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  • domenica 18 maggio 2014

Montecassino

Il 18 maggio 1944 terminò la più sanguinosa battaglia della campagna d'Italia, in cui si affrontarono eserciti di dieci nazioni diverse e fu distrutta un'antichissima abbazia

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Nelle prime ore della mattina del 18 maggio del 1944 una pattuglia dell’esercito polacco cominciò ad inerpicarsi lungo gli ultimi cento metri di parete rocciosa che separavano le rovine dell’Abbazia di Montecassino dalle posizioni che avevano raggiunto la notte precedente. I polacchi erano così spossati da settimane di combattimento che gli ufficiali avevano impiegato diversi minuti per mettere insieme abbastanza uomini ancora in forze da affrontare quell’ultimo tratto di strada. Quando arrivarono in cima issarono una bandiera in mezzo alle rovine e si fermarono a pregare per i compagni caduti nelle giornate precedenti. Tra le macerie del monastero trovarono soltanto una trentina di soldati tedeschi, feriti troppo gravemente per potersi muovere. Nella notte i “diavoli verdi”, uno dei reparti più temuti dell’esercito tedesco, avevano evacuato le rovine ritirandosi lungo la strada che portava a Roma. Dopo cinque mesi di combattimenti la battaglia più sanguinosa della campagna d’Italia, in cui si erano affrontati soldati di dieci nazioni diverse e che aveva visto l’inutile distruzione del monastero di Cassino insieme alla sua antichissima biblioteca, era finalmente terminata.

La pugnalata all’ascella
La campagna d’Italia cominciò nel luglio del 1943, quando l’esercito anglo-americano sbarcò in Sicilia (la storia di quella battaglia si può leggere qui). Nei piani dei comandanti alleati, la campagna sarebbe dovuta essere – come scrisse il primo ministro inglese Winston Churchill – “una pugnalata all’ascella della Germania”. Il piano era sconfiggere l’Italia, costringere i tedeschi a ritirarsi dalla penisola e arrivare rapidamente ai passi che dall’Italia del nord conducevano in Austria e di là in Germania. Questi piani ebbero successo soltanto per metà. L’8 settembre del 1943 l’Italia uscì effettivamente dalla guerra, ma i tedeschi non si ritirarono affatto e decisero di difendere la penisola palmo a palmo. Sfruttando il terreno montagnoso e la mancanza di strade riuscirono a combattere in Italia fino quasi alla fine della guerra.

Nell’autunno del 1943 i generali alleati non immaginavano quanto costosa e tutto sommato inutile sarebbe stata la campagna d’Italia e pensavano ancora di poter ottenere qualche risultato strategico. Circa 250 mila soldati furono impegnati ad avanzare, faticosamente, da Salerno verso Roma, una città che speravano di occupare rapidamente. Fu una campagna difficile, combattuta sugli Appennini e sulle strette strisce di costa lungo il Mar Tirreno e l’Adriatico. I tedeschi si difendevano sfruttando il terreno montagnoso, il maltempo, la pioggia e il fango. Combattevano per giorni dietro ai numerosi fiumi e sulle colline per poi ritirarsi all’ultimo minuto, quando la superiorità di mezzi degli alleati minacciava di travolgerli. La ritirata però non durava che pochi chilometri: poi i tedeschi si trinceravano nuovamente lungo il fiume o la collina successiva. Gli alleati trovavano snervante questo modo di procedere. Come scrisse il comandante in capo alleato del Mediterraneo, il generale Harold Alexander: «Tutte le strade portano a Roma, ma tutte le strade sono minate».

Era un’immagine metaforica, ma che aveva anche un significato letterale. Nella loro ritirata i tedeschi mettevano in atto una serie di tattiche di retroguardia in cui diventarono maestri. Città, strade e spesso case e castelli venivano riempiti di trappole esplosive e mine. Una delle trappole preferite dai genieri tedeschi consisteva in una piccola carica esplosiva attaccata a un quadro lasciato deliberatamente storto: in questo modo i soldati semplici che entravano nella stanza avrebbero probabilmente ignorato il quadro storto per scarsa attenzione. Ma un ufficiale inglese, con la sua tipica pignoleria, non avrebbe resistito alla tentazione di raddrizzarlo, innescando così la trappola. Un ufficiale scrisse a casa per rassicurare i suoi familiari sulla sua prudenza: «Non raddrizzo mai i quadri».

