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  • Cultura
  • Sabato 13 aprile 2013

Le fosse di Katyn

70 anni fa in Ucraina vennero scoperte le fosse comuni dove erano stati sepolti oltre 20 mila polacchi uccisi dai sovietici, una strage di cui per anni non si poté parlare

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Il 13 aprile del 1943 Radio Berlino annunciò che nella foresta di Katyn, nella Russia occupata dall’esercito nazista, erano stati trovati 3.000 corpi di ufficiali e soldati polacchi, tutti uccisi con un colpo di pistola alla nuca. Fu una strage di cui per il resto della guerra si accusarono a vicenda la Germania nazista e l’Unione Sovietica. Regno Unito e Stati Uniti rimasero in un silenzio imbarazzato, opponendosi a indagini neutrali sulla strage per il timore di indispettire i loro alleati russi.

Nonostante le assicurazioni britanniche ai polacchi in esilio che combattevano con gli alleati, nessuno venne mai condannato o processato per la strage. La Russia riconobbe le sue responsabilità nella strage soltanto nel 1991, autoaccusandosi dell’esecuzione di circa 1.800 morti. Alla fine delle ricerche, nella foresta di Katyn e in altri luoghi dell’Ucraina e della Bielorussia, vennero ritrovati più di 20 mila corpi.

L’invasione
Il primo settembre del 1939 la Germania nazista invase la Polonia dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. Il Regno Unito e la Francia, in base ai trattati di alleanza che avevano sottoscritto, dichiararono guerra alla Germania, ma, nonostante le promesse, non intrapresero alcuna azione militare concreta. In poche settimane l’esercito tedesco, più moderno e dotato di un maggior numero di aerei e mezzi corazzati, avanzò di centinaia di chilometri, sconfiggendo l’esercito polacco con una rapidità che lasciò sorpresa tutta l’Europa.

Il 17 settembre il ministro degli esteri russo, Vjaceslav Molotov, che poche settimane prima aveva firmato con il suo omologo nazista un trattato di non aggressione che comprendeva clausole segrete per spartirsi la Polonia, convocò l’ambasciatore polacco a Mosca. Gli spiegò che siccome la Repubblica polacca di fatto non esisteva più, l’Armata Rossa sarebbe intervenuta per proteggere i cittadini russi in Polonia.

Questo significò che mentre l’esercito nazista avanzava da ovest, l’Arma Rossa entrava in Polonia da est. L’intervento, come lo aveva chiamato Molotov, fu un’invasione in piena regola. Come scrisse un generale polacco, a quel punto la guerra era diventata per l’esercito polacco «poco più di una protesta in armi». Il 28 settembre la Germania e l’Unione Sovietica firmarono il Trattato di amicizia, cooperazione e demarcazione, con cui sancivano di fatto la spartizione in due della Polonia, riconoscendo la legittimità delle rispettive mire espansionistiche (i russi a est, i tedeschi a ovest).

L’occupazione
L’occupazione russa della parte orientale della Polonia fu brutale quanto quella nazista nella parte occidentale. Circa un milione e mezzo di polacchi vennero deportati in Siberia o in altre zone remote dell’Unione Sovietica. Circa 350 mila polacchi – ma le stime sono molto variabili – morirono di fame o di malattia.

Per diciotto mesi, cioè fino a quando la Russia non venne invasa dalla Germania e molti polacchi liberati e inviati nel Regno Unito o arruolati nell’esercito comunista polacco, i prigionieri furono costretti a lavorare nei gulag siberiani, posando ferrovie a mani nude, lavorando in fabbriche per l’inscatolamento della carne o tagliando foreste. Questi campi spesso si trovavano oltre il circolo polare artico. Per i prigionieri polacchi, vestiti in maniera inadeguata, la media dei morti in alcuni campi era di 12 al giorno.

Tra la fine del 1939 e la primavera del 1940 sembrava che per quei prigionieri la situazione potesse improvvisamente migliorare: la guerra sembrava pronta a finire da un momento all’altro. Sul fronte occidentale, lungo il confine tra Francia e Germania, gli eserciti si osservavano a distanza senza combattere. A Londra e a Parigi in molti ritenevano che, sconfitta la Polonia, non ci fosse più motivo di continuare la guerra con la Germania e che quindi si potesse arrivare a una pace negoziata. Per Stalin e la leadership sovietica questa era l’eventualità peggiore. Nei loro piani Germania, Francia e Regno Unito avrebbero dovuto dissanguarsi in un lungo conflitto, simile alla Prima Guerra Mondiale. L’Unione Sovietica sarebbe intervenuta solo alla fine, attaccando i paesi oramai indeboliti.

Con la pace che sembrava sempre più vicina, Stalin temeva anche che la repubblica polacca sarebbe stata, in qualche modo, ricostituita, ma non aveva nessuna intenzione di cedere i territorio che aveva occupato. Nel timore di un nuovo conflitto per mantenere quelle conquiste, i leader sovietici decisero che se fosse nata una nuova Polonia avrebbe dovuto essere un paese debole e facile da intimidire. Per ottenere questo risultato, Stalin decise di decapitare l’intera classe dirigente polacca.

La strage
Il 5 marzo del 1940, Lavrentij Berija, capo del NKVD, la polizia politica che nel dopoguerra sarebbe diventata il KGB, inviò un memorandum a Stalin in cui proponeva l’esecuzione di migliaia di «nazionalisti e controrivoluzionari» polacchi. Si trattava di ufficiali, politici, giornalisti, professori e industriali che al momento si trovavano nelle prigioni russe. L’ordine venne eseguito nel corso dell’aprile del 1940 in diversi campi in Ucraina e Bielorussia.

