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  • martedì 8 luglio 2014

Perché ai Mondiali vincono sempre le stesse?

È una questione sia di tradizione che di giocatori, e anche del fatto che i più forti giocano tra i più forti durante il resto dell'anno

Martedì 8 e mercoledì 9 luglio si giocheranno le due semifinali del Mondiale di calcio in Brasile: le giocheranno due nazionali europee, Germania e Olanda, contro due sudamericane, Brasile e Argentina. Sono quattro buone squadre e soprattutto sono tutte e quattro fra le prime squadre che vengono generalmente citate – da chiunque ne sappia anche solo un poco, di calcio – quando si parla delle più forti al mondo. Anche se magari inconsapevolmente, esiste una diffusa percezione che le nazionali che vincono a calcio siano sostanzialmente sempre le stesse: sono quelle che molto più spesso delle altre arrivano fino in fondo nelle fasi finali dei tornei internazionali, e alla fine sono quelle con la più lunga tradizione di vittorie. Insomma, quella cosa che disse Gary Lineker, seppur con un significato più generale: «Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince».

Questa tendenza – nonostante i progressi significativi compiuti per esempio dalle squadre del Centro e Nord America – non è stata smentita neppure in questa edizione del Mondiale. Germania, Olanda, Brasile e Argentina hanno faticato per vincere contro squadre come Colombia, Messico, Algeria e addirittura Costa Rica, ma alla fine hanno vinto tutte, e ci sono tre possibilità su quattro che a vincere questo Mondiale sarà una squadra che lo ha già vinto almeno una volta. È l’undicesima semifinale per il Brasile, la quinta per Olanda e Argentina. La Germania è addirittura alla quarta semifinale consecutiva e alla tredicesima in totale.

Quindi è vero che “alla fine la Germania vince”?
Limitando il discorso alle statistiche relative ai Mondiali prima di quest’ultima edizione, sì, è generalmente molto vero, sebbene la Germania non sia la nazionale che ha vinto più coppe in assoluto (il Brasile ne ha vinte 5, l’Italia 4, la Germania 3). La Germania è la seconda squadra nella classifica di quelle che hanno vinto più partite nella storia dei Mondiali (60), subito dopo il Brasile (67). Quindi più statisticamente esatto sarebbe dire che “alla fine il Brasile vince”.

Dato che si tratta delle due squadre che hanno anche il maggior numero di partecipazioni e di partite giocate ai mondiali, le statistiche considerano anche la media punti, assegnandone tre per la vittoria e uno per il pareggio. Anche in questo caso, la Germania è la squadra con la seconda media punti più alta in assoluto. Inoltre la Germania è la squadra che ha vinto più spesso delle altre ai calci di rigore: 5 volte su 6.

1. Brasile — 67 vittorie, 15 pareggi, 15 sconfitte, m.p. 2.23
2. Germania — 60 vittorie, 19 pareggi, 20 sconfitte, m.p. 2.01
3. Italia — 44 vittorie, 21 pareggi, 15 sconfitte, m.p. 1.91
4. Argentina — 37 vittorie, 13 pareggi, 20 sconfitte, m.p. 1.77
5. Inghilterra — 26 vittorie, 19 pareggi, 14 sconfitte, m.p. 1.64

Manca solo l’Olanda
Però l’Olanda un Mondiale non l’ha mai vinto, dice. Vero, ma ciò non toglie che anche l’Olanda sia tra le squadre che vincono più spesso delle altre: è al primo posto considerando la classifica di quelle che hanno vinto più partite (22) senza però aver mai vinto un Mondiale.

Una considerazione a parte merita l’Argentina, una squadra con una storia notevole di vittorie ma la cui presenza nelle semifinali del Mondiale – nonostante sia sempre data tra le favorite, all’inizio – dovrebbe quanto meno apparire inusuale ai nati negli ultimi 20-30 anni. Infatti sono 24 anni che non arriva a questo punto del torneo. Sostanzialmente da Maradona in poi – squalificato per doping al Mondiale del 1994 – l’Argentina non ha più fatto niente di veramente rilevante, ai Mondiali. E poi ci sono Italia e Spagna, le cui precoci eliminazioni – contestualmente alle qualificazioni di Costa Rica e Cile – hanno rappresentato l’unica parte relativamente sorprendente di questo Mondiale.

Ma perché vincono sempre le stesse?
Un articolo del New York Times ha cercato di rispondere a questa domanda, fornendo alcune ipotesi. I media statunitensi hanno dimostrato grandi interessi e curiosità riguardo a questo Mondiale di calcio, uno sport lì meno popolare che in Europa: la nazionale statunitense partecipava forse con una delle sue migliori squadre di sempre e con un allenatore europeo molto apprezzato ed esperto, il tedesco Jürgen Klinsmann, già allenatore della Germania al Mondiale del 2006 (alla fine hanno perso agli ottavi, contro il Belgio, ai tempi supplementari, dopo aver disputato un torneo discreto).