Ma non c’erano solo mine e bombe ad ostacolare l’avanzata degli alleati. Quando i tedeschi si ritiravano, tutto ciò che poteva servire allo sforzo bellico – come ponti, gallerie e ferrovie – veniva distrutto. Anche gli animali veniva sequestrati o uccisi per togliere una fonte di sostentamento alle truppe alleate. Dopo la guerra è stato calcolato che i tedeschi avessero ucciso o sequestrato il 92 per cento di tutte le pecore e i bovini dell’Italia meridionale, insieme all’84 per cento di tutto il pollame. La contessa Iris Ortigo, una delle diariste più precise tra coloro che descrissero la campagna d’Italia dal punto di vista dei civili, scrisse nell’ottobre del 1943: «Se la liberazione d’Italia procede con questo passo rimarrà ben poco da liberare: regione per regione i tedeschi lasciano dietro a loro la rovina».

Cassino
Nel gennaio del 1944, nel pieno dell’inverno, con le strade trasformate in piste di fango, gli alleati si prepararono ad assaltare una nuova linea di difesa messa in piedi dai tedeschi. Era stata battezzata “Linea Gustav” e correva dal Tirreno fino agli Appennini a una distanza di circa 130 chilometri da Roma. Per gli alleati si trattava dell’ennesima operazione contro l’ennesima postazione tedesca che erano convinti sarebbe stata abbandonata dopo i primi giorni di tenace resistenza. Non sapevano che in realtà tutta le battaglie dei mesi precedenti erano state soltanto una strategia per guadagnare tempo mentre la nuova linea veniva fortificata. Il cardine della difesa tedesca era la città di Cassino, ai piedi dell’abbazia più antica del mondo.

Nel 1944 Cassino era una piccola città di alcune migliaia di abitanti alla confluenza di due importanti strade, tra cui la statale 6, la via più facile per arrivare a Roma. La disposizione delle colline intorno alla città e il crocevia delle strade la rendeva una posizione strategicamente ideale per la difesa. Nel corso dell’inverno del 1943 i tedeschi avevano fatto di tutto per rendere questa posizione ancora più imprendibile. Trincee, gallerie sotterranee e posizione di artiglieria erano state scavate nella roccia delle colline con l’aiuto della dinamite. Carri armati e altri veicoli vennero nascosti all’interno degli edifici della città, mentre mine e altre trappole esplosive vennero sparse su tutto il territorio circostante.

Il 17 gennaio gli alleati lanciarono il primo attacco e subirono immediatamente una prima sconfitta. Per i 129 giorni successivi, senza dimostrare molta fantasia, i comandanti alleati continuarono a lanciare un assalto dietro l’altro contro il punto più munito di tutta la difesa tedesca. Oltre che di migliaia di uomini, Cassino divenne presto la tomba per la reputazione di molti generali americani e inglesi. Per gli alleati le cose peggiorarono proprio in quei giorni perché migliaia di uomini vennero ritirati dall’Italia per partecipare a una grande operazione, ancora segreta, di cui soltanto i generali più importanti sapevano qualcosa. Americani e inglesi furono rimpiazzati da soldati che appartenevano al crogiolo di nazioni che combattevano affianco agli alleati. Nei cinque mesi di battaglia, a Cassino avrebbero combattuto inglesi, americani, neozelandesi, indiani, nepalesi, francesi (tra cui i soldati “coloniali” marocchini e algerini), polacchi, sudafricani e persino reparti italiani del Regno del Sud.

La montagna
Il terreno di Cassino e le colline circostanti erano tra i peggiori dove si potesse combattere. La città venne trasformata già nei primi giorni di battaglia in un labirinto di rovine e macerie. Per i soldati alleati, assaltare Cassino era un’esperienza particolarmente spiacevole. I bombardamenti sembravano non avere effetto suoi soldati tedeschi al riparo nelle cantine nei bunker di cemento costruiti sotto le macerie e i mucchi di rovine potevano nascondere dietro ogni angolo un carro armato, una mitragliatrice o un cannone tedesco. Le strade non aiutavano chi si trovava all’attacco. Si trattava in gran parte di piste in terra battuta o roccia sbriciolata. Le poche strade asfaltate vennero distrutte dai cingoli dei veicoli e dagli scoppi delle bombe in pochi giorni. Durante l’inverno campi e strade erano un unico pantano di fango. D’estate, con gli impianti di irrigazione rotti, il terreno si trasformava in una polvere arida e sottile che inceppava le armi. La battaglia fu così intensa che dopo poche settimane soldati e ufficiali cominciarono a paragonare Cassino ai campi di battaglia della Prima guerra mondiale: coperti solo di trincee, fango, filo spinato, rovine e senza più un albero o un filo d’erba.

