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  • Venerdì 25 aprile 2014

La class action contro Apple, Google, Intel e Adobe

L'accusa è di essersi accordati per non "rubarsi" i dipendenti e tenere bassi gli stipendi: le società hanno patteggiato

Brussels, BELGIUM: This picture taken 10 October 2006 shows a screen of a laptop opened on the Google internet page, at the Court House of Brussels. The court in Belgium found that Google, in re-publishing newspaper text and photograph content without the permission of the newspapers, was in breach of copyright. AFP PHOTO/BELGA PHOTO BENOIT VANZEVEREN (Photo credit should read BENOIT VANZEVEREN/AFP/Getty Images)
Brussels, BELGIUM: This picture taken 10 October 2006 shows a screen of a laptop opened on the Google internet page, at the Court House of Brussels. The court in Belgium found that Google, in re-publishing newspaper text and photograph content without the permission of the newspapers, was in breach of copyright. AFP PHOTO/BELGA PHOTO BENOIT VANZEVEREN (Photo credit should read BENOIT VANZEVEREN/AFP/Getty Images)

Quattro delle più importanti società di tecnologia del mondo, Apple, Google, Intel e Adobe, hanno patteggiato per fermare una class action in cui erano accusate di essersi accordate per non “rubare” dipendenti le une alle altre, in modo da limitare la concorrenza del mercato del lavoro e tenere bassi gli stipendi dei loro dipendenti. In pratica, se le più importanti aziende di un settore si accordano per non rubarsi i dipendenti, per i lavoratori di quelle società le possibilità di ottenere un lavoro con uno stipendio migliore si riducono notevolmente: è la concorrenza tra i diversi datori di lavoro per assumere personale qualificato che determina la crescita degli stipendi. Il processo avrebbe dovuto iniziare il 27 di maggio a San Jose, in California.

I termini dell’accordo tra le quattro società e gli oltre 64.000 dipendenti che le accusavano, spiega BBC, non sono stati rivelati. I querelanti, tuttavia, avevano chiesto un risarcimento di circa 3 miliardi di dollari (circa 2,17 miliardi di euro) e una sentenza avversa alle quattro società avrebbe potuto comportare il pagamento di un risarcimento di 9 miliardi di dollari (6,5 miliardi di euro) per violazione delle leggi americane anti trust. Kelly Dermody, uno degli avvocati che rappresentano i lavoratori, ha definito “eccellenti” i termini dell’accordo raggiunto dalle parti.

Una delle conseguenze dell’accordo è che Apple, Google, Intel e Adobe non dovranno pubblicare i documenti relativi alle loro pratiche di selezione del personale. Alcune indiscrezioni riportate da diversi media americani possono però dare un’idea di come funzionava l’accordo tra le quattro società. Nel 2006, dice il Washington Post, Google voleva assumere il bravo programmatore Jean-Marie Hullot e alcuni dei suoi assistenti che lavoravano per Apple per dirigere il suo ufficio di Parigi. Nonostante a quel tempo Hullot si fosse già licenziato da Apple, ci sono email che mostrano come Google chiese il permesso ad Apple di assumere Hullot e i suoi colleghi: dopo una breve trattativa su quale sarebbe stato il loro ruolo a Parigi, Steve Jobs aveva scritto: «Preferiremmo davvero che voi non assumeste questi ragazzi». E Google aveva rinunciato ai suoi piani.

In un altro caso, Google aveva licenziato un suo responsabile delle assunzioni per aver cercato di reclutare un dipendente di Apple. Steve Jobs era stato informato della cosa con una mail, che aveva poi girato al suo direttore del personale, corredandola con una faccina sorridente. In un terzo scambio di email tra l’allora CEO di Google Eric Schmidt e il suo direttore del personale sulla possibilità di estendere l’accordo di non “rubare” dipendenti anche ad altre società del settore, Schmidt aveva scritto che avrebbe preferito che della questione si parlasse “verbalmente, per non lasciare tracce che potrebbero essere usate durante un processo”.

Apple e Google hanno scelto di non commentare l’accordo, i cui dettagli verranno resi noti solo quando, il 27 maggio, saranno presentati al tribunale che si sarebbe dovuto occupare del caso. Adobe, invece, ha pubblicato una breve nota in cui si dice convinta della bontà delle loro pratiche di assunzione e motiva la decisione di trovare un accordo al di fuori del tribunale con la necessità di non coinvolgere la società in un lungo e costoso processo.

Foto:AFP