Una delle ipotesi considerate dal New York Times è che queste squadre hanno quasi sempre un giocatore che prima o poi fa la differenza, un cosiddetto “fantasista” che gioca fuori dagli schemi e senza precisi ruoli tattici. Semplicemente: uno molto più forte della media, un irregolare. Gli esempi citati per le squadre semifinaliste di questa edizione sono: per l’Argentina Lionel Messi, da molti ritenuto il più forte calciatore al mondo; per la Germania Thomas Müller; e per il Brasile Neymar, il cui grave infortunio però rischia di rendere questa parte conclusiva del Mondiale molto meno divertente, secondo il Guardian.

Anche l’olandese Arjen Robben viene citato dal New York Times tra questo tipo di giocatori che fanno la differenza, sebbene siano piuttosto evidenti tra i media statunitensi un certo stupore e una certa sottile antipatia nei suoi confronti, dovuti al fatto che tende a tuffarsi troppo facilmente reclamando calci di punizione e rigori.

Questi giocatori fanno davvero la differenza?
Un’analisi statistica discutibile ma interessante del New York Times suggerisce che, effettivamente, le squadre che in questo Mondiale hanno avuto un giocatore coinvolto molto più degli altri nelle azioni da gol sono andate molto più avanti nel torneo. Quelle che invece hanno avuto più di un giocatore più o meno ugualmente coinvolto nelle azioni da gol sono state eliminate prima (si intende con “coinvolgimento” qualsiasi caso di passaggio, tocco o tiro in porta che ha portato a un’azione da gol).

Delle sole dieci squadre che hanno avuto un giocatore coinvolto in più del 25 per cento delle azioni da gol, otto si sono qualificate agli ottavi e cinque ai quarti di finale. Vale per l’Argentina, in cui Messi è stato coinvolto nel 26 per cento delle azioni da gol, e vale anche per l’Olanda, in cui Robben è stato coinvolto nel 29 per cento delle azioni da gol. Germania e Brasile sono due eccezioni: Neymar e Müller sono stati coinvolti rispettivamente nel 23 per cento e nel 21 per cento delle azioni da gol delle loro rispettive squadre. Questa stessa statistica dimostra che, a parte Müller, la Germania ha potuto contare significativamente su altri due giocatori, i centrocampisti Mesut Özil (19 per cento) e Toni Kroos (14 per cento); mentre i primi due più coinvolti del Brasile, tolto Neymar, sono stati Oscar (13 per cento) e Hulk (11 per cento).

Per l’Italia, prevedibilmente, il giocatore che è stato più coinvolto è stato Andrea Pirlo, nel 19 per cento delle azioni da gol, e quindi al di sotto della media – il 25 per cento – che è stata indicata come soglia comune in otto delle dieci squadre qualificate agli ottavi.

C’è un condizionamento psicologico?
A un certo punto dell’articolo del New York Times, tra i fattori che fanno la differenza tra le squadre che arrivano in semifinale e quelle che no, viene citata molto fugacemente la loro capacità di guadagnare con il passare del tempo maggiore autostima e maggiore fiducia nelle proprie capacità di vincere le partite, che è una qualità che alla fine permette spesso di avere la meglio anche nelle decisioni arbitrali dubbie. È una considerazione forse più rilevante di quanto si creda, che lo diventa ancora di più nel caso, abbastanza frequente, di tornei molto combattuti, in cui un dettaglio – un rigore concesso o uno non concesso, un’espulsione eccessiva, un fallo da espulsione ignorato – possono sancire la qualificazione o l’eliminazione di una nazionale. In nessuna partita della fase a eliminazione diretta, per capirci, una squadra ha vinto con più di un gol di scarto sulla sua avversaria.

E poi?
Un’ultima considerazione rilevante è che molti dei giocatori delle nazionali che arrivano molto avanti nei Mondiali giocano abitualmente in campionati unanimemente ritenuti i più difficili e competitivi al mondo, e hanno quindi una certa familiarità e dimestichezza con le partite importanti, quelle che mettono in palio i trofei di calcio più importanti per squadre di club. Come dimostra un altro grafico molto chiaro del New York Times, la grandissima parte dei giocatori che hanno preso parte alla fase finale del Mondiale provengono da campionati nazionali europei.

La Premier League è risultato essere il campionato in cui giocano la maggior parte dei calciatori impegnati in ciascuna fase eliminatoria di questo Mondiale fino alle semifinali. Ora come ora, quello maggiormente rappresentato in percentuale è invece la Bundesliga, per via della presenza della Germania in semifinale (gran parte dei giocatori della nazionale tedesca giocano in squadre del campionato tedesco). Un altro dato notevole è che – nonostante l’eliminazione di Italia, Spagna e Inghilterra durante la fase a gironi – la percentuale di calciatori del Mondiale che giocano nei campionati inglese, spagnolo e italiano è rimasta significativa o addirittura aumentata (nel caso della Premier League). Inoltre, nonostante la presenza di Brasile e Argentina in semifinale, la presenza di calciatori che giocano nei campionati argentino e brasiliano è piuttosto esigua (7 per cento).

Foto: AP-PHOTO/stf/Bruno Luca

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