Ma il disagio di combattere ai piedi di Montecassino era poca cosa in confronto a quello di dover prendere d’assalto le colline. I primi contrafforti degli Appennini che circondavano allora Cassino erano spogli e senza alberi, fatta eccezione per alcuni ulivi secolari. Lungo le pendici delle colline non c’era nulla più di qualche piccolo arbusto dietro il quale nascondersi ed era impossibile ottenere un riparo artificiale, visto che il terreno era quasi ovunque formato da roccia dura che non si poteva scavare senza esplosivo o martelli pneumatici.

Combattere su questo terreno e doverlo fare all’attacco era quasi impossibile: su una montagna piuttosto impervia, sotto il sole cocente oppure in mezzo alla pioggia invernale, i nemici sparavano e facevano rotolare bombe a mano da posizioni mimetizzate praticamente impossibili da individuare. In queste condizioni non era possibile fare altro che attaccare di notte, nel silenzio totale e nell’unico momento in cui era possibile sperare di arrivare vicino alle posizioni tedesche senza essere avvistati. Ma bastava che un solo uomo inciampasse, che un sasso venisse fatto rotolare con troppo rumore e dalla cima delle colline venivano lanciati razzi illuminanti e il fuoco incrociato cominciava a colpire gli attaccanti. Fred Majdalany, che partecipò alla battaglia come ufficiale di una divisione indiana e che scrisse uno dei libri più celebri sulla battaglia, descrisse così un attacco del reggimento Gurkha alle posizioni di Cassino:

«Le compagnie di testa finirono in una trappola mortale. Una macchia di rovi si rivelò piena di mine antiuomo e tutto intorno c’erano altri fili tesi collegati ad altre trappole. Dietro a questa barriera mortale li aspettavano le truppe d’assalto, con nidi di mitragliatrice distanti meno di 50 metri l’uno dall’altro. Tra i nidi di mitragliatrici c’erano delle buche dove si erano rifugiati i nemici con armi automatiche e bombe a mano. Dal buio arrivò una pioggia di granate. […] i primi plotoni corsero nel sottobosco e saltarono in aria fino all’ultimo uomo. Il colonnello Showers cadde colpito allo stomaco. In cinque minuti erano caduti i due terzi della compagnia di testa, eppure i superstiti continuarono a spingersi in avanti. Dopo, furono trovati dei soldati con anche quattro fili, per altrettante trappole, impigliati tra le gambe. Quel giorno caddero 7 ufficiali inglesi, 4 ufficiali Gurkha e altri 138 soldati»

L’abbazia
A tutte queste difficoltà se ne aggiungeva una, più psicologica che militare, ma non per questo meno formidabile. Si trattava del maestoso edificio dell’abbazia di Montecassino, costruito in cima alla collina che dominava il crocevia di Cassino. Si tratta di uno dei monasteri più antichi del mondo, fondato da San Benedetto da Norcia nel VI secolo. Conteneva una delle biblioteche più antiche e importanti dell’Occidente, oltre che un’immensa collezione di opere d’arte (molte delle quali vennero portate via dall’esercito tedesco prima dell’inizio della battaglia). L’edificio aveva mura spesse fino a sei metri, praticamente indistruttibile se non per i cannoni e le bombe più grandi. Per un fortunato caso della storia, il comandante del corpo tedesco che presidiava Cassino, Fridolin von Sergen un Etterlin, era un membro laico dell’ordine benedettino. Già prima che cominciasse la battaglia, i tedeschi avevano fatto sapere che non avrebbero occupato l’abbazia e cominciarono ad evacuare le opere d’arte e i manoscritti più preziosi.

Gli alleati faticavano a credere che i tedeschi avessero rinunciato ad occupare un edificio così strategico. Per tutto gennaio e febbraio il monastero venne costantemente sorvolato dai ricognitori aerei alleati. Secondo la maggior parte dei rapporti, i tedeschi avevano rispettato l’impegno preso all’inizio della battaglia, ma singoli piloti riferirono di aver visto “uniformi tedesche appese a fili all’interno dell’Abbazia” o altri dettagli della presenza dei tedeschi. Un ufficiale dell’aviazione americana commentò questi rapporti dicendo: «Stanno fissando l’abbazia da così tanto tempo che cominciano a vedere cose che non ci sono». Probabilmente non ci furono mai soldati tedeschi all’interno dell’abbazia nella prima fase della battaglia: non ce n’era bisogno, in realtà. Il monastero era utile soprattutto come punto di osservazione per l’artiglieria e gli osservatori tedeschi erano sistemati a poche decine di metri dal monastero.

