderei piuttosto Manuel Neuer e Bastian Schweinsteiger) ma allenata con mano ferma da Joachim Loew (“Temprando chi ha innata virtù / l’uomo con la mano del dio / può spingerlo verso una gloria immensa” [Olimpica X, 20-21]), non abbia incontrato sul suo cammino un ostacolo di fantasia come il tiki-taka spagnolo del 2010, o il super-Ronaldo del 2002, o perfino l’armata della fortuna di Del Piero e Grosso. Proprio per questo, la vittoria è stata pienamente meritata: spettava agli altri (forse a un’Argentina un poco più coesa e scattante, e drammaticamente orfana di Di Maria nel momento decisivo) proporre qualcosa di meglio rispetto a un collettivo solido che ha esaltato le qualità e la disciplina perfino degli Hummels e degli Höwedes (e si ricordi che mancava per infortunio Marco Reus).

“Lodare anche il nemico / con equità e gran cuore / se belle azioni compie”
(Pitica IX, 95-96)

Al Brasile tutto, e ai vagheggiatori di un calcio diverso (il confronto proposto dalle tv, prima dello psicodramma prandelliano, con Brasile-Italia del Sarrià 1982, appare assolutamente impietoso, e non voglio fare il laudator temporis acti), rimane molto da ricostruire, tramite quel ponos (fatica) cui i Germani non si sono mai sottratti negli anni, provando e riprovando con pazienza e lungimiranza. Rimane su tutto l’auspicio che in futuro, almeno durante i giochi internazionali (e se possibile anche dopo), si persegua la via della tregua fra le nazioni in conflitto armato, come accadeva – anche se solo in parte – con le Olimpiadi nell’antichità. E rimane la speranza che il Paese ospitante (“là dove gareggiano i rapidi piedi / e le audaci fatiche / della forza al suo culmine” [Olimpica I, 95-96]), destinato fra soli due anni a nuova gloria con le moderne Olimpiadi di Rio, ritrovi non solo nello sport ma anche nella lotta alla corruzione, nei prezzi dei biglietti del tram, nella ratio della spesa pubblica…, una coesione e una prospettiva di futuro che i governanti attuali evidentemente non sanno più garantire.

“Anche ai più deboli è facile / squassare una città; / ma rimetterla in piedi al suo posto / è impresa difficile, / se subito un dio non divenga / timoniere di colui che governa”
(Pitica IV, 272-4; tutte le traduzioni, edite per la Fondazione Valla di Mondadori, sono dell’indimenticato grecista e calciofilo Bruno Gentili, scomparso centenario nello scorso gennaio).

Foto: VANDERLEI ALMEIDA/AFP/Getty Images