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  • venerdì 9 maggio 2014

L’Iran bloccherà WhatsApp?

Il presidente iraniano si è opposto alla decisione di un comitato per il controllo del web: è una cosa inusuale, c'entrano uno scontro di potere e forse anche le perdite delle società telefoniche

Dall’inizio di maggio in Iran è iniziato uno scontro piuttosto duro tra il presidente Hassan Rouhani e una parte del potere giudiziario del paese: il punto di disaccordo è il blocco di WhatsApp, il noto servizio gratuito di messaggistica recentemente acquisito da Facebook e molto usato anche dai giovani iraniani.

All’inizio di maggio un comitato responsabile per il web ha annunciato la decisione di vietare l’uso dell’applicazione, dopo che nei mesi precedenti erano già stati chiusi altri servizi simili, come WeChat. Il ministro delle Telecomunicazioni, Mahmud Vaezi, ha raccontato però che durante l’ultimo incontro del Consiglio Supremo dello Spazio Virtuale – uno dei tanti organi previsti nell’assetto istituzionale dell’Iran – il presidente Rouhani si è opposto al blocco di WhatsApp: una mossa piuttosto inusuale nella politica iraniana, vista l’ampia censura applicata ai mezzi di comunicazione e ai social network.

Il comitato responsabile per il web che ha deciso la chiusura di WhatsApp si chiama formalmente “Comitato per la determinazione di contenuti criminali sul web” e fa parte dell’apparato giudiziario dell’Iran, anche se è formato in parte da membri del governo. Stabilire però chi sia davvero responsabile della censura sui contenuti in rete è piuttosto difficile: l’Iran ha uno dei sistemi istituzionali più complessi al mondo, con una serie di pesi e contrappesi attentamente distribuiti tra diversi organi che fanno capo alla Guida Suprema, dal 1989 Ali Khamenei, colui che ha preso il posto del fondatore della Repubblica Islamica Ruhollah Khomeini.

La motivazione ufficiale per la chiusura di WhatsApp è stata data da Abdolsamad Khorramabadialmost, segretario del comitato: Khorramabadialmost ha spiegato che la decisone è legata proprio all’acquisizione di WhatsApp da parte del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, descritto come un “sionista americano” (che in Iran non è un gran complimento). Secondo diversi esperti e utenti iraniani dell’applicazione, comunque, la ragione sarebbe legata a motivazioni finanziarie. La società nazionale iraniana di telecomunicazioni ha riportato di recente grandi perdite dovute al fatto che molti dei suoi clienti preferiscono usare servizi di messaggistica stranieri, specialmente quelli gratuiti, danneggiando di conseguenza le società telefoniche iraniane. A questo va aggiunta anche la volontà da parte del regime di tenere sotto controllo i siti e i servizi usati dagli utenti, come è pratica diffusa in Iran.

Fino a oggi né il presidente né il Consiglio Supremo per lo Spazio Virtuale erano mai intervenuti pubblicamente su questioni legate ai filtri da applicare a questo tipo di servizi. L’impressione, scrivono alcuni, è che Rouhani stia cercando di convincere gli iraniani – ma anche di rassicurare i paesi occidentali – che l’immagine di politico moderato e “di cambiamento” sviluppata a partire dalla campagna elettorale per le presidenziali del giugno 2013 sia fondata.

Nei suoi primi 11 mesi di presidenza, infatti, Rouhani ha raggiunto un importante accordo – per ora temporaneo – con i paesi occidentali sul complicato e delicato tema del nucleare, ha avviato notevoli aperture diplomatiche nei confronti degli Stati Uniti e ha introdotto con molte cautele alcune novità anche in politica interna. Per esempio, sia lui che altri membri del suo governo hanno aperto account non ufficiali su Twitter – in Iran l’accesso a Twitter è ristretto – per spiegare alcune politiche o fare semplici dichiarazioni (qui l’account in inglese di Rouhani, qui quello in persiano). Per il momento non è chiaro quale sia la portata dello scontro interno al regime, e difficilmente i disaccordi emergeranno del tutto: diversi osservatori credono comunque che l’opposizione di Rouhani alla chiusura di WhatsApp sia un fatto significativo e rappresenti un rafforzamento della fazione più moderata a scapito di quella più intransigente.