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  • lunedì 5 Maggio 2014

La vita di un ateo in Indonesia

Alexander Aan è stato in carcere 19 mesi per aver scritto che Dio non esiste: un paese che fino a pochi anni fa era elogiato per la sua integrazione religiosa si sta islamizzando

Per molti anni l’Indonesia è stata considerata un esempio di integrazione religiosa: nonostante più del 90 per cento dei suoi 240 milioni di abitanti siano musulmani sciiti, le minoranze buddiste, cristiane e indù del paese venivano trattate con rispetto, tanto che anche Barack Obama, nel 2010, aveva elogiato “lo spirito di tolleranza religiosa del paese e della sua costituzione”. Negli ultimi anni, tuttavia, le cose hanno cominciato a cambiare e sono cresciuti gli episodi di intolleranza dei musulmani nei confronti delle minoranze religiose: per spiegare la mutata situazione del paese, il New York Times ha raccontato la storia di Alexander Aan, che lo scorso gennaio è stato rilasciato sulla parola dopo 19 mesi passati in carcere con l’accusa di ateismo.

Alexander Aan è cresciuto in una famiglia di praticanti musulmani: nonostante da quando aveva nove anni avesse cominciato ad avere dubbi riguardo la religione e l’esistenza di Dio, aveva continuato a pregare con la sua famiglia e partecipare a tutte le feste islamiche. A 26 anni però Aan aveva deciso di smettere di pregare e aveva confessato ai suoi familiari più stretti di non credere nell’esistenza di Dio. Una confessione come quella di Aan, spiega il New York Times, non è comune in Indonesia, ed era stata accolta con una certa delusione dalla sua famiglia.

La vita di Aan, dopo l’abbandono formale della fede, è continuata per un po’ senza particolari problemi: nonostante uno dei 5 principi dell’ideologia di Stato, la Pancasila, sia la fede in Dio, la costituzione indonesiana garantisce la libertà di religione e di parola. Le cose per Aan sono cambiate quando ha cominciato a pubblicare commenti su una pagina Facebook di atei indonesiani creata da alcuni emigrati residenti in Olanda. I suoi messaggi venivano letti anche in Indonesia e una mattina di gennaio del 2012 una folla di persone si era radunata sotto il palazzo dove Aan lavorava come analista per il governo, per chiedergli di smettere di negare l’esistenza di Dio.

Aan aveva cercato di parlare pacificamente con la folla ma la polizia venne chiamata comunque, per evitare che la situazione degenerasse. Invece di controllare la folla, tuttavia, la polizia aveva trasportato Aan in commissariato per interrogarlo. Dopo poche ore Aan era stato accusato di aver incitato all’odio religioso e il fermo era diventato un arresto. Il giorno dopo, all’accusa si erano aggiunte anche quelle di blasfemia e di istigazione all’ateismo. Due delle tre accuse, quelle di blasfemia e quella di ateismo, furono giudicate infondate da una corte di Padang, ma Aan era comunque stato giudicato colpevole di incitamento all’odio religioso ed era stato condannato a due anni e mezzo di carcere, per aver violato con i suoi commenti su Facebook una legge del 2008 che regola la diffusione di informazioni online.

Parlando con il New York Times, Benedict Rogers, fondatore dell’associazione per i diritti umani Christian Solidarity Worldwide, ha spiegato che una cosa come quella successa ad Aan è stata resa possibile solo dal generale clima di intolleranza religiosa che sta aumentando nel paese, soprattutto a causa della crescente influenza dei gruppi estremisti islamici. Uno studio pubblicato lo scorso febbraio da Christian Solidarity Worldwide, un’organizzazione cristiana, ha anche mostrato come il sentimento di intolleranza religiosa abbia raggiunto, negli ultimi anni, anche le comunità musulmane tradizionalmente più moderate.

Come mostra lo studio di Christian Solidarity Worldwide, negli ultimi anni in Indonesia si sono verificati diversi atti di violenza religiosa: ci sono stati attacchi di gruppi musulmani a persone delle minoranze religiose e sempre più spesso vengono votate leggi locali per limitare la libertà di culto. Theophilus Bela, presidente di un centro studi per la libertà religiosa, ha spiegato che «sono stati dati troppi poteri alle autorità locali, in particolare a quelle di regioni dove dominano le organizzazioni musulmane: ci sono state violazioni della libertà religiosa e della libertà individuale». Come scrive il New York Times, infatti, più di metà dei 491 distretti provinciali in cui è divisa l’Indonesia hanno promulgato leggi locali ispirate alla sharia, la legge islamica.

In un articolo sull’aumento degli episodi di intolleranza religiosa avvenuto negli ultimi anni, il Financial Times ha raccontato alcuni degli episodi recenti più rilevanti, che in qualche modo mostrano come sia in corso una sorta di islamizzazione dell’Indonesia. Nel 2005, per esempio, il consiglio degli Ulema, la più importante organizzazione musulmana dell’Indonesia, decretò che la setta dei musulmani Ahmadiyah aveva deviato dall’insegnamento del Corano: il governo guidato da Susilo Bambang Yudhoyono aveva allora deciso di vietare di praticare la religione della setta nel paese. Più recentemente, nel 2011, una folla di 1500 persone aveva aggredito un gruppo di musulmani della minoranza Ahmadi, uccidendo tre persone: gli assalitori avevano tutti ottenuto pene piuttosto leggere e il governo non aveva condannato gli episodi con particolare vigore.

Lo scorso ottobre, poi, una corte aveva stabilito il divieto per tutti i non musulmani di usare la parola “Allah” per riferirsi a Dio, cosa che viene fatta in molte traduzioni della bibbia in indonesiano. In conseguenza di questa decisione, lo scorso marzo una traduzione del fumetto giapponese Ultraman è stata ritirata dal mercato perché uno dei personaggi della storia era chiamato Allah, cosa che avrebbe potuto «confondere i giovani musulmani e danneggiare la loro fede», come ha detto il ministro degli Interni indonesiano.

Foto: Alexander Aan durante il processo a suo carico nel 2012 (AFP)