I comandanti locali però continuavano a fare pressione affinché il monastero venisse distrutto. Alcuni diedero credito ai rapporti di “biancheria tedesca appesi in mezzo alla abbazia”, mentre altri – più realistici – dissero che sì, l’abbazia al momento non era occupata, ma non si poteva escludere con certezza che i tedeschi avrebbero rispettato l’impegno anche in seguito, magari nel momento in cui un attacco alleato avesse minacciato di conquistare la collina. Alla fine il generale americano Mark Clark, che molti descrissero come molto più attento al suo ufficio stampa che alle operazioni militari, dette di malavoglia il consenso alla distruzione dell’abbazia. ll 15 febbraio 1944 circa duecento bombardieri attaccarono l’abbazia, sganciando oltre mille tonnellate di bombe. Il monastero venne completamente sventrato, anche se, incredibilmente, alcune delle mura esterne rimasero in piedi.

Soltanto dopo il bombardamento i tedeschi occuparono le rovine del monastero. In cima alla collina vennero inviati gli uomini della prima divisione paracadutisti, una formazione di élite composta da alcuni dei migliori soldati dell’esercito tedesco. I “diavoli verdi” come erano stati battezzati dagli alleati durante la campagna di Tunisia, trasformarono l’intrico delle rovine dell’abbazia in una vera e propria fortezza e respinsero gli assalti alleati per i tre mesi successivi. I diavoli verdi erano particolarmente temuti per la loro ferocia nei contrattacchi che iniziavano non appena i soldati alleati riuscivano ad occupare una posizione. I diavoli verdi sfruttavano il momento di debolezza in cui – dopo un attacco difficile – gli uomini sono stanchi e demoralizzati per le perdite dei commilitoni e si ritrovavano improvvisamente dentro posizioni sconosciute. Immediatamente i diavoli verdi attaccavano con mortai e artiglieria leggera e subito dopo arrivavano i parà con le loro uniformi verdi.

A maggio, quando gli alleati preparavano la quarta offensiva contro la linea Gustav, i diavoli verdi si trovarono per la prima volta davanti ad un’unità in grado di tenergli testa. Si trattava dei soldati polacchi del generale Wladislaw Anders, quasi tutti ex prigionieri di guerra catturati quando nel 1939 la Polonia venne divisa tra Unione Sovietica e Germania nazista e scampati alla prigionia nei gulag e al massacro di Katyn. Il punto di svolta della battaglia, in ogni caso, non avvenne a Cassino. A maggio gli alleati decisero finalmente di concentrare i loro sforzi lontano da Cassino, in un tentativo di aggirare la posizione più forte della linea tedesca. Mentre i polacchi combattevano per strappare il monastero ai diavoli verdi – spesso corpo a corpo, con vanghe e baionette – il corpo di spedizione francese del generale Alphonse Juin attaccò in un altro punto. I sui soldati, in gran parte algerini e marocchini, riuscirono a sfondare le difese tedesche e a inerpicarsi per valli e sentieri che i tedeschi ritenevano impraticabili. In quei giorni i soldati marocchini si resero responsabili di un numero elevatissimo di violenze nei confronti della popolazione civile. Come scrisse un sottufficiale inglese:

Di recente tutte le donne di Patrucia, Pofi, Isoletta, Supino e Morolo sono state violentate. A Lenola [i marocchini] hanno stuprato cinquanta donne e siccome non ce n’erano per tutti hanno violentato anche i bambini e persino i vecchi. A Castro dei Volsci i medici hanno curato trecento vittime di stupro.

Quando l’avanzata dei francesi era arrivata a minacciare di prendere alle spalle le posizioni dei paracadutisti tedeschi a Montecassino, i polacchi erano oramai pronti ad entrare nel monastero. La mattina del 18 maggio, quando i polacchi alzarono la bandiera sulle rovine del monastero, la battaglia fu dichiarata ufficialmente conclusa. Tra morti, feriti e dispersi costò circa 55 mila perdite agli alleati e 22 mila ai tedeschi. Dopo lo sfondamento l’esercito tedesco iniziò una precipitosa ritirata che si sarebbe arrestata soltanto sulla linea Gotica che correva da Pesaro a Massa. Nelle settimane successive alla battaglia di Cassino, gli alleati, senza quasi incontrare resistenza, riuscirono ad occupare Roma il 4 giugno del 1944. Ma la soddisfazione del generale Clark venne presto oscurata da un altro evento che fece scomparire la sua conquista dalla prime pagine dei giornali. Il 6 giugno gli alleati sbarcarono sulle spiagge della Normandia, nel nord della Francia. In quel momento divenne chiaro a tutti che la guerra non sarebbe stata vinta in Italia.

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