La strage venne compiuta nel più assoluto segreto perché Stalin temeva una possibile reazione da parte degli alleati, e forse addirittura dei nazisti, ad un simile massacro. All’epoca un governo polacco in esilio si era insediato a Londra, mentre migliaia di esuli polacchi si erano arruolati nell’esercito inglese (alla fine della guerra furono più di 100 mila i polacchi che combatterono con gli alleati). Le esecuzioni dovevano avvenire di notte, a piccoli gruppi, per evitare sospetti, mentre i corpi dovevano essere sepolti in luoghi remoti, lontani dai centri abitati.

Uno dei protagonisti della strage fu Vasili Blokhin, un generale del NKVD. Quando il 4 aprile del 1941 arrivò l’ordine di Stalin di cominciare le esecuzioni, Blokhin decise di procedere rapidamente. Aveva la responsabilità di circa 7 mila prigionieri e voleva terminare il suo compito in poche settimane. Per motivi di sicurezza non era possibile procedere alle esecuzioni alla luce del giorno. Blokhin fissò la “quota” di prigionieri da uccidere a 300 per notte e fece predisporre un elaborato sistema per raggiungerla. Blokhin decise anche che avrebbe eseguito personalmente le esecuzioni.

Negli scantinati del palazzo del NKVD fece approntare una stanza dipinta di rosso nella quale i prigonieri venivano condotti, identificati e ammanettati. Da lì passavano alla stanza delle esecuzioni vera e propria. Era una camera insonorizzata, con sacchi di sabbia sulle pareti, il pavimento di cemento percorso da canalette di scolo. Blokhin attendeva i prigonieri dietro la porta della camera delle esecuzioni, indossando una tenuta speciale: un lungo grembiule di cuoio, cappello e guanti lunghi fino alle spalle sempre di cuoio.

I prigionieri ammanettati veniva condotti nella stanza, fatti inginocchiare al centro dove Blokhin si avvicinava alle loro spalle e gli sparava un colpo alla nuca. I suoi sottoposti quindi portavano via il cadavere, facevano defluire il sangue nelle canalette e portavano dentro un nuovo prigioniero. Con questo sistema Blokhin uccise i prigionieri con la media di uno ogni 3 minuti.

L’arma utilizzata da Blokhin non era quella di ordinanza, ma un’arma di sua proprietà: una piccola pistola Walther tedesca. Blokhin preferiva la Walther alla Tokarev e al revolver Nagant dell’esercito russo perché era un’arma che sparava cartucce di calibro più piccolo e aveva quindi un rinculo minore. Le pistole più grosse, con un rinculo più forte, dopo una dozzina di esecuzioni, causavano un dolore al braccio. Nonostante Blokhin sia stato aiutato dal suo vice in alcune esecuzioni, si ritiene che abbia portato a termine personalmente circa 7.000 esecuzioni nel corso di 28 notti.

Le esecuzioni vennero portate avanti in diversi campi fino ai primi di maggio. In tutto a Katyn e in altri luoghi, vennero sepolti 22 mila polacchi (è la stima più bassa). Tra i morti ci furono 14 generali, centinaia di avvocati, 20 professori universitari, 200 fisici e centinaia di giornalisti e scrittori.

La scoperta
Nel giugno del 1941 la Germania invase la Russia occupando enormi porzioni del suo territorio, tra cui anche la foresta di Katyn. Il ritrovamento delle fosse comuni nel 1943, quando la guerra stava oramai volgendo a sfavore della Germania, fu un grossa fortuna per la propaganda nazista. Joseph Goebbels, ministro della propaganda, scrisse nel suo diario che su quella strage i giornali nazisti avrebbero potuto «campare per diverse settimane». Sul posto vennero portati giornalisti e medici di diversi paesi neutrali per testimoniare che la strage era stata opera dell’Unione Sovietica. Stalin rispose alla accuse sostenendo che i morti erano prigionieri di guerra polacchi, giustiziati dai tedeschi.

Gli alleati, Regno Unito e Stati Uniti, non si espressero pubblicamente sul ritrovamento. L’Unione Sovietica era un alleato prezioso e stava impegnando da sola – e sconfiggendo –  la stragrande maggioranza dell’esercito tedesco. Il governo polacco in esilio chiese che una commissione internazionale della Croce Rosse svolgesse un’inchiesta sul massacro, per determinare chi ne fosse l’autore. Stalin in risposta troncò le relazioni diplomatiche con il governo in esilio e fece pressioni sugli alleati affinché riconoscessero l’altro governo in esilio polacco, quello comunista che aveva sede a Mosca. Winston Churchill, primo ministro del Regno Unito, si oppose alla commissione sostenendo che qualunque indagine svolta nei territorio occupa dalla Germania sarebbe stata viziata e inaffidabile.

Negli ultimi anni della guerra e in quelli successivi, numerosi rapporti dei servizi segreti e inchieste portate avanti da militari americani e inglesi dimostrarono in maniera inequivocabile che la strage era stata opera dell’Unione Sovietica. Questi rapporti vennero nascosti o addirittura distrutti. Stalin era così suscettibile all’argomento “Polonia”, che quando nel 1945 a Londra si celebrò la parata per la vittoria, il nuovo governo laburista proibì ai militari polacchi di partecipare. «Mi sentivo come se guardassi una sala da ballo da dietro una tenda e senza poter entrare», scrisse il generale polacco Wladyslaw Anders.

Soltanto negli anni ’50, quando era ormai iniziata la Guerra Fredda, in Occidente si poté cominciare a parlare della responsabilità russa nella strage di Katyn. In Unione Sovietica, invece, la storia ufficiale raccontò fino alla fine che i polacchi erano stati uccisi dai nazisti. Solo con il crollo negli anni ’90 e con la glasnost la Russia ammise – in piccolissima parte – le sue responsabilità.